Grandi grattacieli in marmo

(Foto Ennevi)

Le difficoltà congiunturali ormai croniche, e l’impatto della concorrenza internazionale, non hanno impedito all’industria lapidea italiana di acquisire commesse importanti, destinate a costituire un punto fermo a futura memoria, sia dal punto di vista simbolico sia sul piano dei valori economici. Per citare un esempio di alto significato politico ed estetico, nella Freedom Tower, sorta a Ground Zero dopo il disastro delle Torri Gemelle di New York, è stato impiegato anche il Bianco Statuario delle Alpi Apuane: un materiale dalle nobili tradizioni che risalgono a Michelangelo, e dagli ottimi caratteri decorativi e tecnologici.

Il grattacielo in questione è un grande edificio di 108 piani ed alto 1776 piedi, che con questa cifra si richiama deliberatamente all’anno in cui venne promulgata l’indipendenza statunitense, ed è diventato l’emblema di una forte volontà politica, capace di impegnarsi a fondo nella difesa dei valori proposti dai padri fondatori. Anche per questo, l’utilizzazione del marmo italiano costituisce un prestigioso biglietto da visita, al pari – tanto per fare un altro esempio probante – del Fior di Pesco Carnico che si può ammirare, sempre a New York, negli ascensori dell’Empire State Building.

E’ importante che questi impieghi di alto valore mediatico siano venuti dagli Stati Uniti: il Paese che ha avvertito in modo più consistente gli effetti del ristagno, anche in campo lapideo, tanto da ascrivere un permanente, ragguardevole ritardo di parecchi anni rispetti ai massimi storici dell’import di pietre lavorate. In effetti, un’opera come la Freedom Tower è sempre in grado di indurre un buon effetto moltiplicatore tanto più importante nel comparto lapideo, la cui domanda, relativamente elastica, trova ottimi supporti nelle realizzazioni architettoniche di maggiore impatto quantitativo e qualitativo, e nel caso di specie, anche simbolico, e quindi promozionale. Non a caso, il marmo italiano continua ad essere scelto per impieghi di grande rilievo esemplificativo, sostanzialmente dovunque.

La qualità continua ad essere in grado di fare la differenza, in specie quando si tratta di coniugare al meglio i caratteri tecnologici e l’effetto estetico. In Italia il prezzo medio del prodotto lapideo finito continua a porsi in testa alla graduatoria mondiale, non lontano dagli 80 dollari per metro quadrato equivalente (allo spessore convenzionale di cm. 2) raddoppiando la quotazione planetaria, ma gli spazi di mercato, sia pure a livello di grandi nicchie, sono sempre disponibili, come si evidenzia nel XXX Rapporto Marmo e Pietre nel Mondo, in distribuzione a Marmomac 2019. La congiuntura difficile è tuttora in atto, ma le indicazioni fornite dalla domanda sembrano sottolineare che quello nella qualità è sempre un investimento destinato a rendimenti proporzionali, in quanto coniugato con la promozione della competitività tecnologica. Ciò, con riferimenti prioritari alle imprese esportatrici ed agli impianti che abbiano completato il ciclo di ammortamento.

La necessità di “fare sistema” – più volte sottolineata quale esigenza irrinunciabile sia dal momento imprenditoriale che dalle altre forze sociali – rimane prioritaria, sia attraverso possibili aggregazioni a cui il momento creditizio ha sempre dichiarato di guardare con interesse e con la disponibilità a fornire adeguati supporti finanziari; sia attraverso un rilancio dei Distretti (opportunità strategica troppo a lungo trascurata), nell’ambito di una politica settoriale di ampio respiro che vada a fondarsi sui passaggi salienti di verticalizzazione, valore aggiunto, iniziative promozionali, omogeneità tributaria ed utilizzo ottimale degli scarti.

Marmi e pietre costituiscono una realtà importante dell’economia italiana, che esprime una quota ragguardevole dell’occupazione industriale e dell’export, con quote assai più alte in taluni comprensori come quelli di Carrara e di Verona, dove il lapideo contribuisce alla determinazione del prodotto lordo provinciale in misure leader. Ecco un ottimo motivo in più per salutare con le attenzioni del caso le referenze acquisite dalla pietra italiana, come è accaduto con la Freedom Tower, e per impostare strategie di rilancio funzionali e condivise.

Momenti del ristagno lapideo italiano

Il marmo e le altre pietre di pregio costituiscono una risorsa di rilievo nell’ambito delle strategie di sviluppo avviate da diversi Paesi per la valorizzazione delle proprie risorse: in questa ottica, non sorprende che la produzione mondiale del settore sia cresciuta di almeno quattro volte nel giro degli ultimi 25 anni, con il contributo decisivo dell’interscambio, che interessa una quota altrettanto importante delle disponibilità e la maggioranza del giro d’affari.

Tra i pochi Paesi in controtendenza, il caso dell’Italia è la dimostrazione di quali effetti negativi possano scaturire dalle carenze politiche, con riguardo prioritario all’incapacità di comprendere il ruolo propulsivo del lapideo, diversamente da quanto è accaduto altrove: fattore tanto più condizionante quando si pensi che le riserve sono diffuse su tutto il territorio nazionale, con potenzialità di particolare rilievo nei distretti tradizionali di Toscana e Veneto, ma con opportunità non meno importanti in altre Regioni, tra cui è congruo ricordare Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Puglie, Sicilia, Sardegna. In questo senso, sia pure con le differenze del caso, non è azzardato parlare di specifiche responsabilità generali, sia a livello nazionale, sia nell’ambito regionale.

E’ passato oltre mezzo secolo da quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite si fece premura di sollecitare lo sviluppo del settore attraverso adeguate misure incentivanti, capaci di promuovere investimenti, in specie laddove altri comparti non avessero la medesima idoneità strategica: ebbene, quella raccomandazione del 1976 è stata palesemente accolta dai maggiori protagonisti lapidei extra-europei, a cominciare da Cina, India, Turchia e Brasile, la cui espansione è stata contraddistinta da tassi talvolta esponenziali, mentre in Italia, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, è venuta meno persino la strategia minima: quella di tutela dell’esistente.

La crisi endemica del mercato interno non ha trovato nell’export, soprattutto nel nuovo millennio, la tradizionale valvola di sicurezza, anche a causa della soverchia parcellizzazione aziendale e della conseguente impossibilità delle piccole imprese, che costituiscono la struttura portante del settore, di operare funzionalmente nelle nuove dimensioni globali del rapporto tra offerta e domanda. Il ristagno del fatturato estero, ormai lontano dai massimi storici, è stato oggetto di un ampio ma velleitario dibattito nelle sedi di competenza. In effetti, non ne è scaturita un’intesa tra il momento politico e le forze sociali circa gli interventi necessari ad invertire la tendenza, in un quadro di programmazione.

La crisi ha coinvolto in misura non meno rilevante anche le importazioni, con particolare riferimento a quelle dei grezzi, che per molti anni avevano alimentato segherie e laboratori con materiali scelti di altra provenienza – in specie silicei – capaci di incrementare tangibilmente il valore aggiunto, potenziando il consumo domestico ed integrando le maggiori forniture all’estero in modo da soddisfare integralmente le esigenze di una progettazione e di una committenza sempre più attente ai parametri qualitativi, non meno che alla variabile economica.

Da questo punto di vista, le cifre sono oltremodo chiare. Nel volgere dell’ultimo ventennio, l’importazione italiana del grezzo è quasi dimezzata, scendendo da 2,1 a 0,9 milioni di tonnellate (consuntivo del 2018) con una discesa sostanzialmente costante a far tempo dal 2006. Ne è scaturita una recessione delle attività trasformatrici che, sommandosi a quella delle produzioni domestiche, comprese quelle tipiche ed esclusive, ha dato luogo a condizioni di diffuso ristagno: ciò, sebbene in qualche caso si sia progressivamente diffusa la tendenza a preferire l’esportazione diretta del blocco di qualità, con vantaggi proporzionali per gli acquirenti esteri ma nello stesso tempo con ulteriori penalizzazioni del valore aggiunto. La perdita di capacità produttiva che ne è scaturita appare difficilmente recuperabile, tanto più che si è tradotta in obsolescenze anticipate, rinvio di manutenzioni, ed alla fine, in cessazioni dell’attività imprenditoriale. E’ certamente cosa buona e giusta confidare nella progettazione di Industria 4.0 ma è altrettanto doveroso tenere conto dei fattori depressivi presenti nel sistema, per esorcizzarli ed espungerli preventivamente.

E’ bene sottolineare che la crisi dell’import costituisce una componente minoritaria di quella lapidea, restando di tutta evidenza che la questione prevalente nell’ambito dell’interscambio è sempre quella dell’esportazione. In effetti, le sorti di marmi e pietre d’Italia sono strettamente legate alle prospettive di collocamento all’estero, in specie del valore aggiunto, ma ciò non significa che questo sia il problema unico: accanto all’import ed al regresso delle attività trasformatrici è congruo tenere conto dl mercato interno, infrastrutture, formazione, investimenti, credito, e via dicendo.

In conclusione, è d’uopo fare appello ad una volontà politica che sia finalmente capace di comprendere l’effetto moltiplicatore implicito nel comparto lapideo, e di operare in conseguenza, d’intesa col mondo imprenditoriale e con quello del lavoro.

Marmomac 2018: Nuovi orizzonti per marmi e pietre nel mondo

La Fiera di Verona, che quest’anno si presenta al proscenio del comparto lapideo con 53 candeline, e con cifre che ne attestano il riconosciuto primato mondiale, è oggetto di motivate attese da parte degli operatori, ed in primo luogo da parte dei marmisti e dei produttori di tecnologie. Come attesta il XXIX Rapporto mondiale, che viene presentato dalla Casa di Edizioni Aldus durante la manifestazione scaligera, anche nel 2017 l’industria del marmo e della pietra ha compiuto un ulteriore, significativo progresso, che si è tradotto in nuovi primati di estrazione, lavorazione ed interscambio, accompagnati da quello dell’impiantistica e dei beni strumentali.

In buona sostanza, si respira un’atmosfera di motivata fiducia, che in alcuni Paesi raggiunge nuovi massimi, come nel caso dell’India, pervenuta al vertice mondiale dell’esportazione quantitativa, mentre in Italia si consolida quello del massimo valore medio per unità di prodotto, che attesta ancora una volta il riconoscimento della sua priorità qualitativa da parte dei mercati.

Dal canto loro, le cifre della rassegna sono molto chiare: si attendono a Verona circa 70 mila operatori provenienti da almeno 150 Paesi di tutto il mondo, mentre il Rapporto Aldus, con il suo tradizionale monitoraggio a tutto campo, conferma – come attesta nella sua prefazione il Presidente della Fiera Maurizio Danese – il proprio ruolo di “fonte esclusiva di informazioni utili per le opzioni strategiche del momento politico, e contestualmente, per le scelte delle aziende”. Ne consegue che le attese più significative sono quelle che riguardano un ulteriore sviluppo degli investimenti, in specie nei Paesi maturi di più antica vocazione lapidea, e l’obliterazione di talune sacche attendiste.

In campo lapideo, diversamente da quanto accade in altri settori contigui, la funzione dell’interscambio, il cui valore mondiale è stimato in oltre 21 miliardi di dollari, cui corrisponde la quota maggioritaria della produzione netta in volume, continua ad essere fondamentale. Di qui, la conferma di quanto siano necessari interventi calibrati di una promozione intelligente e tempestiva, nel cui ambito l’azione di Marmomac è altrettanto prioritaria, anche nel campo dell’informazione professionale e culturale a progettisti e costruttori.

Al di là di tutto questo, è bene sottolineare ancora una volta, come è stato riconosciuto da tempo, e dalle fonti più autorevoli, che marmi e pietre sono materiali di pace, ovvero beni comuni capaci di supportare dovunque le grandi occasioni di sviluppo offerte dalla natura, dalla ricerca e dalla tecnica. Nella nostra epoca, caratterizzata da costanti motivi di insicurezza politica, questa prerogativa del settore diventa a più forte ragione importante, e ribadisce la sua idoneità a promuovere la crescita economica e sociale che è nei voti di tutti. E nello stesso tempo, il richiamo ad agire concretamente che il mondo lapideo rivolge alla volontà politica.

Madagascar: Occasioni di sviluppo lapideo nel terzo mondo

Il mondo del marmo e della pietra, accanto ad un numero relativamente alto di Paesi sviluppati che controllano la maggioranza della produzione e degli impieghi, annovera un’ampia schiera di altri Stati in cui la valorizzazione del materiale lapideo, nonostante la sua riconosciuta idoneità ad avviare strategie di sviluppo, è tuttora agli inizi. Le cause del ritardo sono parecchie, ma le maggiori vanno individuate in mancanza di tradizioni, infrastrutture carenti, difficoltà professionali; e soprattutto nei problemi finanziari che ostacolano gli investimenti pubblici e privati.

Un caso tipico è quello del Madagascar, la grande isola francofona dell’Oceano Indiano (quarta nel mondo per estensione) che nonostante l’indipendenza conquistata nel lontano 1958, una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’Italia, ed una popolazione in rapida crescita, quadruplicata in mezzo secolo e pervenuta agli attuali 25 milioni di abitanti con evidenti forti problemi sociali, sta finalmente avviando nuove iniziative per valorizzare le sue pietre, grazie all’intervento della cooperazione estera, ed in particolare italiana, rivolta all’estrazione di materiali esclusivi – soprattutto silicei – in grado di affermarsi con successo sul mercato internazionale.

L’export lapideo malgascio è sempre stato minimo, e generalmente circoscritto ad alcune partite di granito grezzo, con riguardo prioritario a quelli di pigmentazione accesa, meno diffusi nel mondo ed in quanto tali, oggetto di domanda qualitativamente elevata. Basti dire che nel 2017 il flusso in uscita è stato pari a circa 10 mila tonnellate, ovvero allo 0.2 per mille dell’interscambio planetario in volume, mentre vent’anni prima aveva raggiunto le duemila tonnellate, con incidenza analoga e nessun picco intermedio. E’ inutile aggiungere che le spedizioni del lavorato sono ininfluenti, limitandosi a qualche apporto dell’oggettistica artigianale, mentre l’import è quasi inesistente, tanto da essersi fermato, sempre nel 2017, intorno a 40 mila metri quadrati di materiale proveniente dalla Cina e dall’India, con un volume minimo non difforme da quello del 1998 (con la differenza che all’epoca si trattava quasi esclusivamente di marmo italiano).

Altrettanto marginali risultano gli acquisti di tecnologie per la pietra da parte del Madagascar, con un volume d’affari che nel 2017 si è limitato a 240 mila dollari, contro i 320 mila del 2016, e cifre analoghe per gli anni precedenti. In tutta evidenza, non esiste un’attività industriale trasformatrice, rastremando l’utilizzo della pietra lavorata ai monumenti funerari di élite. Del resto, la tradizione dell’edilizia malgascia, sin dai tempi coloniali, è stata orientata prevalentemente al laterizio, stanti le cospicue disponibilità di argille che hanno valso al Madagascar la tradizionale denominazione di Isola Rossa.

In chiave generale, l’industrializzazione malgascia è tuttora episodica: fatta eccezione per qualche iniziativa in campo tessile od alimentare, anche il settore minerario di prima categoria non è stato in grado di valorizzare compiutamente le proprie risorse, all’infuori delle pietre preziose destinate alla gioielleria estera. Ecco un buon motivo in più per auspicare adeguati interventi infrastrutturali in favore dello sviluppo di un grande Paese come il Madagascar e della disponibilità ad investire anche nel settore lapideo dimostrata dalle iniziative della cooperazione privata: in primo luogo, dal “know-how” italiano.

Il settore lapideo in Corea del Sud

Le mutazioni strategiche del settore lapideo, con particolare riguardo a quelle dell’ultimo ventennio, acquistano motivi di specifica evidenza nel caso di Paesi che hanno abdicato al ruolo di produttori per assumere quello di acquirenti del manufatto pronto per la messa in opera. I loro consumi, ben lungi dall’essere in flessione, ne hanno tratto rinnovato impulso, ma le politiche di valorizzazione delle risorse locali sono finite in lista d’attesa, con grande vantaggio per gli esportatori esteri, ed in primo luogo per i nuovi protagonisti del mercato globale.

Da questo punto di vista, appare emblematico quanto è accaduto nella Corea del Sud, i cui approvvigionamenti di lavorati sono aumentati di circa 90 volte, balzando dalle 40 mila tonnellate del 1994 ai due milioni e mezzo del 2007 ed ai 3,6 milioni del 2017, cui corrispondono circa 70 milioni di metri quadrati equivalenti (allo spessore convenzionale di cm. 2). Nel frattempo, le produzioni domestiche hanno fatto registrare continue flessioni, riducendosi a quantitativi sostanzialmente frizionali. Del resto, lo stesso import di grezzi si è contratto fino al punto da costituire circa l’uno per cento di quello quantitativo globale, ed una quota ancora più bassa in valore.

Chi ha beneficiato oltre ogni dire del cambiamento di rotta sono stati gli esportatori cinesi, che sempre nel 2017 hanno soddisfatto quasi tutta la domanda coreana di lavorati lapidei, lasciando all’Italia, alla Spagna ed agli altri esportatori tradizionali qualche fornitura di nicchia, con un valore complessivo non superiore, nel migliore dei casi, al cinque per cento complessivo. Il prezzo medio degli acquisti effettuati in Cina, che era stato di 16,7 dollari per metro quadrato equivalente dieci anni orsono, si è portato a 22,9 nel consuntivo per il 2017, restando inferiore di otto dollari al valore medio dell’export cinese di manufatti, e di ben 50 dollari a quello delle spedizioni italiane corrispondenti, che con oltre 72 dollari conservano la quotazione più alta a livello mondiale.

Le differenze di prezzo assumono rilevanza decisiva, ma si deve aggiungere che il prodotto cinese arriva in Corea nel giro di pochi giorni, mentre quello europeo richiede un tempo di percorrenza superiore di otto volte, e costi in proporzione. Ciò, senza contare la cosiddetta contiguità linguistica con la Cina, ed il fatto che parecchie imprese cinesi hanno investito nella Corea del Nord, creando altrettante iniziative di trasformazione nello specifico intento di servire il mercato sud-coreano.

Le ultime stime circa la produzione di cava nella Corea meridionale evidenziano che i bacini in attività si sarebbero ridotti a poche decine, mentre le unità di trasformazione risultano pari a qualche centinaio, con un’occupazione media di circa dieci addetti per azienda (comunque più che doppia rispetto a quella italiana). Da diversi anni sono state predisposte misure incentivanti, con riguardo prioritario alla semplificazione delle procedure e dell’iter di ottenimento o rinnovo delle concessioni, ma il loro impatto è stato relativo, tanto più che la successiva crisi mondiale ha colpito duramente anche la Corea, con ricadute conseguenti sull’edilizia che nonostante piani di rilancio basati sulla costruzione di 500 mila nuove abitazioni residenziali, nell’ultimo decennio ha fatto registrare una crescita media circoscritta al 2,6 per cento in ragione annua.

Quanto al lapideo, è inutile aggiungere che la concorrenza cinese ha fatto ridurre in misura particolarmente apprezzabile tutti gli investimenti, coinvolgendo anche quelli promozionali, come si è visto quando la fiera settoriale di Seul ha deciso di rinviare a tempi migliori la sua effettuazione. Non meno indicativo, poi, è che qualche iniziativa mista in Corea del Nord, diretta a valorizzare alcuni giacimenti di granito prossimi al confine, sia stata avviata anche da imprese sud-coreane, contribuendo al disgelo ormai in atto fra i due Paesi, ma evidenziando in modo palese che lo sviluppo del lapideo, anche in Estremo Oriente, batte bandiere nuove.

Distretti del marmo e della pietra: un’occasione perduta

Il mondo del marmo e della pietra cresce in fretta, tanto da avere triplicato la produzione e gli impieghi nel giro di una ventina d’anni: merito dell’avanzamento tecnologico che ha permesso di contenere i costi e di automatizzare ogni tipo di lavorazione, comprese quelle artistiche; e della costante rivalutazione del lapideo da parte della progettazione. Non rutti i Paesi, peraltro, hanno progredito in misura proporzionale: alcuni hanno fatto registrare incrementi quasi esponenziali, come nel caso della Cina, dell’India e di altre realtà asiatiche, mentre altri hanno segnato il passo.

Tra i casi di ristagno c’è quello dell’Italia, che non ha conservato le cifre assolute di produzione e di esportazione, ed ha visto fortemente ridimensionate le sue quote di mercato persino nel grezzo, ma soprattutto nel prodotto finito. Le cause maggiori di questa congiuntura sono state analizzate più volte e sono state individuate nella scarsa competitività di alcuni costi, come quelli energetici e finanziari; nella forte parcellizzazione aziendale; nelle difficoltà del credito e degli investimenti; e nelle permanenti carenze di comunicazione e di promozione.

Per porre rimedio a questa situazione, che avrebbe bisogno di adeguati interventi anche dal punto di vista istituzionale, erano stati creati otto Distretti settoriali, cui altri avrebbero potuto aggiungersi, secondo gli auspici di varie zone produttive. A parte quelli trainanti di Carrara e di Verona, non erano stati trascurati comprensori di buona consistenza (Friuli, Lazio, Liguria, Sardegna, Trentino), titolari di note esclusive, importanti anche dal punto di vista del commercio internazionale. La Sardegna, anzi, era presente con due diverse realtà (Gallura e Baronia).

I Distretti, che si auspicava potessero impostare azioni comuni di tutela del prodotto in chiave ambientale, distributiva e tecnologica, e perseguire obiettivi di ripresa ed ulteriore sviluppo, riguardavano un ventaglio merceologico esaustivo che andava dal marmo al granito, o dall’ardesia al porfido, vantando un elevato grado di specializzazione da cui discendeva, fra l’altro, che non fossero concorrenti ma complementari. Si potrebbe aggiungere che il carattere ufficiale dei Distretti pareva in grado di superare un altro fenomeno tipicamente italiano come la frammentazione associativa, caratterizzata, all’epoca, dalla presenza di oltre venti Soggetti operativi, la maggior parte dei quali a carattere locale, con evidenti dispersioni di energie.

Secondo le rilevazioni di competenza i Distretti potevano contare su circa 2.500 Aziende, con un’occupazione di 18.300 unità lavorative, pari, rispettivamente, al 29 ed al 37 per cento delle rispettive cifre globali italiane: gli addetti per Azienda risultavano 7,4 e superavano di oltre un quarto la corrispondente media nazionale (con un livello massimo di 13,2 a Verona, supportato dalla presenza di parecchie Aziende di cospicua dimensione, ed un livello minimo di 3,3 in Gallura, dove l’attività, prevalentemente estrattiva, era affidata a piccole squadre di cavatori). Si trattava, insomma, di una realtà diversificata ma comunque notevole, che costituiva una buona maggioranza relativa, anche se in altri comprensori si poteva giustamente aspirare ad analoghe attenzioni (si pensi ad Ossola, Botticino, Valle del Chiampo, Carso, Travertino Romano, zone tipiche di Puglia e Sicilia).

La logica distrettuale aveva dato buona prova in altri settori produttivi importanti, e quindi non c’era motivo di ritenere che ciò non potesse accadere anche per il marmo e per la pietra. Occorreva, naturalmente, che dalla fase programmatica si passasse rapidamente a quella operativa, traducendo la volontà politica in atti concreti, e dotando i Distretti delle strutture e dei mezzi finanziari indispensabili a portare a compimento, con efficacia e senza discriminazioni, un programma di forte valenza settoriale, tenuto conto delle notevoli incidenze socio-economiche e distributive del lapideo.

Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto: anzi, si è lasciato che i Distretti cessassero quasi di esistere, abbandonati dalla volontà politica, ma anche da quella imprenditoriale e dalle forze sociali, con un tacito “de profundis” indotto dalla rassegnazione, e prima ancora, dalla ritrosia nei confronti di qualsivoglia investimento collegato ad una logica di programma. Nel frattempo, il mondo lapideo ha continuato a correre, e le quote italiane di produzione, interscambio e consumo domestico, per non dire dei livelli occupazionali, si sono ulteriormente ridotte, lasciando agli altri protagonisti la conquista di ogni antico primato italiano (con la sola eccezione superstite di quello tecnologico). Si tratta di un bilancio negativo, cosa che può sempre accadere nella complessa congiuntura internazionale; ma soprattutto sconfortante, perché costituisce la conferma di un approccio dilettantesco, basato sulle chiacchiere, con cui i problemi del comparto lapideo italiano vengono affrontati ad ogni livello, e regolarmente lasciati senza soluzione, innescando gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti.

La storia non è maestra di vita, perché altrimenti non si continuerebbe a commettere gli errori del passato, ma quella dei Distretti nazionali del marmo e della pietra merita di essere conosciuta ed approfondita, perché costituisce un ulteriore esempio di occasioni perdute: cosa di cui l’Italia, purtroppo, continua ad essere maestra.

Valori estetici e culturali della pietra

La Scalata foto di Paula Elias

Le tradizioni della pietra si perdono nella notte dei tempi, cosa che ribadisce, assieme alla diffusione in tutto il mondo, la sua straordinaria universalità da riferire anche alla costanza, o meglio alla continuità con cui è stata utilizzata a scopo celebrativo, ancor prima che nelle costruzioni residenziali e nell’edilizia di rappresentanza. Del resto, non è forse vero che nel secondo libro della Bibbia viene data notizia della costruzione di un altare con le colonne di marmo? Evidentemente, il prodotto di natura aveva già acquisito un significato simbolico che poi ha confermato e che ribadisce la sua specifica peculiarità espressiva.

Al di là di questi valori, la pietra fu materiale da costruzione sin dall’antichità. La prima città di cui si conserva memoria storica, Gerico, venne edificata facendone ampio uso strutturale, che precede quello decorativo ma consente di scoprirlo in maniera quasi contestuale. Poi, ebbe ampio spazio nell’architettura religiosa ed in quella militare: in Brasile, ben prima che il primo telaio iniziasse a tagliare i blocchi nello scorcio conclusivo dell’Ottocento, i primi impieghi del granito furono destinati alle fortezze ed alle chiese.

La pietra è cultura, ancor prima di essere un prodotto industriale. Ciò si deve al suo impiego nell’arte plastica, non meno che nell’architettura: anche in questo caso, con tradizioni che risalgono alle civiltà più antiche, come quelle egiziana e greca, da cui sono stati tramandati autentici e sorprendenti capolavori. La pantera in diorite nera che fa bella mostra di sé al Louvre e che risale al terzo millennio avanti Cristo è un esempio particolarmente suggestivo dei livelli di assoluta perfezione che potevano essere raggiunti coi mezzi dell’epoca, oltre tutto lavorando un materiale di straordinaria durezza.

Oggi, l’uso lapideo è diventato ancora più esteso, e per usare un paradosso, ancora più universale, nel senso che ha perduto i caratteri elitari che aveva conservato fino alla metà del secolo scorso, senza rinunciare alle altre prerogative esaltate da uno straordinario progresso tecnico. Basti pensare che secondo note valutazioni compiute dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Siena i consumi di marmi e pietre che si sono avuti negli ultimi 70 anni hanno già superato tutti i precedenti, dai primordi in poi. Come si vede, la democratizzazione degli impieghi non è una trovata promozionale ma una realtà incontestabile.

La cultura della pietra ha trainato il consumo e non viceversa, intendendo quella di marmo, travertino, granito, ardesia e di tante altre pietre che hanno fruito del principio di iterazione dei comportamenti su cui si basa l’assunto pubblicitario. Si tratta di una cultura legata al fenomeno estetico e ad un concetto universale di bellezza ma non meno vincolata al fattore tecnologico, perché senza gli indici di resistenza e di durata che può vantare, per non dire degli altri parametri, il prodotto lapideo di natura non avrebbe potuto ascrivere un successo senza soluzioni di continuità, laddove parecchi materiali concorrenti hanno avuto glorie importanti ma effimere.

Per concludere con un noto aforisma, si può dire che se la pietra non fosse esistita si sarebbe dovuto inventarla. Per fortuna esiste, ed in misura talmente rilevante che nonostante la progressione degli impieghi molti giacimenti sono stati appena “assaggiati” mentre in diversi Paesi trainanti le valutazioni delle riserve accertate da coltivare e da valorizzare hanno permesso di definirne la durata in tempi biblici, talvolta secolari ed in qualche caso millenari. Va da sé che la pietra sarebbe un materiale “inerte” se non fosse intervenuto l’uomo con la sua capacità di scoprirne i pregi e le straordinarie capacità espressive; ma è altrettanto vero che senza il prodotto lapideo l’uomo sarebbe rimasto orfano di una “way of life” che, anche suo tramite, è diventata diversa e certamente migliore.

Morti bianche alle cave di Carrara

Varata a Carrara (Foto Daniele Canali / Marmonews.it)

La storia continua tristemente a ripetersi. Un altro lavoratore, stavolta addetto alla movimentazione di magazzino, ha perduto la vita in un deposito di Marina di Carrara: le circostanze dell’incidente sono tuttora da approfondire, ma certamente surreali, perché secondo le cronache immediate il blocco di marmo che ha colpito questo nuovo Caduto era già stato posizionato. Come se non bastasse, c’è un particolare allucinante: il lavoratore, un giovane di 37 anni che lascia la moglie ed un figlio piccolo, aveva un contratto settimanale, ed aveva iniziato a prestare la propria opera da due giorni, verosimilmente senza alcuna specifica preparazione professionale.

Cave e cantieri sono entrati immediatamente in sciopero, secondo un rituale che si può comprendere in chiave emozionale, ma che certamente non risolve il problema della sicurezza, nonostante tutti gli sforzi che si sono compiuti a livello normativo ed organizzativo. Senza voler anticipare le conclusioni delle indagini che saranno esperite dalla Magistratura competente e dagli Organi di controllo, sembra di poter dire che esistano tuttora sacche di pressappochismo, se non anche di faciloneria, sempre da condannare: a più forte ragione, in un settore come quello lapideo dove il problema della sicurezza è assolutamente fondamentale, in primo luogo a livello preventivo.

Il Sindacato di maggiore riferimento nazionale e locale ha parlato senza mezzi termini di fallimento, ma tutti sanno che quella di estrazione e lavorazione del marmo e della pietra è un’attività importante, destinata ad andare avanti nonostante gli incidenti, il cui numero colloca il settore fra i più pericolosi, nonostante uno sviluppo tecnico che non è azzardato definire esponenziale. Proprio per questo, occorre che le attenzioni siano effettive, e corrispondano ad un vero e proprio imperativo categorico, quand’anche dovessero condizionare, comunque marginalmente, i livelli della produttività. E’ un assunto di cui bisogna prendere atto con scienza e coscienza, anzi tutto in campo istituzionale, ma nello stesso tempo, da parte delle imprese e di tutte le forze sociali.

Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, scrisse che la vita è cosa grottesca, inutile e senza senso, con una dichiarazione oggettivamente opinabile, ma in qualche caso non del tutto impertinente, come si può dire per certi incidenti sul lavoro dovuti ad incuria ed incompetenza. Un cavatore apuano dei primi anni cinquanta aveva scritto, assai meglio di Freud, che “si lavora perché ciascuno di noi è come una ruota di vita nell’ingranaggio del mondo” e che gli uomini del marmo sono “creditori di anima”. Ecco un alto messaggio di speranza e di fede che nel momento di questo nuovo lutto e della partecipazione al dolore dei familiari e dei lavoratori, è bene affidare alle riflessioni comuni, ma soprattutto all’impegno collettivo che ne deve necessariamente scaturire.

STONE + TECH: Ottimo consuntivo per la Fiera tedesca del Giubileo

Con 338 Espositori provenienti da 28 Paesi e 12 mila Visitatori altamente professionalizzati, la Fiera lapidea di Norimberga, giunta alla ventesima edizione biennale, ha celebrato in modo assai positivo questo suo prestigioso Giubileo, che la colloca tra le Manifestazioni settoriali di maggiore tradizione e di forte valenza tecnico-commerciale, ma nello stesso tempo, culturale. Le espressioni di soddisfazione formulate dalla Direttrice Beate Fischer, dal Presidente del DNV (Deutscher Naturstein Verband) Joachim Grueter, e da quello del BIV (Federazione degli Artigiani) Gustav Treulieb, debbono essere pienamente condivise, non tanto quale commento di circostanza, quanto come effettiva e pertinente valutazione dei risultati.

E’ passata molta acqua sotto i ponti dai tempi dell’esordio, quando la Stone+Tech era stata riservata agli operatori tedeschi: oggi, la Fiera di Norimberga ha raggiunto una dimensione internazionale consolidata, con interessi di particolare rilievo nell’impiantistica di laboratorio e di finitura, conforme alla struttura prevalente dell’industria lapidea nazionale; e nel settore di trasformazione, per il comparto artistico e monumentale (non a caso, quella di Norimberga è stata la prima Manifestazione a riservare attenzioni specifiche alla funeraria infantile ed a quella per gli animali da compagnia).

Le iniziative collaterali sono state rivolte in maniera specifica, secondo una buona tradizione altrettanto significativa, alle questioni dell’ambiente ed al livello tecnologico ed estetico degli impieghi, in una logica di cooperazione internazionale che si è tradotta, fra l’altro, nel conferimento del Premio “Paths of Life” (riservato ai giovani Artigiani della pietra) al polacco Albert Wrotnowski, mentre la svizzera Esther Schmelcher si è classificata al secondo posto.

Sul piano economico-commerciale, la Fiera ha confermato il buon momento della Germania, in specie nella sua qualità di primo Paese importatore europeo (e quarto importatore mondiale) con un flusso in entrata relativo al 2017 pari a circa due milioni di tonnellate, costituite in larga maggioranza da prodotti finiti, collocandosi non lontano dal massimo storico del 2001, quando gli acquisti raggiunsero 2,4 milioni. Nondimeno, l’industria tedesca si attesta su livelli interessanti anche sul piano dell’export, avendo collocato sui mercati esteri, sempre nel 2017, e sempre con prevalenza del materiale lavorato, circa mezzo milione di tonnellate, pari al 10 per mille dell’interscambio mondiale.

Non meno importanti sono i consuntivi tedeschi nel campo delle tecnologie, con la Germania che occupa il secondo posto europeo nell’export di macchine settoriali, dopo l’Italia; ed il primo in quello dei materiali di consumo (abrasivi e dischi diamantati).

In tutta sintesi, quella di Norimberga è una Fiera viva, come attesta, fra l’altro, il considerevole numero delle “new entries” nell’ambito delle Aziende espositrici. Soprattutto, una Fiera che può guardare con ragionevole fiducia al futuro di un settore come quello lapideo, la cui espansione mondiale continua quasi ininterrottamente da almeno un trentennio, supportata da crescenti preferenze della progettazione qualificata e di una clientela sempre attenta ad effettuare scelte in grado di coniugare la qualità tecnologica ed estetica dei materiali con una competitività economica garantita dalla costante ottimizzazione dei processi produttivi.

Lapideo e Cina: un primato relativo

Per molti anni, la dinamica dell’interscambio lapideo era stata tale da indurre la facile presunzione di una “leadership” sostanzialmente inattaccabile, ma l’evoluzione del mercato mondiale è stata tanto rapida da imporre la revisione di questo assunto: nel 2017, l’export cinese ha fatto registrare un’ulteriore riduzione che si è aggiunta a quella degli anni precedenti, tanto da perdere due milioni di tonnellate nel ragguaglio triennale, e contestualmente, quasi due miliardi di dollari. Sul piano dei volumi, si è dovuto registrare il sorpasso da parte dell’India, dovuto alla crescita davvero impetuosa del suo export di granito grezzo; alla Cina resta un ampio primato sul piano del corrispettivo in valuta, ma la competizione è nuovamente aperta.

Meno critica risulta la tendenza dell’import, dove gli acquisti cinesi, in larga maggioranza di grezzi, hanno recuperato quasi integralmente le flessioni dell’ultimo biennio, sia in quantità che in valore, attestandosi rispettivamente intorno a 14,7 milioni di tonnellate, e due miliardi e mezzo di dollari.

In effetti, produzione e consumi interni sono aumentati in misura superiore all’interscambio, trainando anche gli acquisti dall’estero, che sono diventati più selettivi, soprattutto nei calcarei, inducendo una crescita significativa nel carico delle segherie e dei laboratori locali. Anche per questo, l’esportazione ha segnato il passo, beninteso in senso relativo, con particolare riguardo alla riconsiderazione delle scelte di alta redditività che avevano caratterizzato la congiuntura cinese fino al 2015. In sostanza, sostenere che il comparto lapideo della Cina sia in crisi sarebbe deviante: caso mai, si deve parlare di una domanda interna tuttora esuberante, tanto da condizionare, sia pure in parte minoritaria, le spedizioni all’estero.

Le flessioni più vistose dell’export si sono avute nei grezzi, soprattutto di granito, con spedizioni che nel giro di un triennio hanno ascritto un autentico crollo, pari a quattro quinti del totale, mentre hanno tenuto bene i lavorati, con particolare riguardo a quelli di alto valore aggiunto, peraltro sempre lontani dal massimo storico del 2011, nei cui confronti continua a rilevarsi un decremento non lontano dal milione e mezzo di tonnellate. Del pari, l’indice generale delle spedizioni all’estero di marmi e pietre è sceso a 514 punti, contro i 526 dell’anno precedente ed i 613 del predetto massimo corrispondente. Per quanto riguarda la ripartizione merceologica, ormai sostanzialmente consolidata, la quota complessiva del grezzo si è ridotta al quattro per cento, mentre i prodotti finiti hanno raggiunto quota 96, confermando la vocazione ormai assoluta della Cina per l’export del valore aggiunto.

Nel fatturato estero, l’apporto dei grezzi è sceso a circa 50 milioni e non arriva ad incidere sul totale nemmeno nella misura di un solo punto, mentre nei lavorati, fermo restando il livello di quelli semplici, è da sottolineare il calo degli speciali (cod. 68.02) che è stato superiore al miliardo di dollari, ragguagliandosi al 18 per cento e fermandosi a 5,15 miliardi di dollari. In tutta sintesi, la svolta dell’export lapideo cinese avutasi nell’ultimo biennio ha lasciato il segno soprattutto in valore: alla pressione della domanda interna si è aggiunto il calo di tensione in quella estera, specialmente nell’ambito di alcuni mercati lontani, mentre è stato meno apprezzabile l’apporto della svalutazione monetaria, visto il ben diverso impatto percentuale delle spedizioni in parola.

Il prezzo medio per unità di prodotto, spuntato dagli esportatori cinesi, è cresciuto nel grezzo, peraltro sostanzialmente ininfluente sul bilancio complessivo stanti le basse quantità di blocchi e lastre spediti all’estero, mentre ha evidenziato una caduta quasi verticale nel prodotto finito, dove ha perso quasi sette dollari per metro quadrato equivalente, scendendo a poco più di 30 e contabilizzando un regresso di circa 18 punti, che va ad aggiungersi ai dieci dell’anno precedente. Non si tratta più di una sosta fisiologica, come poteva sembrare all’atto di inversione di un ciclo positivo tradotto in sette aumenti consecutivi con largo raddoppio del prezzo medio ascritto nel 2009; al contrario, si tratta – quanto meno – di un ritorno assai veloce alla vecchia prassi di programmare le destinazioni dell’export con evidenti preferenze per quelle più interessate all’import di materiali correnti.

Tutte le spedizioni di lavorati speciali che vanno per la maggiore hanno dato luogo a decrementi più o meno accentuati con la sola eccezione della Russia ma sul piano dei valori unitari permangono differenze assai ampie, con prezzi massimi spuntati negli Stati Uniti ed in Giappone, mentre i più bassi risultano quelli praticati in Germania, Belgio e Olanda, confermando la paradossale preferenza di questi mercati mitteleuropei per materiali molto economici. Ad un livello appena superiore si sono collocate le vendite cinesi in Corea del Sud, che nonostante il regresso complessivo resta l’emporio leader, con oltre un quarto del fatturato. In ogni caso, il ventaglio delle destinazioni conserva una rilevanza sostanzialmente inimitabile, essendo riferito ad oltre duecento Paesi di tutto il mondo.

Nelle importazioni, attirate dalla crescita dei consumi interni di cui si è detto, e costituite quasi totalmente da materiali grezzi, la preferenza per marmo e travertino ha fatto crescere sensibilmente il vantaggio dei calcarei sui silicei, con incrementi rispettivi nell’ordine dei 500 e dei cento milioni di dollari riportandosi non lontano dal massimo che era stato raggiunto nel 2014, e mettendo in luce un aumento del prezzo medio piuttosto rilevante proprio per i calcarei dove si è ragguagliato al 18 per cento, mentre è fortemente diminuito quello dei lavorati, praticamente dimezzato nel giro di un biennio. Ciò senza dire delle flessioni di lungo periodo, peraltro da interpretare alla luce del carattere elitario che ebbero quelle storiche, di cui ai consuntivi per gli anni novanta quando le attività industriali della Cina erano ancora minime.

Un esame disaggregato dell’import è significativo soltanto per i grezzi: al riguardo, nei calcarei è da porre in risalto il mantenimento della quota turca su livelli decisamente maggioritari, con un nuovo massimo pari ad oltre 950 milioni di dollari ed una crescita in cifra assoluta pari al 40,9 per cento, mentre l’Italia è salita in seconda posizione, con un valore di 185 milioni che risulta quasi raddoppiato ma esprime una quota di poco superiore ai dieci punti . D’altra parte, tutti gli acquisti maggiori effettuati dagli importatori cinesi nel corso del 2017 risultano in aumento, fatta eccezione per le provenienze dal Pakistan.

Invece, in campo siliceo un primato ancora più assoluto è quello dell’India, nuova primatista mondiale dell’export lapideo complessivo e leader altrettanto planetario del granito, le cui vendite alla Cina hanno confermato la copertura di oltre due terzi del totale, seguite a lunga distanza dal Brasile, ed ancora più lontano, dagli altri produttori, ma con cifre appena apprezzabili riferibili ai soli Norvegia e Portogallo. In sintesi, il mercato cinese d’importazione esprime una preferenza spiccata, sul piano calcareo per la Turchia, e nel campo siliceo per l’India, alla stregua certamente prioritaria della competitività economica, ma nello stesso tempo, di un’offerta molto ampia e selezionata di materiali, idonea a soddisfare in modo esaustivo le esigenze del mercato.

Carlo Montani

(Fonte: XXIX Rapporto marmo e pietre nel mondo, Casa di Edizioni Aldus, Carrara 2018)

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