Nel nome della Pietra

Contributo filologico per la storia del marmo

(Foto Daniele Canali / Marmonews.it)

(Foto Daniele Canali / Marmonews.it)

La civiltà umana non avrebbe potuto fare a meno della pietra: un materiale che ne ha segnato l’evoluzione millenaria, dapprima con utilizzi meramente strutturali e poi, anche decorativi. Il primo agglomerato urbano di cui si conservi memoria storica, quello di Gerico, fu caratterizzato da buoni livelli di lavorazione lapidea, già nel nono millennio avanti Cristo. Del resto, nella tradizione biblica la pietra aveva assunto caratteri prescrittivi che avrebbe conservato nella sua lunga storia: basti ricordare che nell’Esodo sono di pietra le tavole su cui vennero scolpiti i fondamenti della Legge, e sono di onice le colonne dell’altare che Mosè, in ossequio alla volontà divina, provvide a costruire nella nuova Dimora.

Oggi, secondo valutazioni di “Stone Network”, le tipologie di marmi e pietre oggetto di coltivazione e di utilizzo nel mondo sono almeno 24 mila: tutte con un proprio nome ed una propria fisionomia cromatica e tecnologica. La crescita esponenziale del settore, particolarmente impetuosa nell’ultimo sessantennio, quando è stato estratto un volume superiore a quello di tutte le epoche precedenti messe assieme, ha rafforzato la necessità di individuare i materiali prodotti con l’attribuzione del nome, ma tale esigenza si era già manifestata nell’antichità classica.

La stessa definizione di “marmo” ha radici molto antiche, attribuibili, secondo un’interpretazione quantitativamente prevalente, alla semantica greca “marmareos”, aggettivo qualificativo che illustra la lucentezza, e quindi l’ottima lucidabilità della materia (3). La pietra, in sostanza, fu sempre considerata un prodotto necessario, ma nello stesso tempo, nobile: non a caso, il primo lapidario di cui si abbia memoria è quello assiro, predisposto all’inizio dell’ultimo millennio avanti Cristo. Ad Aristotele, invece, si deve la distinzione tra minerali metallici e prodotti di cava, ed a Teofrasto di Efeso, contemporaneo dello Stagirita, la prima nomenclatura lapidea, composta da 65 tipologie merceologiche.

Un salto di qualità sarebbe stato compiuto nel primo secolo dell’Era volgare con Plinio il Giovane, la cui “Historia Naturalis” dedica l’ultimo dei 37 volumi alla mineralogia, comprensiva di marmi e pietre (6); proseguito qualche decennio più tardi con Dioscoride Pedanio, che nella sua “Materia Medica” volle passare in rassegna duecento materiali lapidei utili a fini terapeutici, illustrandone le caratteristiche salienti. Un migliaio di anni più tardi sarebbe toccato a Marbodo, Vescovo di Rennes, compilare un “Lapidario” in esametri latini che ebbe una notevole fama, tanto da essere tradotto in ben sette lingue.

E’ inutile rammentare la fortuna che il marmo ebbe in epoca rinascimentale ed in quella illuminista, alla luce del suo successo nella grande architettura e nell’arte plastica, sia in Italia, sia nei grandi Stati europei e nelle civiltà orientali. Nel Cinquecento, l’abate Agostino Del Riccio sostenne come il marmo avesse un’anima (7), perché l’artista è in grado di trasferirla nella statua e di farle assumere messaggi e significati umani, mentre due secoli più tardi Goethe avrebbe scritto nelle “Elegie Romane” che il marmo si può ammirare, ma nello stesso tempo ascoltare, perché la sua voce viene dall’antichità ed illustra  glorie e suggestioni di un grande passato: si riferiva ai materiali del Foro, non solo italiani, in quanto Roma ne aveva fatto grandi acquisti in Africa e nell’Asia Minore.

Nel 1828 comparve il “Manuale delle pietre antiche” di Faustino Corsi, che elencava 140 tipologie nominative di litoidi utilizzati dalle civiltà classiche e ne descriveva dettagliatamente i caratteri cromatici: si trattava di pietre italiane, francesi, elleniche, egiziane, orientali, ed il loro numero si incrementava notevolmente con quelle nuove, conosciute all’epoca del medesimo Corsi, sfiorando le 200 e distinguendo in modo corretto i marmi dai graniti, o meglio, i materiali calcarei da quelli silicei (8). Era un ulteriore progresso anche sul piano glottologico e metodologico, perché i nomi antichi venivano indicati accanto alla rispettiva traduzione in volgare.

Lo sviluppo della produzione lapidea sarebbe diventato esponenziale nella seconda metà del Novecento,  a fronte dello straordinario progresso tecnico, culminato nell’avvento del diamante nelle segherie ed in altre lavorazioni, e di una vera industrializzazione. I materiali conosciuti, da centinaia, diventarono rapidamente migliaia, come  nell’opera  di Anton Herbeck, in cui  si catalogarono oltre  duemila  esemplari lapidei scavati in tutto il mondo, mentre nel “Manuale dei Marmi Pietre e Graniti” degli anni ottanta, quelli menzionati nelle varie schede regionali raggiunsero i 1200, limitatamente alle sole produzioni italiane.

Nella nomenclatura antica in lingua latina, riproposta anche dal Corsi, il modulo di comando è costituito, in genere, dalla semantica “marmor” od in alternativa da “lapis”, con l’aggiunta della zona di provenienza. Da sempre, il nome delle pietre è quanto meno duplice, ed i casi di individuazioni per mezzo di una sola parola sono piuttosto rari. Questa prassi si è consolidata nelle epoche successive,  con un ventaglio molto più ampio di specifiche.

Oggi, il modulo di base indica prevalentemente il colore, ovvero  la speciale tipologia merceologica subordinata (alabastro, ardesia, arenaria, beola, diorite, limestone, quarzite, serizzo, serpentino, sienite, trachite, travertino), mentre l’attributo può riferirsi all’origine geografica,  alla tonalità prevalente (arabescato, chiaro, filettato, fiorito, macchiato, mandorlato, paglierino, scuro, serpeggiante, tigrato, e così via), e sempre più spesso, a nomi di fantasia, compresi quelli di riferimento femminile o religioso.

Nel panorama del mondo lapideo, alcuni materiali di straordinaria fortuna possono vantare una diffusione generalizzata della loro notorietà, a prescindere dalle specificazioni. E’ il caso del Pentelico, il marmo del Partenone e delle sculture di Fidia; del travertino, la pietra di Roma dall’antichità ai nostri giorni; del Carrara, “il marmo” per antonomasia, senza bisogno di alcun corollario.

Lo stesso può dirsi per tanti altri materiali, antichi o meno: ad esempio, per la pietra del Carso, coltivata da millenni e particolarmente legata ai fasti architettonici dell’Impero austro-ungarico; per il Botticino, caro al cuore degli italiani per l’impiego nell’Altare della Patria e nel sacello del Milite Ignoto; per Luz de Compostela, legato alle coinvolgenti suggestioni del Camino di Santiago ed a prestigiosi utilizzi persino in gioielleria; per il Bianco di Makrana, la materia prima di un grande patrimonio dell’umanità come il Taj Mahal, il “monumento all’amore” di Agra. Si tratta, peraltro, di eccezioni che confermano la regola: un numero largamente maggioritario di marmi e pietre si richiama a fattori originali e talvolta casuali.

I colori della natura lapidea sono generalmente variegati, e spesso di non facile definizione, in quanto giustapposti in un giuoco cromatico che ne costituisce ad un tempo il fascino ed il pregio: senza fare torti ad alcuno, si pensi a materiali esclusivi come il Fior di Pesco Carnico od il Rosso Francia, a taluni brecciati,  a varie tipologie di alabastro e di onice. Proprio per questo, la logica degli opposti pretende la valorizzazione delle pietre monocromatiche, nel qual caso il marmo od il granito in questione assumono la qualifica di “assoluto”: è il caso di talune varietà del Nero Africa o del Bianco Sivec di Macedonia, ma anche di ardesie.

In alcune occasioni, la specificazione geografica è deviante, perché non corrisponde alla reale origine del materiale. Anche in questo caso, qualche esempio può testimoniare l’esistenza di un fenomeno più diffuso: il Botticino non è sempre quello classico del Bresciano; il Juparanà Florence è un granito che, diversamente da quanto dice il nome, si estrae nel Nord-est del Brasile; il Labrador non è soltanto canadese, ma si scava anche in Scandinavia ed in misura minore in Italia; il St. Louis è un granito portoghese tipico, al di là della denominazione sassone; il Giallo Veneziano è un’altra esclusiva brasiliana che ha mutuato il suo nome da Nova Venecia, fondata nella seconda metà dell’Ottocento dagli emigranti italiani; ed il Verde Guatemala, al di là delle origini storiche, è un marmo di pregio proveniente dal Rajasthan indiano.

Oggi, l’Europa ha perduto da tempo il vecchio primato produttivo a vantaggio prioritario dei grandi Paesi emergenti, ed in primo luogo della Cina (titolare di cinquemila cave) e dell’ India, che hanno saputo misurarsi concretamente nell’industrializzazione e nella distribuzione, e nella stessa scelta dei nomi.

Ebbene, tra le migliaia di riferimenti proposti al mercato lapideo internazionale si possono segnalare alcune denominazioni originali e talvolta conturbanti: in Cina, è il caso di Imperial Concubine Red (Shanxi), Sesame White (Liaoning), Celestial Red (Jiangxi), Leopard Eyes (Anhui), Leopard Skin (Sichuan), Dark Bleu Stars (Guangdong), Snow Plum (Fujian), Rosy Clouds (Hubei), Oriental Cherry (Zhejiang).  Dal canto suo, fra le tante varietà, soprattutto di graniti, l’India, secondo produttore mondiale dopo la stessa Cina, propone materiali come Cat Eyes, Cobra Skin, Desert Glory, Ghibli Gold, Indian Juparanà, Love Apple, Paradiso Classico, Shiva Gold, Tiger Skin, Yellow Panther, White Mystic.

Insomma, la fantasia non manca, spaziando dall’ispirazione al mondo animale, alle imitazioni di esclusive altrui ed al richiamo di valori estetici, se non anche della “dolce vita”, nel quadro di un’inventiva fantasiosa non priva di interesse filologico, sebbene finalizzata al perseguimento di scopi commerciali ed alla necessità di differenziare produzione e distribuzione nel quadro di un contesto sempre più competitivo.

In questa ottica, una ricerca più esauriente circa i nomi di marmi e pietre all’inizio del nuovo millennio non sarebbe priva di interesse sul piano scientifico e culturale, in quanto idonea a mettere a fuoco correlazioni imprevedibili tra il materiale più antico del mondo e l’inconscio collettivo, ma già note a livello motivazionale se è vero che la nomenclatura lapidea è stata mutuata in modo assai ampio, oltre che meramente iterativo, dai produttori di materiali d’imitazione, ed enfatizzata nei loro messaggi “ingannevoli”, in quanto finalizzati a disinformare la clientela, e peggio ancora, il progettista.

A conclusione, resta da aggiungere che marmi e pietre hanno dimostrato nei secoli, attraverso la loro stessa nomenclatura, di essere idonei come nessun altro materiale a costituire la “sostanza delle forme eterne” cantata dal Poeta, e nello stesso tempo ad ottimizzare la “way of life” dell’uomo moderno nella grande architettura, nell’edilizia residenziale, nell’arredamento e negli stessi impieghi celebrativi. E’ un carattere ribadito in maniera probante nell’ultimo quindicennio, che ha visto raddoppiare la produzione e gli impieghi mondiali, e trovare anche nei nomi un afflato umano davvero singolare per un prodotto dell’industria: forse, nell’antica teoria di Agostino Del Riccio, secondo cui il marmo avrebbe un’anima, c’è un bisogno inconsapevole, assieme ad una “lieta speranza” e certamente, ad una fede.

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