Madagascar: Occasioni di sviluppo lapideo nel terzo mondo

Il mondo del marmo e della pietra, accanto ad un numero relativamente alto di Paesi sviluppati che controllano la maggioranza della produzione e degli impieghi, annovera un’ampia schiera di altri Stati in cui la valorizzazione del materiale lapideo, nonostante la sua riconosciuta idoneità ad avviare strategie di sviluppo, è tuttora agli inizi. Le cause del ritardo sono parecchie, ma le maggiori vanno individuate in mancanza di tradizioni, infrastrutture carenti, difficoltà professionali; e soprattutto nei problemi finanziari che ostacolano gli investimenti pubblici e privati.

Un caso tipico è quello del Madagascar, la grande isola francofona dell’Oceano Indiano (quarta nel mondo per estensione) che nonostante l’indipendenza conquistata nel lontano 1958, una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’Italia, ed una popolazione in rapida crescita, quadruplicata in mezzo secolo e pervenuta agli attuali 25 milioni di abitanti con evidenti forti problemi sociali, sta finalmente avviando nuove iniziative per valorizzare le sue pietre, grazie all’intervento della cooperazione estera, ed in particolare italiana, rivolta all’estrazione di materiali esclusivi – soprattutto silicei – in grado di affermarsi con successo sul mercato internazionale.

L’export lapideo malgascio è sempre stato minimo, e generalmente circoscritto ad alcune partite di granito grezzo, con riguardo prioritario a quelli di pigmentazione accesa, meno diffusi nel mondo ed in quanto tali, oggetto di domanda qualitativamente elevata. Basti dire che nel 2017 il flusso in uscita è stato pari a circa 10 mila tonnellate, ovvero allo 0.2 per mille dell’interscambio planetario in volume, mentre vent’anni prima aveva raggiunto le duemila tonnellate, con incidenza analoga e nessun picco intermedio. E’ inutile aggiungere che le spedizioni del lavorato sono ininfluenti, limitandosi a qualche apporto dell’oggettistica artigianale, mentre l’import è quasi inesistente, tanto da essersi fermato, sempre nel 2017, intorno a 40 mila metri quadrati di materiale proveniente dalla Cina e dall’India, con un volume minimo non difforme da quello del 1998 (con la differenza che all’epoca si trattava quasi esclusivamente di marmo italiano).

Altrettanto marginali risultano gli acquisti di tecnologie per la pietra da parte del Madagascar, con un volume d’affari che nel 2017 si è limitato a 240 mila dollari, contro i 320 mila del 2016, e cifre analoghe per gli anni precedenti. In tutta evidenza, non esiste un’attività industriale trasformatrice, rastremando l’utilizzo della pietra lavorata ai monumenti funerari di élite. Del resto, la tradizione dell’edilizia malgascia, sin dai tempi coloniali, è stata orientata prevalentemente al laterizio, stanti le cospicue disponibilità di argille che hanno valso al Madagascar la tradizionale denominazione di Isola Rossa.

In chiave generale, l’industrializzazione malgascia è tuttora episodica: fatta eccezione per qualche iniziativa in campo tessile od alimentare, anche il settore minerario di prima categoria non è stato in grado di valorizzare compiutamente le proprie risorse, all’infuori delle pietre preziose destinate alla gioielleria estera. Ecco un buon motivo in più per auspicare adeguati interventi infrastrutturali in favore dello sviluppo di un grande Paese come il Madagascar e della disponibilità ad investire anche nel settore lapideo dimostrata dalle iniziative della cooperazione privata: in primo luogo, dal “know-how” italiano.

Il settore lapideo in Corea del Sud

Le mutazioni strategiche del settore lapideo, con particolare riguardo a quelle dell’ultimo ventennio, acquistano motivi di specifica evidenza nel caso di Paesi che hanno abdicato al ruolo di produttori per assumere quello di acquirenti del manufatto pronto per la messa in opera. I loro consumi, ben lungi dall’essere in flessione, ne hanno tratto rinnovato impulso, ma le politiche di valorizzazione delle risorse locali sono finite in lista d’attesa, con grande vantaggio per gli esportatori esteri, ed in primo luogo per i nuovi protagonisti del mercato globale.

Da questo punto di vista, appare emblematico quanto è accaduto nella Corea del Sud, i cui approvvigionamenti di lavorati sono aumentati di circa 90 volte, balzando dalle 40 mila tonnellate del 1994 ai due milioni e mezzo del 2007 ed ai 3,6 milioni del 2017, cui corrispondono circa 70 milioni di metri quadrati equivalenti (allo spessore convenzionale di cm. 2). Nel frattempo, le produzioni domestiche hanno fatto registrare continue flessioni, riducendosi a quantitativi sostanzialmente frizionali. Del resto, lo stesso import di grezzi si è contratto fino al punto da costituire circa l’uno per cento di quello quantitativo globale, ed una quota ancora più bassa in valore.

Chi ha beneficiato oltre ogni dire del cambiamento di rotta sono stati gli esportatori cinesi, che sempre nel 2017 hanno soddisfatto quasi tutta la domanda coreana di lavorati lapidei, lasciando all’Italia, alla Spagna ed agli altri esportatori tradizionali qualche fornitura di nicchia, con un valore complessivo non superiore, nel migliore dei casi, al cinque per cento complessivo. Il prezzo medio degli acquisti effettuati in Cina, che era stato di 16,7 dollari per metro quadrato equivalente dieci anni orsono, si è portato a 22,9 nel consuntivo per il 2017, restando inferiore di otto dollari al valore medio dell’export cinese di manufatti, e di ben 50 dollari a quello delle spedizioni italiane corrispondenti, che con oltre 72 dollari conservano la quotazione più alta a livello mondiale.

Le differenze di prezzo assumono rilevanza decisiva, ma si deve aggiungere che il prodotto cinese arriva in Corea nel giro di pochi giorni, mentre quello europeo richiede un tempo di percorrenza superiore di otto volte, e costi in proporzione. Ciò, senza contare la cosiddetta contiguità linguistica con la Cina, ed il fatto che parecchie imprese cinesi hanno investito nella Corea del Nord, creando altrettante iniziative di trasformazione nello specifico intento di servire il mercato sud-coreano.

Le ultime stime circa la produzione di cava nella Corea meridionale evidenziano che i bacini in attività si sarebbero ridotti a poche decine, mentre le unità di trasformazione risultano pari a qualche centinaio, con un’occupazione media di circa dieci addetti per azienda (comunque più che doppia rispetto a quella italiana). Da diversi anni sono state predisposte misure incentivanti, con riguardo prioritario alla semplificazione delle procedure e dell’iter di ottenimento o rinnovo delle concessioni, ma il loro impatto è stato relativo, tanto più che la successiva crisi mondiale ha colpito duramente anche la Corea, con ricadute conseguenti sull’edilizia che nonostante piani di rilancio basati sulla costruzione di 500 mila nuove abitazioni residenziali, nell’ultimo decennio ha fatto registrare una crescita media circoscritta al 2,6 per cento in ragione annua.

Quanto al lapideo, è inutile aggiungere che la concorrenza cinese ha fatto ridurre in misura particolarmente apprezzabile tutti gli investimenti, coinvolgendo anche quelli promozionali, come si è visto quando la fiera settoriale di Seul ha deciso di rinviare a tempi migliori la sua effettuazione. Non meno indicativo, poi, è che qualche iniziativa mista in Corea del Nord, diretta a valorizzare alcuni giacimenti di granito prossimi al confine, sia stata avviata anche da imprese sud-coreane, contribuendo al disgelo ormai in atto fra i due Paesi, ma evidenziando in modo palese che lo sviluppo del lapideo, anche in Estremo Oriente, batte bandiere nuove.

Lapideo e Cina: un primato relativo

Per molti anni, la dinamica dell’interscambio lapideo era stata tale da indurre la facile presunzione di una “leadership” sostanzialmente inattaccabile, ma l’evoluzione del mercato mondiale è stata tanto rapida da imporre la revisione di questo assunto: nel 2017, l’export cinese ha fatto registrare un’ulteriore riduzione che si è aggiunta a quella degli anni precedenti, tanto da perdere due milioni di tonnellate nel ragguaglio triennale, e contestualmente, quasi due miliardi di dollari. Sul piano dei volumi, si è dovuto registrare il sorpasso da parte dell’India, dovuto alla crescita davvero impetuosa del suo export di granito grezzo; alla Cina resta un ampio primato sul piano del corrispettivo in valuta, ma la competizione è nuovamente aperta.

Meno critica risulta la tendenza dell’import, dove gli acquisti cinesi, in larga maggioranza di grezzi, hanno recuperato quasi integralmente le flessioni dell’ultimo biennio, sia in quantità che in valore, attestandosi rispettivamente intorno a 14,7 milioni di tonnellate, e due miliardi e mezzo di dollari.

In effetti, produzione e consumi interni sono aumentati in misura superiore all’interscambio, trainando anche gli acquisti dall’estero, che sono diventati più selettivi, soprattutto nei calcarei, inducendo una crescita significativa nel carico delle segherie e dei laboratori locali. Anche per questo, l’esportazione ha segnato il passo, beninteso in senso relativo, con particolare riguardo alla riconsiderazione delle scelte di alta redditività che avevano caratterizzato la congiuntura cinese fino al 2015. In sostanza, sostenere che il comparto lapideo della Cina sia in crisi sarebbe deviante: caso mai, si deve parlare di una domanda interna tuttora esuberante, tanto da condizionare, sia pure in parte minoritaria, le spedizioni all’estero.

Le flessioni più vistose dell’export si sono avute nei grezzi, soprattutto di granito, con spedizioni che nel giro di un triennio hanno ascritto un autentico crollo, pari a quattro quinti del totale, mentre hanno tenuto bene i lavorati, con particolare riguardo a quelli di alto valore aggiunto, peraltro sempre lontani dal massimo storico del 2011, nei cui confronti continua a rilevarsi un decremento non lontano dal milione e mezzo di tonnellate. Del pari, l’indice generale delle spedizioni all’estero di marmi e pietre è sceso a 514 punti, contro i 526 dell’anno precedente ed i 613 del predetto massimo corrispondente. Per quanto riguarda la ripartizione merceologica, ormai sostanzialmente consolidata, la quota complessiva del grezzo si è ridotta al quattro per cento, mentre i prodotti finiti hanno raggiunto quota 96, confermando la vocazione ormai assoluta della Cina per l’export del valore aggiunto.

Nel fatturato estero, l’apporto dei grezzi è sceso a circa 50 milioni e non arriva ad incidere sul totale nemmeno nella misura di un solo punto, mentre nei lavorati, fermo restando il livello di quelli semplici, è da sottolineare il calo degli speciali (cod. 68.02) che è stato superiore al miliardo di dollari, ragguagliandosi al 18 per cento e fermandosi a 5,15 miliardi di dollari. In tutta sintesi, la svolta dell’export lapideo cinese avutasi nell’ultimo biennio ha lasciato il segno soprattutto in valore: alla pressione della domanda interna si è aggiunto il calo di tensione in quella estera, specialmente nell’ambito di alcuni mercati lontani, mentre è stato meno apprezzabile l’apporto della svalutazione monetaria, visto il ben diverso impatto percentuale delle spedizioni in parola.

Il prezzo medio per unità di prodotto, spuntato dagli esportatori cinesi, è cresciuto nel grezzo, peraltro sostanzialmente ininfluente sul bilancio complessivo stanti le basse quantità di blocchi e lastre spediti all’estero, mentre ha evidenziato una caduta quasi verticale nel prodotto finito, dove ha perso quasi sette dollari per metro quadrato equivalente, scendendo a poco più di 30 e contabilizzando un regresso di circa 18 punti, che va ad aggiungersi ai dieci dell’anno precedente. Non si tratta più di una sosta fisiologica, come poteva sembrare all’atto di inversione di un ciclo positivo tradotto in sette aumenti consecutivi con largo raddoppio del prezzo medio ascritto nel 2009; al contrario, si tratta – quanto meno – di un ritorno assai veloce alla vecchia prassi di programmare le destinazioni dell’export con evidenti preferenze per quelle più interessate all’import di materiali correnti.

Tutte le spedizioni di lavorati speciali che vanno per la maggiore hanno dato luogo a decrementi più o meno accentuati con la sola eccezione della Russia ma sul piano dei valori unitari permangono differenze assai ampie, con prezzi massimi spuntati negli Stati Uniti ed in Giappone, mentre i più bassi risultano quelli praticati in Germania, Belgio e Olanda, confermando la paradossale preferenza di questi mercati mitteleuropei per materiali molto economici. Ad un livello appena superiore si sono collocate le vendite cinesi in Corea del Sud, che nonostante il regresso complessivo resta l’emporio leader, con oltre un quarto del fatturato. In ogni caso, il ventaglio delle destinazioni conserva una rilevanza sostanzialmente inimitabile, essendo riferito ad oltre duecento Paesi di tutto il mondo.

Nelle importazioni, attirate dalla crescita dei consumi interni di cui si è detto, e costituite quasi totalmente da materiali grezzi, la preferenza per marmo e travertino ha fatto crescere sensibilmente il vantaggio dei calcarei sui silicei, con incrementi rispettivi nell’ordine dei 500 e dei cento milioni di dollari riportandosi non lontano dal massimo che era stato raggiunto nel 2014, e mettendo in luce un aumento del prezzo medio piuttosto rilevante proprio per i calcarei dove si è ragguagliato al 18 per cento, mentre è fortemente diminuito quello dei lavorati, praticamente dimezzato nel giro di un biennio. Ciò senza dire delle flessioni di lungo periodo, peraltro da interpretare alla luce del carattere elitario che ebbero quelle storiche, di cui ai consuntivi per gli anni novanta quando le attività industriali della Cina erano ancora minime.

Un esame disaggregato dell’import è significativo soltanto per i grezzi: al riguardo, nei calcarei è da porre in risalto il mantenimento della quota turca su livelli decisamente maggioritari, con un nuovo massimo pari ad oltre 950 milioni di dollari ed una crescita in cifra assoluta pari al 40,9 per cento, mentre l’Italia è salita in seconda posizione, con un valore di 185 milioni che risulta quasi raddoppiato ma esprime una quota di poco superiore ai dieci punti . D’altra parte, tutti gli acquisti maggiori effettuati dagli importatori cinesi nel corso del 2017 risultano in aumento, fatta eccezione per le provenienze dal Pakistan.

Invece, in campo siliceo un primato ancora più assoluto è quello dell’India, nuova primatista mondiale dell’export lapideo complessivo e leader altrettanto planetario del granito, le cui vendite alla Cina hanno confermato la copertura di oltre due terzi del totale, seguite a lunga distanza dal Brasile, ed ancora più lontano, dagli altri produttori, ma con cifre appena apprezzabili riferibili ai soli Norvegia e Portogallo. In sintesi, il mercato cinese d’importazione esprime una preferenza spiccata, sul piano calcareo per la Turchia, e nel campo siliceo per l’India, alla stregua certamente prioritaria della competitività economica, ma nello stesso tempo, di un’offerta molto ampia e selezionata di materiali, idonea a soddisfare in modo esaustivo le esigenze del mercato.

Carlo Montani

(Fonte: XXIX Rapporto marmo e pietre nel mondo, Casa di Edizioni Aldus, Carrara 2018)

Il settore lapideo in Indonesia

Fra le realtà emergenti del terzo mondo, con particolare riguardo a quelle del Sud Est asiatico, l’Indonesia appartiene certamente a quelle contraddistinte dalle maggiori potenzialità di sviluppo, se non altro per l’ampiezza delle sue dimensioni geografiche e strategiche: con quasi due milioni di kmq. e 235 milioni di abitanti, si tratta del quarto Paese in cifra assoluta per quanto attiene alla componente demografica, distribuita su circa 18 mila isole, e cresciuta di circa venti milioni nel giro di un decennio. Una realtà che possiede in Giakarta, dove vivono oltre 13 milioni di persone, uno dei maggiori aggregati urbani a livello planetario.

Negli ultimi anni, il prodotto interno lordo ha fatto registrare una forte accelerazione, portandosi intorno ai mille miliardi di dollari in cifra assoluta, ed oltre gli 11 mila nel ragguaglio pro-capite: cosa che, pur evidenziando l’esistenza di un forte divario negativo nei confronti dei maggiori Paesi sviluppati, testimonia che i processi di crescita offrono occasioni importanti anche dal punto di vista dell’interscambio.

Il comparto lapideo non fa eccezione: non a caso, nel 2017 l’importazione indonesiana dei lapidei di pregio ha superato i due milioni di quintali, equamente suddivisi tra grezzi e lavorati, ragguagliandosi allo 0,5 per cento del flusso quantitativo mondiale: cifra significativa ma notevolmente inferiore alle potenzialità, se non altro alla luce della condizione demografica di cui si diceva, e degli effetti indotti sulla vivace attività edilizia. Per quanto concerne le singole provenienze, è quasi pleonastico sottolineare che la maggioranza assoluta dei volumi acquisiti risulta di provenienza cinese, con quote ragguardevoli, nelle posizioni immediatamente successive, spedite dall’India e dall’Italia: quest’ultima, quindi, capace di mantenere un ruolo importante nelle forniture di nicchia, ad alto valore aggiunto.

Dal canto suo, l’export lapideo dall’Indonesia si è attestato intorno al milione di quintali, pari alla metà dell’import: in questo caso, con una discreta prevalenza del prodotto finito e con destinazioni largamente prevalenti, nell’ordine, a Stati Uniti, Australia e Corea del Sud, mentre risultano complementari, se non anche marginali, quelle dirette in Cina ed Europa.

Nel campo delle tecnologie di lavorazione della pietra, l’Indonesia dipende quasi esclusivamente dagli approvvigionamenti esteri, con un flusso di acquisti che, sempre nel 2017, ha interessato un giro d’affari nell’ordine dei 21,4 milioni di dollari, provenienti per oltre il 50 per cento dall’Italia, che ha confermato la sua tradizionale leadership anche su questo mercato, mentre la cifra a saldo è stata coperta in larga maggioranza dalla Cina. Nuove opportunità di penetrazione commerciale sono state offerte anche dalla nuova fiera internazionale “Stone Indonesia” di Giakarta, ma la preferenza per il “know-how” italiano, in riconoscimento dei tradizionali requisiti di qualità, rendimenti e sicurezza, viene da lontano, e si caratterizza per una lunga serie di successi.

In tutta sintesi, pur nell’ambito di un mercato orientato prevalentemente al consumo interno, l’Italia riesce a conservare posizioni di tutto rispetto nelle forniture di marmi e pietre, sia grezzi che lavorati, e soprattutto, una condizione di significativo primato in quelle di macchine ed impianti. Ciò risulta tanto più apprezzabile in un mondo che si distingue per una crescente selettività, ma nello stesso tempo, per rinnovate e motivate attenzioni nei confronti della qualità.

Graniti e pietre del Brasile: dalle origini coloniali al nuovo millennio

La valorizzazione delle pietre brasiliane come prodotti strutturali per l’edilizia ebbe inizio nell’epoca coloniale, grazie all’opera congiunta dei missionari e dei militari, ed alla duplice esigenza di costruire, da una parte, luoghi di ricovero e di culto, e dall’altra, vere e proprie fortezze in grado di supportare l’espansione verso le grandi estensioni territoriali del’occidente e del settentrione. Ciò, con uno sguardo di particolare attenzione ai sistemi fluviali, cominciando da quelli dell’Amazzonia, la cui rete navigabile comprensiva dei tanti affluenti si colloca nell’ordine di 20 mila chilometri.

All’inizio, talune fortezze vennero costruite utilizzando pietre d’importazione provenienti dal Portogallo, alcune delle quali insistono tuttora nella foresta tropicale, come quella del celebre “Presepio” nel Mato Grosso, munita di improbabili ed obsoleti cannoni (1). In genere, l’uso lapideo nell’architettura militare con lavorazioni a massello od a spacco di cava fu prevalente su quello religioso, almeno sino a quando le esigenze di una difesa non disgiunta dalla conquista e dall’occupazione di nuove terre rimasero inderogabili. D’altra parte, la difficoltà e l’onerosità dei trasporti dal Vecchio Continente conferirono un rapido impulso alla sostituzione del prodotto europeo con quelli indigeni.

Per lungo tempo, l’impiego della pietra rimase limitato alle opere strutturali, con rare eccezioni decorative, perché le condizioni tecniche non consentivano un’evoluzione in senso paleoindustriale come quella ellenica, iberica od italiana, in cui la cultura della pietra poteva vantare una storia plurimillenaria. In Brasile, il salto qualitativo e quantitativo fu rapidamente compiuto dopo l’unità nazionale ed il sofferto riconoscimento della sua indipendenza da parte portoghese (1825), grazie all’immigrazione dall’Europa, ed in primo luogo proprio dall’Italia, quasi a suggellare sin dall’inizio un rapporto preferenziale che avrebbe caratterizzato la congiuntura lapidea sino al nuovo millennio.

Non a caso, risale alla seconda metà dell’Ottocento l’inizio della trasformazione industriale delle pietre locali, grazie al primo telaio importato dagli emigranti veneti, che avrebbe fatto scuola per giungere agli attuali 1500. Poi, fece seguito una lunga fase non meno importante di acquisti del manufatto italiano, segnatamente calcareo, di provenienza prevalente dal comprensorio apuano (2), mentre la valorizzazione sistematica del prodotto domestico avrebbe avuto massimo impulso dai decenni centrali del Novecento in avanti, con l’applicazione del diamante alle attività trasformatrici, ed infine, con quella del controllo numerico, che avrebbero permesso anche al granito di avviare un processo di espansione decisamente impetuoso, con riguardo particolare a quello ascritto nell’ultimo trentennio (3).

Oggi, il Brasile lapideo è la quinta potenza mondiale in campo produttivo e distributivo, con punti di forza di particolare impatto nel mercato interno e soprattutto nell’ambito dell’export, dove è primatista assoluto per quanto riguarda le spedizioni negli Stati Uniti, primo emporio mondiale (4). Dall’epoca coloniale ha fatto passi che non è azzardato definire giganteschi: tra l’altro, grazie all’apporto decisivo della tecnologia italiana, che fornisce tuttora la maggioranza assoluta delle macchine e degli impianti per la produzione e la trasformazione della pietra: ecco una sinergia di forte tradizione, decisamente consolidata, e certamente idonea a perseguire obiettivi di ulteriore sviluppo.

Carlo Montani

Annotazioni

(1) – Massimo Jacopi, Brasile: una Nazione verso il futuro, Edizioni Italo Svevo, Trieste 2010, pagg. 120. Tra le fortezze di maggiore rilevanza architettonica e strategica si ricorda anche quella di Manaus fondata nel 1669. L’occupazione completa dell’Amazzonia e del grande Nord avrebbe avuto termine soltanto nel secolo XVIII.

(2) – A metà del Novecento, il Brasile importava non oltre 10 mila tonnellate di manufatti lapidei, quasi esclusivamente italiani, provenienti in larga maggioranza da Carrara, mentre la sua produzione domestica, limitata al marmo bianco ed a pochi colorati (il granito era sempre oggetto di soli impieghi strutturali senza alto valore aggiunto) si limitava a novemila tonnellate (Enrico Walser, Les marbres de la Région Apuane, Gaunguin & Laubscher, Montreux 1956, pagg. 129-130).

(3) – Carlo Montani / Giulio Conti, Industria lapidea mondiale: Rapporto 1990, Società Editrice Apuana, Carrara 1990, pagg. 110. In questa prima edizione del “World Stone Report” la produzione lapidea del Brasile era ragguagliata ad un milione di tonnellate nette, pari al 3,3 per cento di quella mondiale (Ibid., pag. 44) mentre l’esportazione, costituita soprattutto da materiali silicei grezzi, ammontava a circa 400 mila tonnellate (Ibid., pagg. 90-91). Detti consuntivi trovavano conferma nelle cifre relative al 1988 fornite da Silvana Napoli, Settore lapideo: industria italiana e commercio internazionale, IMM Carrara 1990, pag. 29, dove la produzione estrattiva del Brasile era indicata in 970 mila tonnellate, a fronte di un export pari al 45 per cento. Il confronto coi livelli attuali, compresi quelli di trasformazione e di consumo interno, attesta che nel volgere di un quarto di secolo si è compiuto uno sviluppo esponenziale, notevolmente superiore a quello complessivo del mondo lapideo.

(4) – Carlo Montani, Marmo e pietre nel mondo: XXIX Rapporto lapideo mondiale / World Stone Report, Casa di Edizioni Aldus, Carrara 2018. La produzione brasiliana di materiali lapidei di pregio relativa al 2017 si è collocata nell’ordine degli 8,3 milioni di tonnellate (tav. 10) con un export netto pari ad oltre 2,3 milioni di tonnellate (tav. 36) costituite in buona prevalenza da prodotti finiti ad alto valore aggiunto.

Algeria: un mercato lapideo in espansione con forti opportunità per la tecnologia italiana

Accade spesso che le relazioni diplomatiche abbiano una valenza di routine ma il recente incontro che l’Ambasciatore italiano ad Algeri, Pasquale Ferrara, ha avuto con il Ministro dell’Industria e delle Risorse Minerarie, Youcef Yousfi, si inquadra in una logica strategica che ne trascende il pur rilevante contenuto commerciale. Infatti, il Ministro, consapevole dell’importanza che la valorizzazione delle risorse primarie riveste per una razionale politica di sviluppo, ha auspicato un forte coinvolgimento del capitale e del “know-how” italiano nelle iniziative verticalizzatrici, a cominciare da quelle del comparto lapideo, e l’Ambasciatore ha assicurato un’adeguata collaborazione di parte italiana, a cominciare dal momento informativo.

L’Algeria, al pari degli altri Paesi francofoni dell’Africa mediterranea, è ricca di risorse, ma finora con attività locali proporzionalmente modeste, a cominciare dall’export di marmo e pietra, che anche nel 2017 – al pari degli esercizi precedenti – è stato quasi inesistente (meno di duemila tonnellate). Ciò, diversamente dall’import che ha superato le 400 mila tonnellate, composte per circa due quinti da grezzi e per la quota a saldo da prodotti finiti, ragguagliandosi all’otto per mille dell’interscambio mondiale del settore. La rilevanza strategica degli acquisti di blocchi e lastre grezze, sebbene ancora minoritaria, è confermata dal buon livello dell’import di tecnologie per la trasformazione (segheria e laboratorio) che sempre nel 2017 ha superato le 22 mila tonnellate – per un valore pari ad oltre 16 milioni di dollari – un terzo delle quali di provenienza italiana.

La ripartizione dell’import lapideo algerino è notevolmente concentrata. Infatti, oltre nove decimi degli approvvigionamenti grezzi risultano provenienti da tre soli Paesi dell’Unione Europea (nell’ordine: Grecia, Italia e Portogallo), mentre la quasi totalità degli acquisti di prodotto finito è giunta da quattro Paesi extra-europei (nell’ordine: Cina, India, Turchia, Egitto). Questa diversa articolazione delle provenienze la dice lunga sulle preferenze consolidate degli importatori algerini: qualità, contiguità e comodità di collaudo per il grezzo, e prezzo competitivo per il prodotto finito.

In questo senso, non sembra agevole modificare apprezzabilmente nel breve termine una struttura degli acquisti ormai affermata, oltre che mediamente in ascesa, anche se la promozione italiana potrebbe utilmente giovarsi di un più incisivo messaggio a carattere qualitativo. Migliori sembrano le prospettive per la tecnologia, sia in un’ottica di valorizzazione più sistematica delle riserve alla vista e della loro trasformazione locale, sia in quella di lavorazione dei grezzi importati: un campo in cui l’Italia può dire autorevolmente la sua, anche oltre il livello già soddisfacente del proprio “share” (riveniente in buona prevalenza dal macchinario di terza trasformazione).

In definitiva, anche con l’Algeria si possono aprire prospettive di sviluppo aventi un interesse certamente reciproco. In questo senso, le intese di carattere diplomatico costituiscono un presupposto importante, ma nello stesso tempo hanno bisogno di un approccio meno episodico da parte del momento imprenditoriale, sia nell’ottica del marketing, sia in quella di una cooperazione attenta alle effettive esigenze tecniche e strategiche della committenza.

Modificazione strategiche in campo lapideo: il caso del Sudafrica

Esclusivista di talune tipologie ai massimi livelli mondiali, soprattutto in campo siliceo, il Sudafrica vanta una lunga tradizione esportatrice, soprattutto di blocchi, che in tempi più recenti si è dovuta confrontare con la crescita della concorrenza, senza trascurare la difesa della qualità, ed in qualche misura, senza ignorare le strategie di opportuno contenimento quantitativo dei volumi spediti all’estero, senza comprometterne i livelli tecnologici ed estetici. I mercati tradizionali hanno accolto con favore tali opzioni produttive e distributive, con particolare riguardo a quelli europei, guidati da Italia e Polonia, mentre in altri casi si sono registrate contrazioni di qualche rilievo.

Non a caso, l’export grezzo dal Sudafrica, costituito in larghissima prevalenza da graniti, ha chiuso il 2016 con un giro d’affari per 53,6 milioni di dollari, con una flessione del 40,6 per cento rispetto al 2008, e con vendite per circa 344 mila tonnellate, in calo del 26 per cento nei confronti del medesimo anno base, mentre il valore medio per unità di prodotto è riuscito a contenere il regresso in meno di un quinto. Sul piano strategico, una conseguenza particolarmente significativa ha avuto riguardo alla crescita quasi speculare dell’export di lavorati, a tutto vantaggio del valore aggiunto locale. Infatti, sempre nel 2016 il Sudafrica ha spedito all’estero prodotti finiti per 27,6 milioni di dollari, ascrivendo un aumento di circa 84 punti percentuali nei confronti del 2008, mentre il volume, di poco inferiore alle 60 mila tonnellate, è cresciuto del 29,8 per cento. Dal canto suo, il valore medio del manufatto esportato ha messo a segno un incremento superiore al 41 per cento.

E’ ovvio che non si tratta di cifre casuali, ma che a monte di questi consuntivi esistono decisioni di importanti investimenti anche nel campo della trasformazione, con apporti non marginali della tecnologia italiana. Sta di fatto che in meno di un decennio l’esportazione lapidea sudafricana ha visto crescere la quota del prodotto finito in maniera quasi impetuosa: non a caso, il suo “share” è pervenuto ad un terzo del totale, contro il dieci per cento scarso del 2008. Ciò significa che gli investimenti, oltre al momento produttivo, si sono estesi positivamente a quello distributivo e promozionale, non senza conseguire risultati di qualche rilievo anche sul piano socio-economico, in un contesto caratterizzato da forti attese di sviluppo.

Si tratta di un successo che non inficia la tradizionale priorità del grezzo, e che anzi la ribadisce, con un risultato tanto più degno di nota, in quanto le produzioni sudafricane, fatta eccezione per volumi complementari di ardesia e di marmi colorati, riguardano soprattutto i graniti di tonalità scura. Segno evidente che la clientela internazionale ne apprezza i parametri qualitativi, unitamente alle strategie di attenta difesa del prodotto che costituiscono, non da oggi, un punto di forza dell’industria estrattiva locale ed un valido paradigma di riferimento per quelle altrui. Del resto, sia pure con prudente attenzione, il volume mondiale dell’export di lavorati considerato nel suo complesso ha raggiunto il limite psicologico del 50 per cento, ed una quota notevolmente superiore del valore corrispondente, affermandosi quale asse portante dell’intero comparto.

Pianeta Russia: effetti delle sanzioni per l’aggregato lapideo

La Camera dei Rappresentanti di Washington ha dato il via ad un’ulteriore serie di sanzioni nei confronti della Russia, nonostante i dubbi e le perplessità di taluni alleati europei, ivi compresa l’Italia: atteggiamento, quest’ultimo, facilmente comprensibile alla luce dell’interscambio più recente, anche per quanto concerne marmi e pietre, assieme al relativo indotto.  Infatti, l’import russo era già stato penalizzato in maniera pesante, nonostante le ampie potenzialità di questo grande mercato, sia dal punto di vista produttivo, sia sul piano dei consumi.

L’interscambio settoriale della Russia vede una larghissima prevalenza degli acquisti, sia di materiali lapidei, soprattutto  lavorati, sia di tecnologie impiantistiche. In particolare, il consuntivo per il 2016 si è compendiato in approvvigionamenti per 436 mila tonnellate, con un buon recupero rispetto all’anno precedente ma con un regresso residuo del 21,2 per cento nei confronti del 2014, mentre l’export, di poco superiore alle 50 mila tonnellate, è rimasto quasi stazionario. Dal canto suo, il consumo domestico, nell’ordine dei 14 milioni di metri quadrati, risulta in flessione nella misura del 13,6 per cento, sempre in sede di ragguaglio biennale.

Non meno negativo è il bilancio tecnologico. Il lieve recupero del 2016, nell’ordine del dieci per cento, non deve prescindere dal risultato di medio periodo, in cui il regresso è stato di dimensioni straordinarie, in specie nei confronti del 2013, nei cui confronti sussiste una perdita globale nell’ordine dei due terzi, analoga a quella ascritta dall’Italia, primo Paese fornitore. Non a caso, il valore degli acquisti russi di tecnologie è sceso dai 141 milioni di dollari del 2013 ai 44 dello scorso esercizio, mentre l’apporto italiano è precipitato , nel medesimo periodo, dai 34,6 milioni di dollari ai 12,2  del 2016, ed in volume da 17.170 a 8110 quintali.

Sono cifre impietose, che attestano come le sanzioni non abbiano colpito soltanto i beni di largo consumo, a cominciare dagli alimentari, alla stregua di quanto si afferma da parte di una facile vulgata. Infatti, i beni industriali non sono stati meno penalizzati, anche in un comparto come quello lapideo, in cui la valorizzazione delle risorse locali costituisce uno strumento di sviluppo generalmente riconosciuto, tanto più che le risorse russe, sebbene ridotte dalla perdita storica di quelle dell’Ucraina e degli altri Paesi  ex sovietici, sono sempre più che ragguardevoli, dalla Carelia agli Urali ed alla grande direttrice transiberiana.

In questa ottica, è per lo meno sconcertante che le sanzioni abbiano riguardato un ampio ventaglio di merci e di servizi, in maniera sostanzialmente indiscriminata. Senza entrare nel loro fondamento giuridico e politico, su cui sono stati già versati i classici fiumi d’inchiostro, sia consentito aderire alle perplessità di cui si diceva in premessa, anche per quanto riguarda un comparto come quello lapideo, la cui idoneità ad avviare e potenziare politiche di espansione nel comune interesse è stata oggetto di autorevoli pronunzie della comunità internazionale e delle sue Organizzazioni più significative.

Africa: un continente lapideo in lista d’attesa

Le risorse naturali di marmi e pietre sono diffuse dovunque, ma in taluni casi la loro valorizzazione è tuttora marginale. Da questo punto di vista, parlando di grandi aggregati geografici, l’esempio dell’Africa è davvero emblematico: le ricchezze dei suoi giacimenti sono enormi, ma le strozzature che ne precludono lo sviluppo sono ben lungi dall’essere rimosse, nonostante gli auspici espressi più volte nelle sedi della cooperazione internazionale. In altri settori, anche collaterali, non è così: basti pensare a quello dei diamanti, in cui la produzione africana, guidata da Botswana e Congo, esprime una significativa maggioranza.
In campo lapideo, le tradizioni dell’Africa sono fra le più antiche, come attestano l’impiego dei suoi materiali nell’Impero Romano, le grandi opere egiziane, ed il livello avanzato che le tecniche estrattive avevano raggiunto in epoca storica. E’ una referenza che non basta: oggi, la quota mondiale di marmi e pietre spettante all’Africa è attestata su livelli molto contenuti, con stime produttive per il 2016 che si attestano intorno al sei per cento del totale, grazie all’apporto di due soli Paesi leader, quali Egitto e Sudafrica, Il primo dei quali è notevolmente sviluppato anche a livello di lavorazione, mentre il secondo risulta titolare di alcune esclusive prestigiose, con particolare riguardo a quelle del granito nero. Altrove, se si eccettua l’attività di cava in qualche giacimento di alto valore merceologico e cromatico, in genere ad iniziativa extra-continentale, e spesso italiana, come in Angola, Madagascar, Namibia e Zimbabwe, le strutture imprenditoriali di settore che possano definirsi competitive sono oggettivamente carenti.
C’è di più: qualche iniziativa mista di verticalizzazione non ha dato i risultati in cui si era confidato, sia per un’insufficiente qualificazione professionale, sia per talune difficoltà contingenti come quelle per l’ottenimento delle concessioni, per la gestione dei trasporti e per l’acquisizione di tecnologie in tempi funzionali. Si deve aggiungere che la politica di servizio da parte dei fornitori extra-continentali non è sempre ottimale: ad esempio, per quanto riguarda la disponibilità in tempo reale di ricambi e beni strumentali, più che mai basilare.
Negli ultimi decenni si sono organizzate importanti conferenze internazionali come quelle di Dakar e Lusaka, aventi lo scopo di promuovere forme di collaborazione con imprese di Europa, America od Asia, e con il supporto di forti Organizzazioni istituzionali, comprese quelle di espressione ONU, ma alla resa dei conti la carenza di infrastrutture, le difficoltà di accesso ai giacimenti, la mancanza di adeguati aggiornamenti professionali, l’incertezza del diritto e la stessa instabilità politica hanno finito per esaltare i limiti dell’Africa lapidea, a danno di oggettive e diffuse potenzialità.
E’ inutile aggiungere che l’iniziativa locale sconta negativamente le suddette carenze, cui si aggiungono quelle di natura finanziaria, a più forte ragione vincolanti. Esiste qualche eccezione, come nei Paesi dell’Africa mediterranea (Algeria e Tunisia), in Marocco ed in Etiopia, ma si tratta di fattispecie pur sempre circoscritte, anche se in qualche caso hanno dato luogo ad investimenti significativi sia nella fase estrattiva che in quella trasformatrice, con l’apporto di tecnologie italiane sempre apprezzate per qualità, rendimenti e sicurezza.
Non è azzardato affermare che la struttura operativa è rimasta spesso di tipo post-coloniale, sia pure non senza contributi relativamente apprezzabili allo sviluppo socio-economico delle zone interessate. Tuttavia, la complessità della congiuntura mondiale e la progressiva riduzione dei fondi resi disponibili a favore della cooperazione internazionale, soprattutto nel bilancio dei Paesi sviluppati dell’Occidente, hanno precluso un ampliamento delle prospettive di sviluppo.
L’Africa lapidea può aspettare, sia pure suo malgrado, perché possiede riserve di alto valore tecnologico e cromatico, e di forte consistenza quantitativa, destinate ad essere valorizzate in una logica di esportazione ma prima ancora nelle politiche locali di sviluppo edile. Tuttavia, sarebbe bene comprendere meglio che queste forme di valorizzazione possono essere – non solo nel campo del marmo e della pietra – un discreto antidoto a flussi migratori indiscriminati ed ai problemi che ne derivano nelle economie mature.

Etiopia: sviluppo lapideo per un paese in crescita

Con quasi cento milioni di abitanti, l’Etiopia è uno Stato che si va affermando nello scacchiere africano come una realtà di notevole interesse, attestato da un forte incremento del PIL (intorno agli otto punti), ma condizionato da un sistema economico che ancor oggi è prevalentemente agro-pastorale.
In campo lapideo, pur esprimendo un interscambio di marmi e pietre tuttora limitato, al pari di quanto accade per quelli contigui, l’Etiopia è un Paese che da diversi anni sta manifestando una forte propensione all’acquisto di tecnologie settoriali, giunto ad oltre 30 milioni di dollari nel quadriennio compreso fra il 2013 ed il 2016. In particolare, il 2015 ha visto il massimo storico dell’import etiope di tecnologie, per un valore nell’ordine degli 11 milioni, provenienti dall’Italia nella misura del 68,7 per cento; quanto al 2016, si è registrata una flessione, tutto sommato fisiologica, con acquisti per 6,3 milioni, ed un apporto italiano del 40 per cento, a fronte di una concorrenza cinese momentaneamente prioritaria.
I dati di medio periodo, peraltro, dimostrano che l’Italia ha saputo affermare decisamente la propria qualità, e nello stesso tempo, il proprio “know-how”. Infatti, se è vero che nel 2013 l’Etiopia aveva acquistato macchine ed impianti del lapideo per 5,6 milioni di dollari, e nel 2014 per 7,8 milioni, è ugualmente vero che gli “shares” italiani di questi due anni erano stati rispettivamente del 3,4 e del 2,3 per cento, evidenziando posizioni marginali. Nel biennio successivo, invece, c’è stato un vero e proprio salto di qualità, con una penetrazione italiana quasi travolgente, a suffragio di una promozione incisiva, ma soprattutto, di una valutazione oggettiva delle prestazioni tecnologiche ottimali da parte delle imprese etiopi.
L’analisi disaggregata evidenzia una propensione maggioritaria all’import delle macchine di levigatura, lucidatura e trattamento delle superfici, con oltre metà del valore acquistato, mentre le tecnologie di segheria e di taglio, pur avendo espresso un volume d’affari apprezzabile, risultano in subordine, al pari dell’impiantistica complementare. Ciò significa che la struttura produttiva etiope è ormai sviluppata, anche alla luce degli investimenti nel momento primario già affettuati in passato.
La mancanza di un flusso rilevante dell’export lapideo, di cui si diceva (ed anche dell’import) significa che le destinazioni del prodotto finito riguardano soprattutto il mercato interno, a fronte di una produzione estrattiva che, in base ai più recenti dati di fonte IGDA, si ragguaglia a 450 mila tonnellate in ragione annua, e quindi, ad una potenzialità di lavorato (nel riferimento convenzionale al manufatto avente spessore di cm. 2) pari ad alcuni milioni di metri quadrati, cui corrisponde un consumo teorico di mezzo metro per abitante, largamente inferiore a quelli europei, ma pur sempre doppio rispetto alla media mondiale. Sono dati che dimostrano l’importanza di questo mercato anche in un’ottica di prospettiva, con particolare riferimento alle potenzialità di sviluppo dell’export, sinora condizionate dalle difficili condizioni infrastrutturali, in primis dei trasporti.
L’Etiopia, in effetti, possiede riserve accertate di significativa consistenza, e talvolta, di buona tradizione (come emerge dal fatto che siano stati oggetto di specifico interesse già da tempi remoti e di valutazione positiva anche da parte dello Scamozzi), che evidenziano l’idoneità di questo Paese a tradurre in fatti concreti le vecchie raccomandazioni di fonte internazionale circa l’opportunità di promuovere politiche di sviluppo del lapideo. Ecco un caso emblematico di possibile cooperazione fra l’investimento di capitale estero e l’intrapresa locale, non senza il supporto di auspicabili interventi pubblici finalizzati ad implementare il livello socio-economico del Paese.

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