Africa: un continente lapideo in lista d’attesa

Le risorse naturali di marmi e pietre sono diffuse dovunque, ma in taluni casi la loro valorizzazione è tuttora marginale. Da questo punto di vista, parlando di grandi aggregati geografici, l’esempio dell’Africa è davvero emblematico: le ricchezze dei suoi giacimenti sono enormi, ma le strozzature che ne precludono lo sviluppo sono ben lungi dall’essere rimosse, nonostante gli auspici espressi più volte nelle sedi della cooperazione internazionale. In altri settori, anche collaterali, non è così: basti pensare a quello dei diamanti, in cui la produzione africana, guidata da Botswana e Congo, esprime una significativa maggioranza.
In campo lapideo, le tradizioni dell’Africa sono fra le più antiche, come attestano l’impiego dei suoi materiali nell’Impero Romano, le grandi opere egiziane, ed il livello avanzato che le tecniche estrattive avevano raggiunto in epoca storica. E’ una referenza che non basta: oggi, la quota mondiale di marmi e pietre spettante all’Africa è attestata su livelli molto contenuti, con stime produttive per il 2016 che si attestano intorno al sei per cento del totale, grazie all’apporto di due soli Paesi leader, quali Egitto e Sudafrica, Il primo dei quali è notevolmente sviluppato anche a livello di lavorazione, mentre il secondo risulta titolare di alcune esclusive prestigiose, con particolare riguardo a quelle del granito nero. Altrove, se si eccettua l’attività di cava in qualche giacimento di alto valore merceologico e cromatico, in genere ad iniziativa extra-continentale, e spesso italiana, come in Angola, Madagascar, Namibia e Zimbabwe, le strutture imprenditoriali di settore che possano definirsi competitive sono oggettivamente carenti.
C’è di più: qualche iniziativa mista di verticalizzazione non ha dato i risultati in cui si era confidato, sia per un’insufficiente qualificazione professionale, sia per talune difficoltà contingenti come quelle per l’ottenimento delle concessioni, per la gestione dei trasporti e per l’acquisizione di tecnologie in tempi funzionali. Si deve aggiungere che la politica di servizio da parte dei fornitori extra-continentali non è sempre ottimale: ad esempio, per quanto riguarda la disponibilità in tempo reale di ricambi e beni strumentali, più che mai basilare.
Negli ultimi decenni si sono organizzate importanti conferenze internazionali come quelle di Dakar e Lusaka, aventi lo scopo di promuovere forme di collaborazione con imprese di Europa, America od Asia, e con il supporto di forti Organizzazioni istituzionali, comprese quelle di espressione ONU, ma alla resa dei conti la carenza di infrastrutture, le difficoltà di accesso ai giacimenti, la mancanza di adeguati aggiornamenti professionali, l’incertezza del diritto e la stessa instabilità politica hanno finito per esaltare i limiti dell’Africa lapidea, a danno di oggettive e diffuse potenzialità.
E’ inutile aggiungere che l’iniziativa locale sconta negativamente le suddette carenze, cui si aggiungono quelle di natura finanziaria, a più forte ragione vincolanti. Esiste qualche eccezione, come nei Paesi dell’Africa mediterranea (Algeria e Tunisia), in Marocco ed in Etiopia, ma si tratta di fattispecie pur sempre circoscritte, anche se in qualche caso hanno dato luogo ad investimenti significativi sia nella fase estrattiva che in quella trasformatrice, con l’apporto di tecnologie italiane sempre apprezzate per qualità, rendimenti e sicurezza.
Non è azzardato affermare che la struttura operativa è rimasta spesso di tipo post-coloniale, sia pure non senza contributi relativamente apprezzabili allo sviluppo socio-economico delle zone interessate. Tuttavia, la complessità della congiuntura mondiale e la progressiva riduzione dei fondi resi disponibili a favore della cooperazione internazionale, soprattutto nel bilancio dei Paesi sviluppati dell’Occidente, hanno precluso un ampliamento delle prospettive di sviluppo.
L’Africa lapidea può aspettare, sia pure suo malgrado, perché possiede riserve di alto valore tecnologico e cromatico, e di forte consistenza quantitativa, destinate ad essere valorizzate in una logica di esportazione ma prima ancora nelle politiche locali di sviluppo edile. Tuttavia, sarebbe bene comprendere meglio che queste forme di valorizzazione possono essere – non solo nel campo del marmo e della pietra – un discreto antidoto a flussi migratori indiscriminati ed ai problemi che ne derivano nelle economie mature.

Etiopia: sviluppo lapideo per un paese in crescita

Con quasi cento milioni di abitanti, l’Etiopia è uno Stato che si va affermando nello scacchiere africano come una realtà di notevole interesse, attestato da un forte incremento del PIL (intorno agli otto punti), ma condizionato da un sistema economico che ancor oggi è prevalentemente agro-pastorale.
In campo lapideo, pur esprimendo un interscambio di marmi e pietre tuttora limitato, al pari di quanto accade per quelli contigui, l’Etiopia è un Paese che da diversi anni sta manifestando una forte propensione all’acquisto di tecnologie settoriali, giunto ad oltre 30 milioni di dollari nel quadriennio compreso fra il 2013 ed il 2016. In particolare, il 2015 ha visto il massimo storico dell’import etiope di tecnologie, per un valore nell’ordine degli 11 milioni, provenienti dall’Italia nella misura del 68,7 per cento; quanto al 2016, si è registrata una flessione, tutto sommato fisiologica, con acquisti per 6,3 milioni, ed un apporto italiano del 40 per cento, a fronte di una concorrenza cinese momentaneamente prioritaria.
I dati di medio periodo, peraltro, dimostrano che l’Italia ha saputo affermare decisamente la propria qualità, e nello stesso tempo, il proprio “know-how”. Infatti, se è vero che nel 2013 l’Etiopia aveva acquistato macchine ed impianti del lapideo per 5,6 milioni di dollari, e nel 2014 per 7,8 milioni, è ugualmente vero che gli “shares” italiani di questi due anni erano stati rispettivamente del 3,4 e del 2,3 per cento, evidenziando posizioni marginali. Nel biennio successivo, invece, c’è stato un vero e proprio salto di qualità, con una penetrazione italiana quasi travolgente, a suffragio di una promozione incisiva, ma soprattutto, di una valutazione oggettiva delle prestazioni tecnologiche ottimali da parte delle imprese etiopi.
L’analisi disaggregata evidenzia una propensione maggioritaria all’import delle macchine di levigatura, lucidatura e trattamento delle superfici, con oltre metà del valore acquistato, mentre le tecnologie di segheria e di taglio, pur avendo espresso un volume d’affari apprezzabile, risultano in subordine, al pari dell’impiantistica complementare. Ciò significa che la struttura produttiva etiope è ormai sviluppata, anche alla luce degli investimenti nel momento primario già affettuati in passato.
La mancanza di un flusso rilevante dell’export lapideo, di cui si diceva (ed anche dell’import) significa che le destinazioni del prodotto finito riguardano soprattutto il mercato interno, a fronte di una produzione estrattiva che, in base ai più recenti dati di fonte IGDA, si ragguaglia a 450 mila tonnellate in ragione annua, e quindi, ad una potenzialità di lavorato (nel riferimento convenzionale al manufatto avente spessore di cm. 2) pari ad alcuni milioni di metri quadrati, cui corrisponde un consumo teorico di mezzo metro per abitante, largamente inferiore a quelli europei, ma pur sempre doppio rispetto alla media mondiale. Sono dati che dimostrano l’importanza di questo mercato anche in un’ottica di prospettiva, con particolare riferimento alle potenzialità di sviluppo dell’export, sinora condizionate dalle difficili condizioni infrastrutturali, in primis dei trasporti.
L’Etiopia, in effetti, possiede riserve accertate di significativa consistenza, e talvolta, di buona tradizione (come emerge dal fatto che siano stati oggetto di specifico interesse già da tempi remoti e di valutazione positiva anche da parte dello Scamozzi), che evidenziano l’idoneità di questo Paese a tradurre in fatti concreti le vecchie raccomandazioni di fonte internazionale circa l’opportunità di promuovere politiche di sviluppo del lapideo. Ecco un caso emblematico di possibile cooperazione fra l’investimento di capitale estero e l’intrapresa locale, non senza il supporto di auspicabili interventi pubblici finalizzati ad implementare il livello socio-economico del Paese.

Macedonia: Il marmo come strumento di sviluppo

Ad un ventennio dalla propria indipendenza, la Repubblica di Macedonia sorta dalla disintegrazione della ex Jugoslavia ha trovato nel marmo una fonte di reddito apprezzabile, soprattutto nel distretto di Prilep, quarta città del Paese, grazie ai suoi giacimenti del Bianco Sivec: un cristallino compatto, le cui produzioni di prima scelta pongono a disposizione della clientela blocchi, lastre e manufatti di valore monocromatico assoluto, che ne hanno fatto un prodotto particolarmente apprezzato, anche alla luce delle sue riserve oggettivamente limitate.

 

Stante la dimensione modesta del mercato interno, che riguarda un Paese con due milioni di abitanti su un’area pari a 25 mila chilometri quadrati, le fortune del comparto lapideo macedone sono legate soprattutto all’esportazione, che nel 2015 ha interessato spedizioni per 79 mila tonnellate, costituite per nove decimi da grezzi, ed un valore nell’ordine dei 22 milioni di dollari. Possono sembrare cifre di poco conto, ma nel ragguaglio al 2001, quando le vendite all’estero si erano fermate a 30 mila tonnellate ed a cinque milioni di dollari, non si può negare che sia stato conseguito un progresso molto significativo.

 

La Macedonia lapidea non possiede soltanto il Bianco Sivec, ma può contare su altri giacimenti di buon rilievo come quelli in agro di Gostivar. Tuttavia, le caratteristiche tecnologiche e soprattutto cromatiche del Sivec ne hanno fatto il materiale di gran lunga più conosciuto e promozionato, anche nelle manifestazioni fieristiche leader, a cominciare da quella di Verona.

 

Le strutture di trasformazione sono relativamente limitate, ed in prevalenza fanno capo ad investimenti greci, resi attuali e competitivi da un regime fiscale favorevole. Non a caso, la stessa esportazione grezza, struttura portante del settore, interessa proprio la Grecia come primo mercato di sbocco, seguita nell’ordine da Cina, Italia e Turchia: in particolare, nel 2015 le importazioni italiane hanno avuto riguardo a circa seimila tonnellate, pari a nove punti percentuali. Fra le altre destinazioni, quelle con un flusso superiore alle mille tonnellate hanno interessato, sempre nel 2015,  Albania, Serbia e Bulgaria. In sostanza, fatta eccezione per le vendite in Cina, i mercati di maggiore interesse per il marmo macedone sono quelli europei contigui.

 

L’importazione è pervenuta a 26 mila tonnellate, contro le 13 mila del 2001, ed è costituita in buona maggioranza da prodotti finiti, compresi quelli di granito, di cui la Macedonia è priva. In ogni caso, oltre un quarto degli approvvigionamenti esteri sono di grezzi, a conferma di una buona funzionalità delle strutture trasformatrici locali.

 

Allo stato delle cose si può dire che la Macedonia lapidea è identificabile soprattutto nel Bianco Sivec: un materiale che, anche alla luce dei costi contenuti e del regime operativo oggettivamente elastico, costituisce una concorrenza di qualche rilievo per le produzioni altrui, non soltanto apuane, ma anche turche ed elleniche, e ripropone, soprattutto in Italia, l’esigenza di adeguate iniziative a tutela dei suoi prodotti esclusivi.

 

Austria: Un mercato lapideo di sicura consistenza

AustriaEsistono Paesi di notevole rilievo per il settore lapideo ed il suo indotto, che vengono trascurati nelle valutazioni di mercato perché la loro importanza finisce per essere affievolita dalla contiguità ad altri, oggettivamente di prima grandezza: è il caso dell’Austria che dal punto di vista produttivo diventa marginale rispetto all’Italia, mentre sul piano commerciale è considerata, il più delle volte, come un’appendice della Germania, con caratteri analoghi dal punto di vista dell’interscambio e del consumo.
Eppure, l’Austria vanta riserve accertate di notevole volume, e spesso di qualità competitiva: oltre 60 anni orsono, in uno studio piuttosto esauriente sull’argomento, era stata posta in evidenza una vasta disponibilità dei suoi materiali, nel numero di un centinaio, con dislocazioni prevalenti nel comprensorio di Salisburgo, ma anche in Carinzia, nella Stiria, nel Tirolo settentrionale ed occidentale, nel Vorarlberg e nelle regioni nord-orientali: quindi, con una copertura dell’intero territorio domestico. In prevalenza, si trattava di marmi colorati e di altri calcarei, fra cui persino una varietà di travertino, ma anche di silicei, ivi compreso il serpentino (A. Herbeck, Der Marmor, Verlag Callwey, Munchen 1953, pagg. 180-189).
Oggi, molte di quelle cave sono chiuse, ma l’attenzione per impieghi lapidei sempre diffusi e spesso prestigiosi non è venuta meno. Del resto, è appena il caso di ricordare che quando i giacimenti del Carso triestino e dell’Istria insistevano su territorio austriaco, vale a dire fino ad un secolo fa, materiali come quelli di Aurisina, di Sesana o di Orsera vennero largamente utilizzati per le grandi realizzazioni dell’Impero asburgico, come la Hofburg, i Parlamenti di Vienna e di Budapest, e tanti altri lavori celebrativi ed istituzionali.
La produzione locale è rimasta considerevole, ma come accade in tutti i Paesi sviluppati, viene integrata da un notevole flusso di importazioni, anche di grezzi, a conferma di una permanente attività trasformatrice; e soprattutto di lavorati. Nel 2015, gli acquisti lapidei austriaci hanno avuto riguardo ad oltre 400 mila tonnellate di materiale: detratti gli sfridi di lavorazione sulla quota di blocchi e lastre grezze, pari a circa un quarto del totale, il quantitativo corrisponde a circa sei milioni e mezzo di metri quadrati equivalenti, che per un Paese con circa dieci milioni di abitanti è una cifra decisamente apprezzabile. Rispetto al 2014 c’è stata una flessione dei lavorati nell’ordine dei dieci punti, compensata da un aumento dei grezzi che ha lasciato sostanzialmente invariato il bilancio complessivo. Nel periodo lungo, invece, si sono avuti incrementi ragguardevoli, tanto che l’import del 1994 risulta raddoppiato.
La stessa esportazione non è trascurabile, soprattutto nell’ambito dei grezzi, che costituiscono i quattro quinti del totale, con larga prevalenza del traffico di frontiera verso la Germania e gli altri Paesi contigui, a conferma di un’attività produttiva tuttora vivace, anche se nel 2015 si è registrata una flessione di circa 30 mila tonnellate rispetto all’anno precedente. L’assunto è confermato dalla buona presenza dell’Austria sul mercato delle tecnologie, con importazioni che, sempre nel 2015, hanno interessato macchine ed impianti per circa 18 mila quintali, pari al due per cento degli acquisti europei, mentre l’export si è collocato al settimo posto della graduatoria comunitaria, con poco più di 10 mila quintali.
Il consumo domestico di marmi e pietre, tenuto conto dell’apporto fornito dai materiali locali e di quello dell’interscambio, è stimabile in 8,8 milioni di metri quadrati, che per circa tre quarti, come si è detto, provengono dalle importazioni. Rispetto al 2014, si è registrata una flessione congiunturale di circa tre punti, ma nel lungo periodo c’è stato un aumento di quasi due terzi nei riguardi del 1994, con una crescita media del quattro per cento in ragione annua: ottimo risultato in assoluto, ed a più forte ragione per un Paese di seconda fascia, ma di ottime tradizioni settoriali, come la piccola Austria.

Ardesia del Brasile: una nicchia leader

La nomenclatura settoriale definisce l’ardesia come una varietà di scisti argillosi destinata ad un ampio ventaglio di applicazioni decorative e strutturali, che vanno dai pavimenti e rivestimenti alla copertura dei tetti, a parte talune applicazioni particolari come i piani da biliardo o le lavagne. Un tempo, l’Italia aveva una produzione eccellente, in specie per quanto riguarda gli utilizzi di livello, ma col passare degli anni la concorrenza è diventata sempre più ampia, a cominciare da quella spagnola per le tipologie correnti, e da quella brasiliana per i materiali di maggior pregio; senza dire della Cina e dell’India, dove le riserve sono certamente vaste, anche se non ancora valorizzate in modo organico.
La storia dell’ardesia coltivata nello Stato di Minas Gerais, dove si concentra la quasi totalità dell’estrazione brasiliana, è lunga e suggestiva, e mette in luce che l’attività risalirebbe addirittura al decimo secolo, ad opera delle popolazioni precolombiane, sia per lavori strutturali, con particolare riguardo alle opere difensive, sia per la realizzazione di oggetti. Tuttavia, lo sviluppo industriale del settore si è concentrato soprattutto nell’ultimo mezzo secolo, quando il Brasile, grazie alla forte crescita degli investimenti ed alla valorizzazione delle proprie risorse, ma anche all’incremento della domanda internazionale, è diventato il secondo esportatore mondiale dopo la Spagna.
Attualmente, la produzione estrattiva alimenta un export inferiore soltanto a quello del granito, ed è stimata in mezzo milione di tonnellate annue, provenienti prioritariamente dal comprensorio di Papagaio, che non a caso è stato definito “provincia dell’ardesia” ed esprime una larga maggioranza del volume complessivo. L’attività di cava genera, a sua volta, un indotto importante: ad esempio, sono diverse centinaia le imprese che operano nel solo ambito di valorizzazione degli scarti e delle iniziative distributrici collegate. Vale la pena di rammentare che, secondo valutazioni locali, le riserve disponibili sarebbero in grado di garantire la continuità del lavoro per 15 mila anni (agli attuali livelli produttivi).
La struttura di cava, e soprattutto quella di trasformazione, come spesso accade nel comparto lapideo, sono piuttosto parcellizzate: nel primo caso, con parecchie decine di imprese operative, e nel secondo, con diverse centinaia. Il materiale si presenta in tonalità diverse, dal grigio al verde, fino al nero ed al lilla, con destinazioni largamente prevalenti ai manufatti per l’edilizia, compreso l’arredo urbano, e viene molto apprezzato per i suoi caratteri tecnologici di resistenza e di durata senza trascurare l’elevata economia di manutenzione.
L’esame comparativo con altri tipi di ardesia pone in evidenza come quella brasiliana sia più dura e compatta della media: tra le cause del fenomeno, in base alle conoscenze scientifiche disponibili nel Minas, oggettivamente sviluppate, si deve annoverare il fatto che le pressioni sugli strati dei giacimenti si esercitano verticalmente anziché lateralmente. Del resto, la normativa tecnologica statunitense ha posto il materiale di Papagaio in “classe prima” con aspettative di durata nel tempo di almeno tre quarti di secolo, per quanto riguarda gli impieghi esterni in condizioni normali. Si tratta di ragioni alla base del crescente successo sul mercato internazionale, sempre più selettivo anche nella domanda di ardesia; ciò, senza trascurare una buona offerta economica.
Nonostante il rallentamento settoriale di breve periodo, l’export brasiliano di ardesia ha fatto progressi che restano di notevole rilievo ventennale, con spedizioni che superano di quasi otto volte quelle del 1995, quando si attestarono intorno a 10 mila tonnellate. In ogni caso, i parametri tecnologici ed il ventaglio delle disponibilità cromatiche consentono di guardare al futuro nella consapevolezza di una competitività consolidata che, difficoltà congiunturali a parte, si caratterizza per investimenti adeguati e per un’idoneità agli impieghi domestici ed esteri, certamente in grado di soddisfare la clientela più qualificata.

Vitória Stone Fair | Marmomacc Latin America closes with good prospects for 2016

Vitoria Stone 2016Facing an economy in recession and a currency devaluation never seen in Brazil, many entrepreneurs had to slow down in 2015. Exceeding expectations on the local market and knowing how to deal with the international market, the stone sector had to reinvent itself. The exchange rate differences introduced an important component and proof that everything was fine at the 41st edition of Vitória Stone Fair | Marmomacc Latin America, in Espírito Santo, in February.

For the dimensional stones segment, Vitória Stone Fair acts as a market thermometer. One of the first fairs which happens in the world with negotiations and projects. “The results are very positive. In fact, every year, the number of visitors increases during the event. This year we received buyers from new markets, such as Trinidad Tobago, that participated for the first time in Vitória Stone Fair. Besides the presence of international delegations, there was also a significant presence of the local market. “Even during the next few weeks, many customers still visit the companies”, says the President of Sindirochas (Stone Association from Espírito Santo), Tales Machado.

For Cecilia Milanez, director of Milanez & Milaneze, organizer of the event in partnership with VeronaFiere, in this period of economic recession, the results of the 41st edition of the fair exceeded industry expectations. “The show surprised visitors and buyers seeking new materials, equipment and technology innovation. We had a large number of international and national visitors. These results reinforce the importance of an international fair in Brazil. Today we can say that the event is a showcase of Brazilian dimensional stones”, she says.

The Superintendent of the Brazilian Center of Dimensional Stones Exporters (Centrorochas), Olivia Tirello, explains that producers are still investing because “in Vitória Stone Fair a lot of companies came to us asking to require to the Government to reduce the import taxes on the purchase of certain equipment and we have the perception that companies are still growing”, she said.

For an industry that in 2015 generated R$ 1.2 billion in the state of Espirito Santo, 25,000 direct jobs and 100 thousand indirect jobs, the Brazilian real underwent depreciation against the US dollar favored business especially because US represents 1/3 of the Brazilian market. The biggest exporter of polished slabs is Brazil, specifically the state of Espirito Santo, responsible for 95% of exports.

Aiming at the foreign market, Vitória Stone Fair has received for the first time foreign missions through the Buyer´s Program organized by Milanez & Milaneze especially from Iran, Australia, Canada and Poland. Together totaled more than 100 international buyers invited by the event, proving that the stone market is reaching new countries. “Sindirochas met international delegations seeking partnerships and new connections to strengthen the Brazilian stone sector in the global market“, said Tales Machado.

Jose Antonio Guidoni, President of the Guidoni Group also bet on the success of the stone sector in 2016. “The stone sector will continue to generate jobs. The Guidoni Group, for example, is opening two new companies which will produce over 250 containers monthly. We also bought a factory in Spain where we produce 200 containers monthly and we will do 22 more extractions within the next 12 months“, said Guidoni.

Business grow automatically and proof of this are the technology presented at Vitória Stone Fair | Marmomacc Latin America 2016. MDIC (Ministry of Development) approved lower taxes in technological processes of extraction and fabrication.
Seminars

During the 41st edition of Vitória Stone Fair, the largest fair of dimensional stones of the Americas, national and international experts talked about exporting solutions to the United States, architectural projects and experiences on the use of natural stone in Germany and Europe.

“Innovation in Architecture and Design” was the theme of the seminar with the renowned architects Luiz Eduardo Indio da Costa and Guto Indio da Costa. They presented the current projects in the city of Rio de Janeiro and the facilities for the Olympics, as well as the work they have done on Copacabana beach in Rio de Janeiro.

The CEO of DNV (Deutscher Naturwerkstein-Verband), the German Association of Natural Stone, Reiner Krug, also presented a seminar speaking about “Sustainable Construction: Building with Natural Stone”, emphasizing the applicability of the stones in German market and how it could be sustainable saving energy. In addition, cases presented as one of the first commercial buildings in Europe to receive the LEED certification from the US Green Building Council, from United States.

Innovation and technology

For the first time in Vitória Stone Fair, the Swedish Sandvik, with over 60 years of experience in Brazil, presented a hydraulic drill for stone drilling, for quartering dimensional stones, as well as provide auxiliary services in the quarry. The DC 120 represents a new way regarding the application of a drill and attending the need for development of the stone sector. With the DC 120 it is possible with only one operator doing twice the work of a pneumatic drill.

What made us participate for the first time in Vitória Stone Fair was the growth of the dimensional stones segment. The main quarries trust in the hydraulic system to increase production, quality and it is more economic“, explained the Sales Engineer Lucas Lessa Melillo. The success in sales during Vitória Stone Fair | Marmomacc Latin America ensures the participation of Sandvik in Cachoeiro Stone Fair, which will also be held in the state of Espirito Santo between 23-26 August.

Al via Vitória Stone Fair-Marmomacc Latina America

vitoria stone fairNei primi nove mesi del 2015, le importazioni italiane di marmi e graniti brasiliani hanno raggiunto i 69,5 milioni di euro, in aumento del 38,4% rispetto alla stesso periodo del 2014. Il Brasile, invece, si conferma il secondo acquirente mondiale di macchine e tecnologie made in Italy destinate alla
lavorazione della pietra, con 69,1 milioni di euro di ordinativi da gennaio a settembre 2015 (+46,2%). Lo rilevano i dati dell’Osservatorio Marmomacc e di Confindustria Marmomacchine.
Un asse commerciale tra il marmo tricolore e quello verdeoro rafforzato dalla trasferta oltreoceano di 27 aziende italiane, presenti come espositori alla 41ª edizione di Vitória Stone Fair-Marmomacc Latina America, al via ieri. L’evento, in programma fino al 19 febbraio a Vitória, in Brasile, costituisce la più importante manifestazione di settore del Sud America con oltre 420 espositori, dei quali il 30% esteri da 12 nazioni, con i principali produttori mondiali quali Italia, Turchia, India, Portogallo e Cina.
Per quattro giorni, tutta la filiera marmo-lapidea è rappresentata con più di 35mila metri quadrati espositivi netti. La fiera, infatti, è vetrina per una selezione delle 1.200 tipologie di pietre ornamentali brasiliane, sempre più protagoniste dei progetti delle archistar internazionali, come quello dell’Unicredit Tower di Milano che impiega 16mila metri quadrati di granito Verde Savana. Negli stand anche i fornitori di macchinari da cava e trasformazione che si rivolgono alle aziende di estrazione e stone-processing.
Ad organizzare la rassegna nello stato brasiliano dell’Espírito Santo, è la Fiera di Verona, attraverso la controllata Veronafiere do Brasil. «Dal 2012 abbiamo scelto di presidiare questa regione che concentra il 90%
degli investimenti nazionali nel settore del marmo – spiega Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere – Il Brasile, tra le prime cinque industrie lapidee al mondo, è strategico nella costituzione di una
rete internazionale di eventi dedicati al business della pietra in cui, con Marmomacc, siamo leader assoluti».
Alla parte espositiva, Vitória Stone Fair-Marmomacc Latina America affianca un programma di incontri b2b con buyer internazionali da Polonia, Germania, Australia, Stati Uniti, Canada, Messico, Irlanda e Turchia.
Spazio poi alla formazione con convegni e workshop per architetti, ingegneri e designer sull’export e la promozione del prodotto negli Stati Uniti, le ultime applicazioni della pietra nell’architettura e nel design, le innovazioni tecnologiche e la sostenibilità ambientale legate all’utilizzo del marmo.
Ospiti di questa edizione, infine, due studi di architettura – Walker Zanger e Tithof Tile&Marble – tra i vincitori dei Pinnacle Award 2015, il premio istituito dal Marble Institute of America.

Repubblica islamica dell’Iran: enormi margini per l’industria lapidea

iranNei giorni scorsi non è di certo passata inosservata la visita politico-economica del presidente iraniano Hassan Rohani, caratterizzata non tanto dagli aspetti cerimoniali quanto dai potenziali accordi, per circa 17 miliardi di dollari, firmati da molte aziende italiane.

Del bottino italiano, Saipem dovrebbe fare la parte del leone, firmando un accordo con l’Iran per un gasdotto lungo duemila chilometri, per un controvalore compreso tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, ma affari d’oro sono in vista anche per l’impresa siderurgica italiana Danieli, per Gavio, Fincantieri e Ferrovie dello Stato. La società Pessina Costruzioni ha sottoscritto un memorandum per la costruzione e la gestione di cinque strutture ospedaliere. Senza dimenticare il settore economicamente più rilevante che è ovviamente quello del petrolio, seguito dalle infrastrutture: l’ammodernamento della rete ferroviaria e la costruzione di una linea di alta velocità con aziende italiane a fare capofila del progetto. In quasi tutti i comparti economici, compreso l’agroalimentare, si sono aperte negoziazioni con la delegazione iraniana.

Ma andiamo per gradi, la Repubblica islamica dell’Iran a fine 2014 ha registrato un interscambio commerciale complessivo di circa 110.345 milioni di euro equamente distribuito tra esportazioni ed importazioni, con una lieve superiorità di queste ultime.

Le vendite all’estero dei prodotti iraniani hanno come principale mercato di riferimento la Cina, che rappresenta il 41% del totale dell’export, seguono l’India con il 17%, Turchia il 15%, Giappone il 9% e Corea del Sud con il 7%. Nella graduatoria delle primi cinque tipologie merceologiche, la quota più importante dei prodotti acquistati e ovviamente quella riferita ai combustibili e loro derivati, in sintesi petrolio, che equivale in valore all’80% circa del totale delle merci esportate. Troviamo con valori minori le materie plastiche, prodotti chimici, altri minerali ed infine frutta commestibile.

Anche per quanto concerne le importazioni i principali Paesi con i quali vengono realizzate operazioni commerciali sono nell’ordine Cina (38% del totale), India, Turchia e Corea del Sud, con l’unica eccezione in questo caso, al secondo gradino della graduatoria, degli Emirati Arabi Uniti, da quali l’Iran importa prodotti per il 17% del totale.

Il 15% del totale dei prodotti importati è riferito a reattori nucleari, caldaie, macchine e apparecchi meccanici, parliamo ancora di fine anno 2014, seguono con valori minori macchine ed apparecchi elettrici e loro parti (9%), altri veicoli terrestri loro parti ed accessori (8%), cerali (7%) e poi con il restante 60% circa tutta un’altra seri di merci che manifestano l’ importazione di una diversificata gamma di prodotti commerciali per una domanda interna in forte ascesa.

In questo panorama il ruolo dell’Italia nelle relazioni con l’Iran è stato fino ad oggi abbastanza marginale, basti menzionare che il nostro Paese ha esportato merci per non più di 1 miliardo e 155 milioni di euro, pari al 2,3% del totale, a fronte di importazioni per soli 451 milioni di euro. Una bilancia commerciale pari a circa 1,6 miliardi euro che permette comunque all’Italia di essere il secondo partner commerciale in Ue dopo la Germania, in netta crescita nel 2014 rispetto all’anno precedente.

A questo punto interessa verificare la consistenza, all’interno delle dinamiche sopra menzionate, del settore lapideo, sia nella componente grezza, dei calcarei e dei silicei, sia in quella dei prodotti lavorati, al fine di valutare sia l’importanza del mercato iraniano nel contesto internazionale sia di rapportare lo stesso con gli scambi commerciali lapidei con l’Italia e con alcune delle zone più rappresentative, in primo luogo la provincia di Massa-Carrara.

A fine 2014 la produzione mondiale di materiali lapidei è risultata pari a circa 136 milioni di tonnellate e l’Iran, con il 5,1% del totale, è risultato il quinto paese nella graduatoria internazionale, con una quantità di circa 7 milioni di materiale prodotto, in aumento rispetto all’anno precedente del 7,6%. E’ interessante inoltre osservare come dal punto di vista storico l’Iran sia passato da una produzione di circa 2,5 milioni di tonnellate nel 1996 all’attuale livello mantenendo comunque nel ranking mondiale sempre la stessa posizione.

Nella disamina per tipologia merceologica possiamo porre in evidenza che, per quanto concerne l’interscambio di calcarei grezzi, l’Iran nell’ultimo anno abbia registrato alcuni elementi di indubbio interesse. Innanzitutto si deve sottolineare che le importazioni di materiale calcareo sono veramente limitate e non superano i 323 mila dollari (USD) con il paese più rappresentativo la Turchia, con una quota del 61%, seguono Spagna, Cina, Pakistan e Emirati Arabi.

Per le esportazioni invece i valori sono notevolmente più interessanti, con un totale di circa 99 milioni di dollari, e con Cina e Italia che rappresentano le quote più rilevanti, rispettivamente il 68% ed il 14% del totale.

La Cina ha importato nell’ultimo anno 357 mila tonnellate di calcarei grezzi dall’Iran per circa 68 milioni di dollari, mentre l’Itali si è fermata a 17 mila tonnellate per un valore superiore ai 13 milioni di dollari (euro 11,3 milioni). Nell’interscambio mondiale di calcarei grezzi l’Iran con 414 mila tonnellate rappresenta il 2,9% del totale, il settimo paese della graduatoria.
Principali paesi importatori di calcarei grezzi dall’Iran

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Livelli di interscambio inferiori si individuano invece per quanto concerne i silicei grezzi dove le importazioni dell’Iran toccano in valore i 409 mila dollari, mentre le esportazioni i 3,3 milioni, valori comunque distanti rispetto a quelli dei calcarei. Nel dettaglio possiamo evidenziare che le esportazioni iraniani di questi materiali, in sostanza graniti, si dirigono prevalentemente verso Turchia e Italia, in entrambi i casi con valori vicini ad 1,3 milioni di dollari. Per l’Italia si tratta in specifico di importazioni di materiali per una quantità che non arriva alle 2 mila tonnellate.

Possiamo comunque constatare che nonostante gli ampi margini di miglioramento l’interscambio di lapidei grezzi con la Repubblica islamica dell’Iran vedono l’Italia, ed in particolare alcune aziende italiane, tra le protagoniste delle relazioni commerciali, in particolare nel campo dei materiali lapidei calcarei; difatti sono proprio i marmi, il beige Dehebid, il rosa Bajestan, l’Aryan i più pregiati sul mercato, senza dimenticare i travertini (Azarshahar) e l’onice.

Per i materiali lavorati si rileva un bassissimo livello dell’export di lavorati semplici, non superiore ai 329 mila dollari, mentre equivalgono a circa 7 milioni di dollari, tutti provenienti dalla Cina, i lavorati semplici importati, si tratta prevalentemente di blocchetti e lastre per pavimentazioni e marciapiedi.

Ma è nel comparto delle lavorazioni speciali, ovvero materiali lavorati e finiti, che si evidenzia il ritardo dell’industria lapidea iraniana, se nella estrazione di materiale grezzo i livelli sono significativi la produzione di materiale finito risente ancora della mancanza di una filiera efficiente che permetta di presentare ai mercati, ed ai relativi compratori, marmi e pietre ornamentali di adeguata qualità. L’Iran mostra infatti una bilancia commerciale per i materiali lapidei lavorati in deficit, con un livello di importazioni a fine 2014 di circa 168 milioni di dollari a fronte di esportazioni di materiali finiti per soli 32 milioni. La quota quasi totale di produzione finita che si dirige verso l’Iran proviene, per ben 160 milioni di dollari, dalla Cina che rappresenta il partner fondamentale con 164 mila tonnellate di prodotti. Al quinto posto troviamo l’Italia con meno di 2 milioni di dollari per 722 tonnellate di materiale.

Più diversificate anche se di minor impatto economico sono invece le vendite verso Turchia, Azerbaijan, Kazakhstan, Australia e Emirati Arabi.

Un ultimo aspetto delle dinamiche mondiali che interessano la Repubblica islamica dell’Iran riguarda le tecnologie settoriali inerenti l’estrazione e la lavorazione lapidea; in questo caso possiamo segnalare che le importazioni iraniane sono state considerevoli e pari a circa 36 milioni di dollari, di cui 20 provenienti dall’Italia che pertanto rappresenta per l’Iran il principale mercato di riferimento per il proprio sviluppo tecnologico. Nella tecnologia per marmi e pietre l’Italia è il paese esportatore leader con 904 milioni di dollari, di cui il 2,2% è diretto all’Iran.
Principali paesi esportatori di tecnologie del settore lapideo verso l’Iran

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Non può mancare a questo punto un’analisi più locale ed inerente i rapporti commerciali della provincia di Massa-Carrara con l’Iran, soffermandoci in maniera specifica sull’interscambio commerciale lapideo. Come abbiamo potuto evidenziare nelle osservazioni precedenti il comparto più significato riferito ai materiali lapidei è quello che ha per oggetto il materiale grezzo, ed in particolare l’importazione di tale materiale, restando di poco valore economico gli interscambi inerenti le altre tipologie di materiale lapideo.

Permangono al di fuori di questo dettaglio provinciale le esportazioni delle aziende apuane produttrici di macchinari per le cave e per la trasformazione lapidea, per le quali invece i rapporti con l’Iran risultano favorevoli e presentano ampi margini di miglioramento.

In sintesi nell’anno 2014 i materiali lapidei, soprattutto marmo, importati dalla Repubblica iraniana sono risultati per Massa-Carrara pari a 2,8 milioni di euro, in crescita del +30% rispetto al 2013, ai quali si possono sommare 1,7 milioni della provincia di Lucca, per un totale del comprensorio che rappresenta il 40% circa del totale importato dall’Italia nell’ultimo anno. La parte rimanente è rappresentata da Verona con 4,5 milioni di euro, provincia leader per gli acquisti lapidei dall’Iran, e poi anche da quella di Vicenza con 1,1 milioni di euro. La totalità delle acquisizioni di materiale grezzo iraniano è pertanto effettuata dalle imprese lapidee dei comprensori apuo-versiliese e veneto.
Importazioni lapideo grezzo dall’Iran dei distretti apuo-versiliese e veneto

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Concludiamo queste brevi note sul mercato lapideo della Repubblica islamica dell’Iran con alcuni dati strutturali (Fonte ICE teheran).

In Iran sono attive più di 1.450 cave e 6.600 imprese di lavorazione che complessivamente, si stima, producono un fatturato di circa 2 miliardi di euro e danno lavoro, direttamente ed indirettamente, a più di 500.000 persone.

Nella distinzione per tipologia di materiale si mette in evidenza che la lavorazione dei marmi vede 473 cave, 2.200 imprese di lavorazione e circa 160.000 addetti. Sono invece 356 le cave di

Travertino, per 1.600 imprese e 122.000 addetti. Per la lavorazione dell’onice le cave attive risultano 61, le imprese 300 e gli addetti 21.000; ed infine per i graniti 247 cave per 1.124 imprese e 85.00 addetti.

Si tratta ovviamente di stime che devono essere prese con le dovute cautele, ma che mostrano indubbiamente le enormi potenzialità di un mercato che ancora deve sviluppare tutte le proprie risorse.

Dossier Brasile 2015

dossierbrasileLa seconda edizione di questo “Dossier
Brasile” vede la luce quando la crisi economica
mondiale iniziata nel 2008 manifesta taluni segnali di reviviscenza, che si possono
percepire nel rallentamento dello sviluppo
economico mondiale, nel rischio di
“default” in alcune economie nazionali, nei
perduranti conflitti armati in diverse parti
del mondo, ed in una crescita dei flussi migratori,
davvero senza precedenti.
È una realtà dura che esige dai leader
mondiali maggiori doti di lucidità per non
compromettere lo sviluppo e la pace; è
una sfida che appare ardua, anche perché
si pone ad un livello superiore rispetto alle
capacità di affrontarla.
D’altra parte, è una realtà che esige dai
settori produttivi capacità creativa, percezione
dei cambiamenti e sforzi incessanti
per conseguire un aumento della produttività
e della competitività, onde garantire la
tenuta e l’espansione dei mercati.
Questa è la sfida che ABIROCHAS affronta
in Brasile, attraverso un’azione politicostrategica
con l’obiettivo prioritario di contribuire
all’ottimizzazione tecnico-commerciale,
e quindi all’espansione del settore su
basi moderne e competitive.
Negli ultimi anni, l’industria brasiliana delle
pietre ornamentali è riuscita con successo
a superare la condizione di prevalente
distributrice della sola materia-prima,
conquistando la posizione di quinta esportatrice
mondiale, di leader occidentale del
settore e di principale fornitrice del mercato
statunitense, con un giro d’affari di 1,3
miliardi di dollari in ragione annua, quattro
quinti dei quali provengono dai materiali
con valore aggiunto.
Potrebbe sembrare che il comparto abbia
raggiunto la piena maturità, ma un’analisi
attenta delle risorse e delle prospettive
permette di constatare che l’obiettivo dello
sviluppo è sempre attuale e che le opportunità
di crescita sono molto ampie.

Esistono ancora parecchie sfide da superare,
come la conquista di nuovi mercati e
l’accesso a nuove frontiere tecnologiche ed
industriali. Quale apporto alla strategia
di crescita abbiamo avviato la cosiddetta
“terza fase di esportazione”, che intende
potenziare ed ottimizzare l’offerta di un

prodotto finito con valore aggiunto molto
elevato: ciò, alla stregua di ulteriori investimenti,
anche dimensionali, il cui livello
di rischio richiede nuovi avanzamenti nello
sviluppo tecnologico, nell’organizzazione e
nella gestione delle imprese.
La strategia descritta si inquadra nello
“Studio per la Competitività settoriale” in
fase finale di elaborazione da parte di ABIROCHAS,
con l’obiettivo di potenziare l’uso
della pietra brasiliana nell’edilizia mondiale,
che a sua volta è conforme al “Programma Nazionale di Esportazione” predisposto
dal Ministero per lo Sviluppo, Industria e
Commercio Estero. Ciò, nell’ambito di un
più ampio, indispensabile appoggio istituzionale,
in cui si distingue Apex-Brasil
(Agenzia Brasiliana di Promozione delle
Esportazioni e degli Investimenti), grazie ad
un contributo di successo al potenziamento
internazionale dell’economia federale attraverso
la crescita del valore aggiunto.
Buona lettura, con un voto di fiducia per il
futuro!

Reinaldo Dantas Sampaio
Presidente di Abirochas

Il mercato maltese

MaltaDopo l’ingresso nell’Unione Europea, si era presunto che Malta potesse valorizzare la sua tipica pietra da costruzione oltre i limiti di un mercato interno quantitativamente modesto, visto che il Paese ospita poco più di 200 mila abitanti, ma assai ricettivo, tanto che il consumo unitario, agevolato dagli impieghi strutturali, si colloca a livelli oltremodo elevati. Invece, la produzione locale non ha trovato la via dell’export, andando a soddisfare la domanda domestica con prezzi competitivi alla luce degli alti rendimenti di cava (agevolati dalle caratteristiche di compattezza della Pietra di Malta) e delle dimensioni puntiformi del mercato, che riducono al minimo il costo dei trasporti.
Malta, invece, si va rilevando una discreta importatrice, soprattutto di lavorati, che nel 2014 hanno interessato circa 12 mila tonnellate di materiale: a conti fatti, oltre 200 mila metri quadrati equivalenti, riferiti allo spessore convenzionale di base, e quindi oltre un metro quadrato per abitante. Un ottimo risultato, che per circa metà delle provenienze è stato soddisfatto dall’Italia, ed in primo luogo dal Mezzogiorno, le cui pietre posseggono vecchie tradizioni d’impiego decorativo e funzionale alla Valletta e negli altri centri dell’Arcipelago. Tuttavia, la concorrenza della Cina è arrivata anche a Malta, visto che si tratta del secondo importante Paese fornitore, mentre gli altri si sono fermati su cifre marginali.
Si deve aggiungere che il consumo unitario di Malta, nel ragguaglio pro capite, è superiore di ben cinque volte alla media mondiale, collocandosi ai primi posti della graduatoria dopo Belgio e Svizzera, e davanti alla stessa Italia: fatte naturalmente salve le ovvie differenze in cifre assolute.
Un movimento di qualche rilievo si è avuto, parimenti, nell’importazione delle lastre grezze di marmo e di granito destinate ai laboratori maltesi, a cui le commesse non mancano, in specie nel campo dell’edilizia turistica e di quella residenziale. Nella fattispecie, il dato del 2014 si riferisce ad acquisti per circa duemila tonnellate. Malta, in definitiva, è un discreto emporio per cui è applicabile il vecchio assunto di “piccolo ma bello”. Naturalmente, dal punto di vista commerciale non è un mercato per tutti, in quanto certamente selettivo: in tutta sintesi, una sorta di nicchia per l’export italiano.

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