Distretti del marmo e della pietra: un’occasione perduta

Il mondo del marmo e della pietra cresce in fretta, tanto da avere triplicato la produzione e gli impieghi nel giro di una ventina d’anni: merito dell’avanzamento tecnologico che ha permesso di contenere i costi e di automatizzare ogni tipo di lavorazione, comprese quelle artistiche; e della costante rivalutazione del lapideo da parte della progettazione. Non rutti i Paesi, peraltro, hanno progredito in misura proporzionale: alcuni hanno fatto registrare incrementi quasi esponenziali, come nel caso della Cina, dell’India e di altre realtà asiatiche, mentre altri hanno segnato il passo.

Tra i casi di ristagno c’è quello dell’Italia, che non ha conservato le cifre assolute di produzione e di esportazione, ed ha visto fortemente ridimensionate le sue quote di mercato persino nel grezzo, ma soprattutto nel prodotto finito. Le cause maggiori di questa congiuntura sono state analizzate più volte e sono state individuate nella scarsa competitività di alcuni costi, come quelli energetici e finanziari; nella forte parcellizzazione aziendale; nelle difficoltà del credito e degli investimenti; e nelle permanenti carenze di comunicazione e di promozione.

Per porre rimedio a questa situazione, che avrebbe bisogno di adeguati interventi anche dal punto di vista istituzionale, erano stati creati otto Distretti settoriali, cui altri avrebbero potuto aggiungersi, secondo gli auspici di varie zone produttive. A parte quelli trainanti di Carrara e di Verona, non erano stati trascurati comprensori di buona consistenza (Friuli, Lazio, Liguria, Sardegna, Trentino), titolari di note esclusive, importanti anche dal punto di vista del commercio internazionale. La Sardegna, anzi, era presente con due diverse realtà (Gallura e Baronia).

I Distretti, che si auspicava potessero impostare azioni comuni di tutela del prodotto in chiave ambientale, distributiva e tecnologica, e perseguire obiettivi di ripresa ed ulteriore sviluppo, riguardavano un ventaglio merceologico esaustivo che andava dal marmo al granito, o dall’ardesia al porfido, vantando un elevato grado di specializzazione da cui discendeva, fra l’altro, che non fossero concorrenti ma complementari. Si potrebbe aggiungere che il carattere ufficiale dei Distretti pareva in grado di superare un altro fenomeno tipicamente italiano come la frammentazione associativa, caratterizzata, all’epoca, dalla presenza di oltre venti Soggetti operativi, la maggior parte dei quali a carattere locale, con evidenti dispersioni di energie.

Secondo le rilevazioni di competenza i Distretti potevano contare su circa 2.500 Aziende, con un’occupazione di 18.300 unità lavorative, pari, rispettivamente, al 29 ed al 37 per cento delle rispettive cifre globali italiane: gli addetti per Azienda risultavano 7,4 e superavano di oltre un quarto la corrispondente media nazionale (con un livello massimo di 13,2 a Verona, supportato dalla presenza di parecchie Aziende di cospicua dimensione, ed un livello minimo di 3,3 in Gallura, dove l’attività, prevalentemente estrattiva, era affidata a piccole squadre di cavatori). Si trattava, insomma, di una realtà diversificata ma comunque notevole, che costituiva una buona maggioranza relativa, anche se in altri comprensori si poteva giustamente aspirare ad analoghe attenzioni (si pensi ad Ossola, Botticino, Valle del Chiampo, Carso, Travertino Romano, zone tipiche di Puglia e Sicilia).

La logica distrettuale aveva dato buona prova in altri settori produttivi importanti, e quindi non c’era motivo di ritenere che ciò non potesse accadere anche per il marmo e per la pietra. Occorreva, naturalmente, che dalla fase programmatica si passasse rapidamente a quella operativa, traducendo la volontà politica in atti concreti, e dotando i Distretti delle strutture e dei mezzi finanziari indispensabili a portare a compimento, con efficacia e senza discriminazioni, un programma di forte valenza settoriale, tenuto conto delle notevoli incidenze socio-economiche e distributive del lapideo.

Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto: anzi, si è lasciato che i Distretti cessassero quasi di esistere, abbandonati dalla volontà politica, ma anche da quella imprenditoriale e dalle forze sociali, con un tacito “de profundis” indotto dalla rassegnazione, e prima ancora, dalla ritrosia nei confronti di qualsivoglia investimento collegato ad una logica di programma. Nel frattempo, il mondo lapideo ha continuato a correre, e le quote italiane di produzione, interscambio e consumo domestico, per non dire dei livelli occupazionali, si sono ulteriormente ridotte, lasciando agli altri protagonisti la conquista di ogni antico primato italiano (con la sola eccezione superstite di quello tecnologico). Si tratta di un bilancio negativo, cosa che può sempre accadere nella complessa congiuntura internazionale; ma soprattutto sconfortante, perché costituisce la conferma di un approccio dilettantesco, basato sulle chiacchiere, con cui i problemi del comparto lapideo italiano vengono affrontati ad ogni livello, e regolarmente lasciati senza soluzione, innescando gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti.

La storia non è maestra di vita, perché altrimenti non si continuerebbe a commettere gli errori del passato, ma quella dei Distretti nazionali del marmo e della pietra merita di essere conosciuta ed approfondita, perché costituisce un ulteriore esempio di occasioni perdute: cosa di cui l’Italia, purtroppo, continua ad essere maestra.