Export mondiale: chi sale e chi scende. Una congiuntura a macchia di leopardo

Il rapporto 2016 (Foto MarmoNews)

L’interscambio lapideo mondiale, dopo la notevole battuta d’arresto del 2015, ha ripreso a crescere, sia pure con notevoli vischiosità, e nel 2016 ha messo a segno una crescita complessiva dello 0,9 per cento, portandosi a 53,5 milioni di tonnellate, al netto dei sottoprodotti. Si tratta di un risultato positivo, laddove sia visto nell’ottica di una congiuntura difficile anche per i materiali concorrenti, ma non si deve dimenticare che è stato conseguito a fronte di una flessione contestuale dei ricavi pari al sette per cento, con un calo del giro d’affari superiore al miliardo e mezzo di dollari.
Nell’ambito degli otto maggiori protagonisti, che hanno contribuito all’export mondiale con uno “share” di almeno un punto, e che hanno ascritto il 70,6 per cento delle spedizioni globali, quattro hanno progredito, mentre altri quattro hanno visto ridurre le proprie quote. Il primo gruppo comprende India (+ 12.3), Brasile (+ 5.3), Grecia (+ 1.7) e Turchia (+ 1.6) mentre nel secondo trovano posto Portogallo (- 4.2), Spagna (- 6.7), Italia (- 7.3) e Cina (- 9.1). Quest’ultimo Paese mantiene il primato dell’export in cifra assoluta, grazie al forte vantaggio precedente, esprimendo tuttora il 21,6 per cento del totale, ed avendo fatturato 11,6 miliardi di dollari, ma il suo vantaggio sull’India si è dimezzato, riducendosi a poco più di tre punti.
Nella graduatoria degli otto Paesi leader, il 2016 ha visto il sorpasso del Brasile, salito al quinto posto assoluto ai danni della Spagna, mentre la Turchia ha consolidato il terzo posto, con uno “share” del 12,4 per cento. E’ da notare che i primi tre esportatori hanno assommato, da soli, il 52,3 per cento delle spedizioni mondiali, confermando una leadership che consente, in larga misura, un sostanziale controllo quantitativo dei mercati.
L’Italia, dal canto suo, ha confermato un trend discendente di lungo periodo, conservando il quarto posto ma perdendo un ulteriore mezzo punto nella quota di mercato mondiale, scesa al 5,2 per cento, ed ascrivendo una decrescita percentuale che risulta inferiore soltanto a quella della Cina. Va peraltro soggiunto che nel suo export del prodotto finito, struttura portante dell’export italiano, la quotazione media si continua a porre ai vertici mondiali, con un prezzo di oltre 68 dollari per metro quadrato equivalente (allo spessore convenzionale di cm. 2), che risulta quasi doppio rispetto a quello planetario.
Il panorama complesso del lapideo italiano, che cede anche nella graduatoria produttiva, dove si colloca al sesto posto con il 4,3 per cento dei volumi estratti nel mondo (dietro Cina, India, Turchia, Brasile ed Iran), trova completamento anche nell’import, pressochè dimezzato nel lungo periodo, con un consuntivo per il 2016 sceso a poco più di un milione di tonnellate: anche in questo caso, al sesto posto mondiale. Poiché l’import dell’Italia risulta costituito in larga maggioranza da grezzi, ne consegue la conferma di una tendenza al ribasso anche per quanto si riferisce alle attività trasformatrici nazionali.
Le conclamate esigenze di maggiori attenzioni per il settore lapideo italiano e per la sua notevole importanza socio-economica, in specie nei tradizionali distretti leader, ne traggono motivi di ulteriore ed evidente validità, assieme a quelle di adeguati interventi in campo infrastrutturale, finanziario, professionale, e naturalmente, nel sistema di promozione.

Marmo e pietre nel mondo. Sintesi del ventottesimo Rapporto annuale: consuntivo dell’esercizio 2016

Il trend di crescita del comparto lapideo mondiale avverte gli effetti di una congiuntura complessa in modo più significativo rispetto al passato. La grande crisi del 2009 era stata ampiamente superata nel quinquennio successivo, ma il bilancio del 2015 non era stato altrettanto favorevole, soprattutto nell’interscambio, caratterizzato da un regresso quantitativo del sette per cento. La tendenza si è nuovamente invertita nel 2016, ma il recupero è risultato circoscritto ad un punto, senza dire che ha coinciso con una flessione sia pure contenuta del valore corrispondente, e quindi con un sacrificio della redditività decisamente innovativo nei confronti delle strategie economiche settoriali dell’ultimo biennio.

L’utilizzo di marmi e pietre ha continuato a progredire sui mercati domestici, sia pure con un tasso ridotto: ciò, a fronte di una domanda sempre in tensione soprattutto nei maggiori Paesi protagonisti, a cominciare dalla Cina e dall’India, ma nello stesso tempo, quale conseguenza della maggiore offerta derivante dal contenimento dell’export, nell’ambito di una produzione meno elastica in quanto subordinata all’obbligo di valorizzare la capacità produttiva degli impianti ed il ritorno degli investimenti.

Giova ribadire che l’interscambio, fenomeno certamente decisivo nell’economia del comparto, ha visto una crescita limitata ai soli volumi, e soprattutto, ad alcuni Paesi leader. Al contrario, il giro d’affari ha manifestato rinnovate vischiosità, con un fatturato pari a circa 22 miliardi di dollari, concentrato in buona misura nell’export dei sette massimi esportatori: Cina, Italia, Turchia, India, Brasile, Spagna, Portogallo. In questa ottica, è fondato rilevare come il consuntivo del 2016 sia stato contraddistinto da una revisione della politica distributiva, con un occhio di ritrovate attenzioni per le attese di una committenza sempre interessata al giusto equilibrio fra qualità e prezzo: ciò, con un apprezzabile ritorno alla cosiddetta democratizzazione degli impieghi, che era stata carattere saliente del lungo periodo, dagli anni ottanta in poi, e che poi era stato subordinato alle opzioni prioritarie della gestione.

Nei confronti degli altri settori collegati all’edilizia ed in particolare di quelli contigui, il bilancio del comparto lapideo resta competitivo, con un rapporto sostanzialmente stazionario rispetto alla ceramica ed al grés porcellanato. Risultano in crescita, invece, i consumi della cosiddetta pietra artificiale soprattutto in alcuni importanti mercati extra-europei; d’altro canto, questo prodotto è costituito dal materiale di natura per una quota largamente maggioritaria, quasi a confermare il gradimento di parecchia clientela per i valori tecnologici ed estetici che sono caratteristica essenziale di marmi, graniti e materiali affini.

In assoluto, l’estrazione mondiale del 2015 è stata pari a circa 300 milioni di tonnellate al lordo delle perdite di cava e dei cascami di trasformazione: avuto riguardo ad un consumo complessivo per oltre un miliardo e mezzo di metri quadrati equivalenti, riferiti allo spessore convenzionale di cm. 2, risulta di tutta evidenza come la fondamentale questione degli scarti sia sempre prioritaria, sostanzialmente dovunque, ed in primo luogo nelle economie mature, più sensibili ad una ragionevole politica ambientale.
L’impiego pro-capite, dal canto suo, è salito a 252 metri quadrati per mille unità, a fronte dei 243 dell’anno precedente e dei 117 del 2001, con una crescita annua di lungo periodo nell’ordine dei tredici punti. Questa variabile, il cui trend di ascesa prescinde da ogni fluttuazione congiunturale, attesta in modo precipuo che la crescita di marmi e pietre conta su risultati probanti e sul gradimento degli utilizzatori, autorizzando previsioni di cauto ottimismo.

Emerge da queste cifre che il ruolo più importante nel quadro della mondializzazione è svolto sempre dall’interscambio quantitativo, prima ancora che da quello in valore: tenuto conto degli apporti di grezzo e lavorato, si è tradotto in un flusso pari ad oltre 790 milioni di metri quadrati equivalenti. Si deve precisare che la quota del grezzo è ulteriormente diminuita, scendendo sotto la soglia psicologica del 50 per cento ed evidenziando la ripresa di una modificazione strategica che aveva privilegiato l’economia di trasporto riveniente dalla maggiore movimentazione del prodotto lavorato.

Fra i caratteri salienti dell’interscambio lapideo, che sono andati consolidandosi nel tempo, si deve fare riferimento ad un’altra realtà significativa di settore: la maggioranza assoluta dei consumi mondiali si riferisce a materiali estratti e spesso trasformati in Paesi diversi da quello di posa in opera, alimentando un indotto di grande rilevanza economica, in primo luogo nel campo dei servizi.

I primi sei produttori (nell’ordine: Cina, India, Turchia, Brasile, Iran, Italia) hanno espresso il 71 per cento dell’estrazione mondiale, superando di oltre trenta punti la quota del 1996 e confermando le rispettive posizioni dell’anno precedente. La tendenza storica ad una progressiva concentrazione, generalmente estesa alle fasi trasformatrici ed alla distribuzione, ne risulta vieppiù consolidata. In particolare, la Cina, con circa 46 milioni di tonnellate estratte, ha ribadito il suo primato produttivo, con un terzo del volume di marmi e pietre prodotti nel mondo, mentre l’India ha fatto registrare un’espansione più celere, portandosi al 16 per cento della cifra planetaria.

I prezzi, alla luce delle opzioni gestionali di cui si è detto, comunque diversificate, sono stati caratterizzati da un ripensamento talvolta significativo delle strategie precedenti. Ad esempio, la stessa Cina, dove la quotazione media del finito aveva espresso una costante ripresa dal 2003 in poi, per accusare una flessione di qualche rilievo soltanto nel 2009, ha ceduto circa dieci punti nella quotazione del suo export di lavorati, scendendo dai 41,70 dollari per metro quadrato esportato nel 2015 ai 37,30 del 2016. Il fenomeno, cui non è estranea la dinamica dei cambi, conferma che le strategie distributive sono diventate duttili anche nei Paesi leader, dovendosi confrontare, in un mercato mondiale molto selettivo, con mutevoli equilibri di offerta e domanda, e con un differenziale di notevole ampiezza nei confronti delle economie mature, ed in particolare, di quelle dell’Europa occidentale. Cciò, con particolare riguardo all’Italia, che conserva il primato nella quotazione del manufatto lapideo spedito all’estero, pari a circa 67,60 dollari per metro quadrato, contro i 36,70 dei primi dodici Paesi esportatori, complessivamente considerati.

Sul piano merceologico, il 2016 ha visto un ulteriore recupero marginale del prodotto siliceo, soprattutto grazie agli apporti dell’India e della Cina, ferma restando la prevalenza quantitativa del calcareo, la cui incidenza sul consumo mondiale rimane intorno a tre quinti del totale. La destinazione prevalente è sempre quella degli impieghi nell’edilizia, con quote importanti destinate all’arredo urbano ed alla funeraria, nell’ambito di un ventaglio di consumi sostanzialmente stazionario.

A proposito della Cina, quale Paese leader in grado di determinare talune scelte strategiche anche in altri Paesi, si deve specificare che la sua esportazione in volume è diminuita di oltre un milione di tonnellate, dopo le 600 mila perdute nell’anno precedente, con un regresso del 9,1 per cento che sale al 13,5 per cento nel ragguaglio biennale; tuttavia, il calo dei prodotti finiti è rimasta stazionario, mentre è fortemente sceso il grezzo siliceo. I lavorati ad alto valore aggiunto hanno costituito il 78 per cento dei volumi cinesi spediti all’estero, con una crescita di sei punti, ed il 93 per cento del valore, in flessione di cinque. Sono ulteriormente diminuite le vendite di manufatti in Giappone, senza contare la battuta d’arresto negli Stati Uniti, mentre hanno trovato ottime conferme quelle in Corea del Sud ed in Vietnam, rispettivamente al primo e quarto posto della graduatoria. Il fatturato estero delle spedizioni cinesi, dal canto suo, è sceso del 10,4 per cento, riducendosi a 6,8 miliardi di dollari: talvolta anche i giganti piangono, pur confermando la loro appartenenza ad una dimensione massima.

Nell’ambito dei maggiori Paesi lapidei il consuntivo dell’Italia, contraddistinto dal primato di prezzo medio del manufatto, di cui si è detto, è stato notevolmente riflessivo, con una diminuzione produttiva marginale ed un nuovo calo dell’export in quantità – netto da sottoprodotti – pari al 7,3 per cento, dovuto tanto ai grezzi quanto ai lavorati; si è conseguentemente ampliato il differenziale negativo rispetto al massimo del 2000, salito a quasi 22 punti, la cui maggioranza risulta concentrata nell’ultimo triennio. L’importazione, specularmente, ha fatto registrare una diminuzione dell’ 8,5 per cento, da inquadrarsi in una permanente stasi del mercato interno, condizionato da un ristagno ormai cronico dell’edilizia: non a caso, negli ultimi dieci anni l’import lapideo italiano è diminuito per ben otto volte, e risulta più che dimezzato nei confronti del 2001.

L’esportazione settoriale dall’Italia, sempre nel 2016, si è riferita a manufatti per l’81,7 per cento del suo valore complessivo, con un’incidenza che costituisce il massimo del decennio, quasi a confermare, oltre a quella socio-economica, la sua preminente rilevanza strategica, mentre le spedizioni del grezzo hanno avuto un tradizionale punto di forza nel marmo, con circa nove decimi della rispettiva quota e cifre marginali per graniti ed altre pietre.

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Un ruolo settorialmente fondamentale resta quello dell’indotto ed in particolare delle tecnologie di lavorazione (macchine e beni strumentali). Per quanto riguarda l’impiantistica, il 2016 si è chiuso con una produzione mondiale quasi stazionaria – al pari di quella dei materiali – stimabile in circa tre milioni di quintali, oggetto d’interscambio nella misura di due terzi, e la conferma del primato italiano forte di un’esportazione che assomma al 69,3 per cento di quella europea in volume, ed al 62,3 per cento del valore corrispondente, mentre esprime circa un quarto dello scambio mondiale, interessando la maggioranza assoluta della domanda in diversi Paesi del Vecchio Continente, senza contare taluni extra-europei di forte rilevanza settoriale, con punte molto significative in Brasile, Australia ed Etiopia, dove la maggioranza assoluta della copertura di mercato risulta di appannaggio italiano. Ciò, senza dire di altri progressi ragguardevoli come quelli ascritti dallo quota del “made in Italy” di tecnologia lapidea in Canada, Messico e Cile.

L’export italiano di macchine ed impianti per la trasformazione di marmi e pietre ha interessato spedizioni nell’ordine dei 600 mila quintali, in calo di circa 16 punti nei confronti dell’anno precedente: ma si deve considerare che nel 2015 era stato raggiunto il nuovo massimo storico assoluto. Il volume d’affari del 2016 si è ragguagliato a circa 700 milioni di euro, con un valore medio per unità di prodotto che è pervenuto, a sua volta, al nuovo massimo di 1184 euro/quintale, contro i 1112 dell’anno precedente, i 1058 del 2013 ed i 974 del 2012. Ciò, confermando una competitività consolidata, in primo luogo sul piano della qualità e delle politiche di servizio, pur nel contesto di una concorrenza mondiale in crescita costante.

Il consuntivo della tecnologia italiana è completato dai beni strumentali, dove primeggiano tradizionalmente gli abrasivi e gli utensili diamantati, le cui esportazioni in valore hanno dato luogo a consegne per circa 370 mila quintali, ed un fatturato per oltre 285 milioni di dollari, che nell’ambito europeo risulta superato soltanto da quello tedesco. Nondimeno, in entrambi i Paesi leader nell’Unione si registrano flessioni di rilievo rispetto ai corrispondenti massimi, che sono parzialmente da ascrivere alle operazioni di “joint-ventures” effettuate in Paesi terzi dalle rispettive Case produttrici.

La movimentazione internazionale è stata caratterizzata, come in passato, da una larga e logica prevalenza dei mezzi navali. Si è confermato, peraltro, il ruolo importante dei trasporti ferroviari, sia a breve che a lungo raggio (ad esempio, negli approvvigionamenti cinesi di grezzi silicei provenienti dall’Europa settentrionale, peraltro in flessione pur essendo avvantaggiati dai nuovi tratti di Alta Velocità) mentre il numero di quelli su strada, funzionalmente complementari ai primi due fatta eccezione per i casi di lavorazioni e consumi di mercato locale, è cresciuto in misura sostanzialmente proporzionale alle produzioni, con una stima pari ad oltre 50 milioni di carichi e scarichi..

L’esame differenziato per Paesi dimostra che lo sviluppo del mondo lapideo è governato da processi assai variabili: se gli aumenti maggiori di estrazione e trasformazione sono stati conseguiti in Asia, non sono mancati apprezzabili spunti reattivi anche in un’area matura come quella europea, attestando la permanente idoneità di marmi e pietre ad elidere gli effetti di una congiuntura economica certamente non facile.

Consuntivi di segno negativo sul piano del fatturato estero, in specie di grezzi, ed in controtendenza rispetto ad un lungo trend di crescita, sono stati nuovamente registrati in Brasile, nonostante la significativa politica di valorizzazione delle pietre locali, con particolare riferimento al granito; senza dire della Turchia che continua a scontare la minore propensione all’acquisto di calcarei grezzi da parte cinese, mentre l’export di manufatti verso il tradizionale mercato statunitense non ha fatto registrare uno sviluppo conforme alla potenzialità della domanda, avendo coinciso con un regresso inatteso dell’import nordamericano di lavorati, che è stato pari al 6,1 per cento, interrompendo la tendenza positiva in atto da sei anni.

E’ appena il caso di sottolineare che l’inversione di tendenza registrata negli Stati Uniti suscita perplessità rese più rilevanti dall’annuncio di politiche protezioniste a favore delle produzioni locali, di cui ai nuovi programmi formulati dal Governo di Washington.

In aumento, sia pure circoscritto, risulta l’export dall’Iran, il solo Paese di rilievo ad avere incrementato le spedizioni di grezzo in Cina, dove ha raggiunto il quarto posto nella graduatoria dei rispettivi acquisti, dietro Turchia, Italia ed Egitto: un Paese, quest’ultimo, che sta potenziando la politica del valore aggiunto, al pari di quanto accade, sia pure in misura quantitativamente meno ampia, in Giordania e soprattutto in Palestina, dove l’incidenza del lapideo sul prodotto interno lordo si colloca da tempo ai vertici mondiali.

Una crescita interessante del prodotto finito riguarda anche il Sudafrica, nonostante la concomitanza con una buona ripresa del grezzo, che peraltro resta tuttora lontano dai massimi storici del suo export. Al riguardo, è congruo evidenziare come lo sviluppo distributivo dei manufatti sudafricani abbia saputo coniugare i caratteri cromatici del granito domestico e quelli di una domanda internazionale propensa all’acquisizione di colori forti, con la tradizionale strategia di valorizzazione della qualità e dei volumi estratti, le cui destinazioni prevalenti hanno continuato ad interessare l’Europa ed in modo particolare l’Italia, ma con ottime posizioni anche in Polonia, dove l’uso funerario del prodotto a pigmentazione scura fruisce di tradizioni consolidate.

Le previsioni produttive di marmi e pietre nel mondo, pur improntate a criteri opportunamente prudenziali rivenienti dall’estrapolazione delle serie storiche e dall’andamento pur contraddittorio dell’interscambio di breve periodo ma anche da uno scontato incremento demografico seguito da quello dell’edilizia, restano favorevoli, tanto che nel 2020 il volume dei lapidei di pregio estratti nel mondo dovrebbe salire a circa 170 milioni di tonnellate con un impiego non lontano dai due miliardi di metri quadrati equivalenti mentre il quantitativo oggetto di scambio internazionale andrebbe a definirsi in misura proporzionale, e quindi oltre il miliardo di metri.

E’ fondato presumere che il trend del comparto lapideo mondiale, superato il collo di bottiglia indotto dalle situazioni di ristagno presenti nel sistema, possa riprendere con un tasso conforme a quello di lungo periodo; si porranno, tuttavia, maggiori problemi di creazione delle infrastrutture, di adeguamento impiantistico e di collocazione dei cascami, a tutti i livelli nazionali e regionali. Sono problemi da affrontare tenendo conto del ruolo decisivo degli investimenti – e quindi del credito – e della necessità di potenziarli sul piano aziendale attraverso adeguati incentivi: ciò, sia per il momento produttivo, sia per quello della comunicazione e della promozione, con attenzioni particolari per la questione degli scarti, le cui difficoltà di stoccaggio e di compatibilità ambientale costituiscono una strozzatura di evidenza prioritaria.

La cooperazione internazionale è certamente in grado di esercitare un nuovo ruolo propulsivo, a cominciare dalle possibili soluzioni di questi problemi strategici, con un impatto tanto più concreto nella misura in cui sia supportata dall’azione congiunta delle Organizzazioni imprenditoriali del comparto lapideo, che a livello sovranazionale non è ancora conforme ad esigenze politiche oggettive, ai bisogni delle imprese e del fattore lavoro, ed agli stessi auspici storici.

Il settore possiede contenuti professionali molto alti e la possibilità di creare nuovi posti di lavoro con mezzi finanziari limitati, tanto che da quasi mezzo secolo è stato ritenuto ufficialmente idoneo – anche da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite – ad avviare processi di espansione laddove altri comparti non potrebbero esprimere analoghe capacità strategiche e tattiche. Quindi, ha diritto ad essere oggetto di consapevoli attenzioni sia nei Paesi terzi, dove costituisce un’occasione importante di incremento del valore aggiunto, sia in quelli maturi, dove si traduce in aggregati di notevole importanza dal punto di vista economico, tanto più importanti in permanenza di una congiuntura economica ed occupazionale obiettivamente complessa.

Export lapideo italiano: Continua la crescita della redditività in un mercato riflessivo

(Foto Daniele Canali)

I dati circa le spedizioni all’estero di marmi e pietre nei primi otto mesi dell’esercizio 2016 hanno confermato la precarietà della congiuntura già rilevata in precedenza, con qualche accentuazione nelle quantità vendute, ma nello stesso tempo, con un’ulteriore crescita della redditività, che sembra inserirsi in una tendenza generale già illustrata nel “XXVII Rapporto mondiale” del settore presentato alla Fiera di Verona.

 

A conti fatti, il valore medio per unità di prodotto dell’esportazione lapidea italiana è cresciuto del 3,8 per cento nei grezzi e del 5,5 per cento nel prodotto finito, con incrementi rispettivi da 718 a 745 euro per metro cubo, e da 53,8 a 56,8 euro per metro quadrato equivalente (nel ragguaglio allo spessore convenzionale di cm. 2). E’ l’altra faccia della medaglia: da una parte si sono cedute quote di mercato, ma dall’altra, chi è rimasto competitivo ha potuto conseguire risultati migliori di gestione.

 

Il fatto che questi consuntivi si riferiscano a due terzi dell’esercizio 2016, confrontati con lo stesso periodo dell’anno precedente, fa presumere che quelli finali possano essere sostanzialmente conformi. Tuttavia, sarà importante confrontarli soprattutto con i risultati conseguiti dagli altri maggiori Paesi lapidei, a cominciare dalla Cina, che nel 2015 aveva fatto registrare la crescita più alta della redditività.

 

Il comparto lapideo italiano, in buona sostanza, continua a perseguire una strategia qualitativa, supportata dal costante adeguamento tecnologico, che consente, se non altro, di trasferire sui prezzi le maggiorazioni dei costi produttivi, almeno da parte delle imprese capaci di investire in misura conforme alle esigenze del mercato. Quelle marginali, invece, possono sopravvivere all’insegna di una precarietà sempre più selettiva.

 

Lo stato di salute non ottimale del marmo e della pietra, quale emerge dall’analisi dell’interscambio italiano, ha trovato conferma nel ridimensionamento dell’import di materiale grezzo, espresso da consuntivi a due cifre. Ciò significa che la domanda interna continua a languire, con ovvie conseguenze per quanto riguarda le attività domestiche di trasformazione. In altri termini, il solo parametro in ascesa resta quello del valore medio all’export, significativamente più alto nel lavorato, con tanti saluti a chi continua a mettere in dubbio la validità delle politiche di valore aggiunto.

 

Una prima conclusione di tutta sintesi consente di porre in luce che il materiale lapideo, bene comune di forte impatto sociale, continua a svolgere un ruolo di promozione economica da tutelare e da valorizzare, in analogia a quanto stanno facendo i Paesi che hanno compreso le funzioni strategiche del comparto e la sua idoneità a supportare la tutela socio-economica dei comprensori interessati, ed in prospettiva, uno sviluppo consentito dall’apprezzamento per il prodotto di natura e dalle dimensioni della domanda mondiale.

Marmi e pietre nel mondo: Produzione, consumi e redditività in crescita globale

E’ stato rilevato in parecchie occasioni ufficiali come l’idoneità del settore lapideo a promuovere politiche di sviluppo dove ad altri non sarebbe strutturalmente possibile, sia fuori discussione, e come abbia acquisito alti riconoscimenti nelle sedi più qualificate, a cominciare dall’Organizzazione delle Nazioni Unite con la nota Dichiarazione del 1976. In precedenza, il IX Congresso dell’industria marmifera europea aveva già attirato l’attenzione dei Governi nazionali e regionali sul ruolo trainante della pietra anche in chiave sociale, auspicando l’adozione di opportuni incentivi capaci di valorizzare tale opportunità, ed aveva costituito la Federazione internazionale del settore (oggi Euroroc) con lo scopo di promuovere uno sviluppo più organico del comparto (1964).

 

Oramai, diversi Paesi hanno riconosciuto il ruolo strategico di marmi e pietre ed aggiornato la propria legislazione per quanto di conseguenza, inquadrando i prodotti lapidei nell’ambito dei materiali minerari di prima categoria. Ne sono scaturiti parecchi risultati economici e sociali di buona consistenza, soprattutto dal punto di vista delle crescite occupazionali, degli investimenti e del valore aggiunto. In ogni caso, sono parecchi i Paesi in cui la volontà politica nazionale ha preso atto del rilievo di marmi e pietre nell’ambito della programmazione, anche fra quelli di primaria importanza settoriale, come Brasile, Egitto, India, dove la linea del possibile ha cominciato a spostarsi in avanti, a fronte delle conseguenti opzioni promozionali che stanno diventando punti di riferimento anche per gli altri.

 

Il progresso lapideo è incontestabile, ad iniziare dal gradiente di sviluppo notevolmente superiore a quello dell’economia mondiale considerata nel suo complesso, avendo tratto largo vantaggio dalla diffusione sostanzialmente universale delle riserve, ed in misura altrettanto ampia, dal forte avanzamento tecnologico. Ciò, sebbene la politica di ricerca estrattiva sia tuttora limitata: soltanto in pochi casi la conoscenza del territorio è davvero esauriente, come in alcuni Stati europei, in Arabia Saudita, in altri Paesi del Golfo, in Palestina od in Turchia, facendo presumere che nuove importanti risorse possano essere condotte alla vista e quindi alla coltivazione.

 

In taluni casi, lo sviluppo è stato esponenziale. Del resto, negli ultimi 25 anni la produzione ed i consumi mondiali sono triplicati, mettendo a segno un progresso straordinariamente elevato anche nel campo qualitativo, con particolare riguardo alle lavorazioni speciali. Ciò, senza dire che le valutazioni storiche effettuate a livello scientifico hanno posto in evidenza che il volume dei marmi e delle pietre scavati nel mondo negli ultimi due terzi di secolo é stato superiore a quello di tutte le epoche precedenti, sin dall’antichità più remota. Chi si fosse ostinato a presumere che il settore svolge un ruolo di retroguardia, nel quadro di residue concessioni ad un prestigio retorico ed anacronistico, in qualche misura autoreferenziale, avrebbe commesso un errore macroscopico.

 

Per comprendere quanto siano ampie le odierne dimensioni del settore, basti sottolineare che la produzione mondiale del 2015, al netto degli scarti di cava, è stata pari a 140 milioni di tonnellate, destinate all’interscambio nella misura del 54 per cento. In effetti, il volume del commercio estero settoriale si è ridotto di alcuni punti, ma ciò non ha compromesso la continuità di crescita delle produzioni, sia pure con un tasso più contenuto, perché i mercati domestici hanno sopperito in modo adeguato al rallentamento dell’export, soprattutto nell’ambito extra-europeo, ed anzitutto in Cina.

 

Il progresso indotto dal settore lapideo, a parte quello economico e tecnologico, spazia in un contesto più ampio e nobile, a cominciare dal perseguimento della cosiddetta “qualità totale”. Non è un caso che la progettazione moderna abbia riscoperto gli utilizzi del marmo, del granito e delle altre pietre sia nell’edilizia di rappresentanza, sia in quelle civili ed economiche, grazie a caratteri funzionali ed espressivi di grande competitività, ed alla capacità di offrire manufatti ad altissimo valore aggiunto prodotti serialmente, come negli arredi per il bagno, nei piani da cucina, nelle lavorazioni a massello, in alcuni tipi di oggettistica, e via dicendo.

 

 

 

Vale la pena di ribadire che le economie di durata e di manutenzione sono tali da motivare ampiamente qualche maggiorazione di prezzo, che proprio negli ultimi esercizi ha permesso di ottimizzare i risultati della gestione industriale anche nei Paesi in via di sviluppo: ad esempio, nell’ultimo quinquennio il prezzo medio del manufatto lapideo cinese oggetto di esportazione è raddoppiato, raggiungendo il nuovo massimo di oltre 40 dollari per metro quadrato equivalente nel consuntivo per il 2015, ed ascrivendo un risultato di ovvia utilità anche per quanto riguarda l’autofinanziamento degli investimenti, tanto più importante in una congiuntura di oggettive difficoltà nell’accesso al credito, sia ordinario che agevolato, come quella odierna.

 

Il rapido progresso conseguito nel “modus vivendi” dell’uomo contemporaneo ha trovato un fondamento significativo nella democratizzazione d’impiego dei materiali più selettivi, come marmi e pietre: è un percorso che continua nonostante la scoperta della redditività crescente, perché lo sviluppo tecnologico ha continuato ad esercitare il suo ruolo tradizionale di contenimento dei costi, e quindi dei prezzi, in un ventaglio capace di soddisfare quote maggiori del mercato.

 

Ciò che un tempo era riservato ad una schiera piuttosto ristretta di fruitori ha finito per diventare accessibile ad una clientela più ampia: motivo ulteriore per sottolineare come il consumo medio per abitante, che nel mondo di oggi ammonta ad oltre 240 metri quadrati per mille (riferiti allo spessore convenzionale di cm. 2) con punte massime di oltre un metro pro-capite in Arabia Saudita, Corea del Sud, Belgio e Svizzera, sia destinato ad aumentare, potenziando un trend in ascesa che perdura da molti anni e che ha permesso di raddoppiare la quota del 2001, inferiore ai 120 metri quadrati.

 

L’esame dei parametri essenziali attesta che l’espansione lapidea globale è sempre in atto, come si conviene a materie prime quali marmi e pietre, capaci di esaltare i valori estetici della bellezza ma prima ancora quelli etici, a cominciare dalla pace.

 

Lapideo: confermate le diminuzione delle vendite nei primi 8 mesi del 2016

I dati relativi alle esportazioni ed importazioni di materiale lapideo, sia grezzo che lavorato, riferito ai primi otto mesi dell’anno in corso, confermano quanto avevamo già delineato nel consuntivo di fine anno 2015 e nei primi mesi del 2016.

Le difficoltà si registrano sia per i quantitativi, che vedono perdite addirittura a due cifre percentuali, sia per i valori monetari. Il settore lapideo italiano sembrerebbe aver intrapreso una tendenza opposta rispetto a quella degli ultimi anni con variazioni negative che a questo punto possono ritenersi realistiche per l’intero arco dell’annualità corrente.

In queste brevi note, rimandando analisi più approfondite alle prossime scadenze, possiamo mettere in evidenza che, nei primi otto mesi del 2016, sono state esportate complessivamente dalle aziende italiane 1,8 milioni di tonnellate di materiale, sia grezzo che lavorato, in calo del -12,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando le tonnellate erano state superiori ai 2 milioni, per una contrazione che in valore assoluto è stato di circa 255 mila tonnellate.

Perdite nelle quantità ma pure nei valori monetari; infatti, nonostante si tratti di variazioni meno accentuate, si riscontrano diminuzioni nelle vendite del -4,4%, che assommano complessivamente a circa 1.275 milioni di euro, a fronte dei 1.333 milioni dell’anno 2015, per un calo pari a circa 58 milioni di euro.

Nella disamina per componenti osserviamo che le esportazioni italiane in quantità di materiale lapideo grezzo hanno toccato la quota di 815 mila tonnellate nei primi otto mesi dell’anno, un calo nettissimo, del -18,3%: quasi un quinto in meno rispetto all’anno precedente. Una simile contrazione (-15,3%) è stata riscontrata anche nei valori monetari delle vendite.

Come avevamo sottolineato nelle note precedente, preoccupa decisamente la forte frenata che ha riguardato la componente maggiormente rappresentativa, ovvero quella dei materiali calcarei grezzi, passati da 902 mila tonnellate dei primi otto mesi del 2015 alle 731 del 2016. Una diminuzione in valore assoluto di ben 171 mila tonnellate che si sono tradotte in una perdita in valore di circa 38 milioni di euro, mentre il calo dei silicei si è fermato a circa 2 milioni di euro. Le destinazione che hanno mostrato le peggiori dinamiche, rispetto all’anno precedente, sono stati alcuni paesi dell’Asia, quali l’India, ed i paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati Arabi).

Sempre in estrema sintesi osserviamo che anche dal lato delle vendite di materiale lapideo lavorato i risultati non sono stati soddisfacenti, se nei primi mesi dell’anno sembravano tenere quantomeno le vendite in termini di valore, per un +2,5%, a questo consuntivo si registra un calo del -1,6%, pari a meno 17 milioni di euro. Le quantità invece perdono il -6,8%, nel raffronto con il 2015, non raggiungendo la quota del milione di tonnellate vendute.

Nella distinzione per tipologie di materiale dobbiamo in ogni modo evidenziare che le perdite in valore sono state determinate prevalentemente dal granito, contraddistinto da un calo del -4,5%, a fronte della componente calcarea che ha mantenuto un livello sostanzialmente stabile.

Ulteriori indicazioni provengono anche dall’andamento delle importazioni di materiali lapidei, in questo caso possiamo evidenziare che i valori complessivi mostrano contrazioni a doppia cifra percentuale, sia per i valori monetari in euro (-10,8%), sia per le quantità (-10,2%). A dispetto di una simile contrazione per quanto riguarda la componente dei materiali grezzi, sia nei valori che nelle quantità, che rappresentano i 3/4 del totale dell’import, si segnala, all’opposto, come unico dato positivo quello dell’import di materiali lavorati, in aumento nei valori del +4,3%. Un risultato dovuto essenzialmente al trend favorevole dell’import di granito, in crescita del 14% in termini di valore (42 milioni) e dell’8,6% in quantità ( 85 mila tonnellate).

A conclusione di questa breve analisi possiamo confermare che i primi otto mesi del 2016 confermano le nostre valutazioni di fine 2015, mostrando una serie di difficoltà del settore lapideo italiano da non sottovalutare e da monitorare con attenzione alle prossime scadenze.

Esportazioni prodotti lapidei Gennaio-Agosto 2016

EXP2015

EXP2016

Diff. 2016-15

totale lavorati

Euro

1.067.933.160

1.050.415.329

-1,6

Kg

1.072.589.767

999.918.419

-6,8

totale grezzi

Euro

265.320.308

224.801.289

-15,3

Kg

997.819.834

814.843.114

-18,3

totale lapideo

Euro

1.333.253.468

1.275.216.618

-4,4

Kg

2.070.409.601

1.814.761.533

-12,3

Europa lapidea: un bilancio in chiaroscuro, ombre maggiori nel consuntivo italiano

rapporto 2016Nel mondo del marmo e della pietra, il 2015 verrà ricordato a lungo come un anno difficile, e per taluni aspetti contraddittorio, caratterizzato da un brusco regresso dell’interscambio quantitativo dopo decenni di sviluppo talvolta impetuoso (con la sola eccezione del 2009) ma nello stesso tempo, da una notevole accelerazione del valore medio per unità di prodotto, e quindi da un aumento della redditività, nei limiti consentiti dall’andamento dei costi.
L’Europa dei Ventotto non ha fatto eccezione, con alcune importanti riduzioni delle vendite estere in volume, come è accaduto in Italia, Portogallo, Spagna e Finlandia, ma il suo bilancio complessivo è stato meno pesante del previsto: infatti, Belgio, Francia, Germania e Polonia hanno chiuso il rispettivo export in crescita talvolta significativa, senza dire della Grecia, anch’essa in aumento, sia pure più contenuto, quasi a sottolineare il possibile ruolo anticiclico del marmo.
L’Italia ha fatto registrare un decremento delle quantità spedite all’estero, al netto dei sottoprodotti, nella misura di circa 100 mila tonnellate. pari al 2,7 per cento, ascrivendo un calo di 18 punti nei confronti del massimo storico raggiunto nel 2000, quando furono esportati oltre 3,6 milioni di tonnellate del prodotto lapideo. Nel raffronto di breve periodo rispetto al 2014, soltanto in Spagna si è avuta una flessione maggiore, nell’ordine delle 150 mila tonnellate.
Il calo italiano è dovuto soprattutto ai grezzi, mentre il prodotto finito ha confermato il consuntivo dell’anno precedente, dimostrando che la difesa del valore aggiunto, nella media, è riuscita a circoscrivere gli effetti della congiuntura critica. Assai più pesante è stato il bilancio dell’import, che negli ultimi nove anni ha chiuso sette volte in regresso, con un decremento di due terzi rispetto al massimo del 2006 ed una flessione di cinque punti nei confronti del 2014: una fotografia quasi impietosa delle condizioni in cui versa il mercato interno.
La quota dell’esportazione italiana sul totale europeo è stata pari al 27,5 per cento, mentre quella dell’import si è ridotta al 12,3: in entrambi i casi, con perdite ponderali significative, sia nel breve che nel lungo periodo. In altri termini, nonostante la pausa ascritta dalle spedizioni all’estero di Paesi leader quali Cina, Turchia e Brasile, la tendenza riflessiva del lapideo italiano non ha espresso soluzioni di continuità, perdendo un punto anche nello “share” mondiale, dove è scesa al 9,8 per cento, e collocandosi per la prima volta sotto la soglia psicologica di quota dieci. Quando si pensi che nel 2001 la quota di mercato era ancora del 30 per cento, le conclusioni sono facili.

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A dispetto di questo bilancio, la leadership dell’industria lapidea europea è rimasta in mano all’Italia, che occupa sempre il primo posto nella graduatoria dell’export ed il terzo in quello dell’import, dopo Germania e Francia (nel mercato tedesco gli acquisti di marmo e pietre hanno ascritto un calo ragguardevole, diversamente da quanto è accaduto su quello francese, in ripresa altrettanto apprezzabile).
Nell’Europa dei Ventotto il bilancio complessivo resta non facile, ma esprime una discreta competitività di fondo anche nel raffronto coi maggiori materiali alternativi, che conferma le quote di mercato nonostante la concorrenza “ingannevole” praticata da certi materiali ceramici, e ribadisce il tradizionale apprezzamento per la qualità e per i valori funzionali ed estetici del prodotto di natura, corroborati dalle alte doti di professionalità e di “know how” tipiche del lapideo.
Il momento, soprattutto in Italia, è oggettivamente complesso, ma i punti di forza sono tuttora vitali, sottolineando che esiste una reale potenzialità di ripresa attraverso il ruolo trainante della creatività e della fantasia che restano un ottimo strumento anticiclico anche nella congiuntura odierna. Basta metterli a frutto con una matura consapevolezza critica ed una reale capacità di investire, in un clima di fiducia il cui recupero compete soprattutto alla volontà politica.

Marmo di Carrara: forti diminuzioni delle vendite nei primi sei mesi del 2016, contrazioni soprattutto nel mercato indiano e nel medio-oriente

I dati Istat relativi all’interscambio commerciale di materiale lapideo, sia grezzo che lavorato, riferito ai primi sei mesi dell’anno in corso, confermano quanto avevamo già delineato sia nel consuntivo di fine anno 2015, sia nell’analisi degli andamenti nazionali dei primi mesi del 2016, ovvero, l’avvicinarsi di un periodo meno redditizio per la commercializzazione dei prodotti lapidei rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni.

Difatti i primi sei mesi del 2016 confermano per la provincia di Massa-Carrara una perdita, nelle vendite di materiale grezzo estratto al monte, nell’ordine monetario di circa 11 milioni di euro, in termini percentuali il differenziale nel raffronto con lo stesso periodo del 2015 è pari al -13%. E’ anche vero che questa frenata delle vendite arriva dopo anni più che positivi, permane infatti un trend ancora molto soddisfacente se il confronto lo si allarga all’ultimo quadriennio, 2016-2012, dove prevale ancora un saldo favorevole nell’ordine di nove punti percentuale.

Ma quali sono stati i Paesi che hanno diminuito gli acquisti del marmo grezzo di Carrara ? Non la Cina che permane il primo acquirente con il 40% circa sul totale delle vendite marmo estratto dai bacini apuani, e addirittura in crescita rispetto al 2015. Le contrazioni più accentuate sono state invece quelle dell’India che ha diminuito i propri acquisti di 4,3 milioni di euro, seguita dall’Arabia Saudita che ha addirittura quasi azzerato il proprio import di marmo di Carrara nei primi mesi del 2016. Diminuiscono gli acquisti anche da parte dell’Indonesia (-658mila euro), degli Emirati Arabi (-832mila), e per quanto riguarda il bacino mediterraneo il Marocco (-671mila euro) e soprattutto l’Algeria (1,3 milioni di euro).

Anche il marmo lavorato ha visto, in linea con quello grezzo, una significativa perdita nei primi sei mesi del 2016. Sono stati esportati materiali lavorati per circa 172 milioni di euro, in calo di 11 milioni rispetto al 2015, in termini percentuali la diminuzione è stata del -6,1%. Anche in questo caso si tratta della prima contrazione dopo anni di andamenti positivi, se difatti allarghiamo la comparazione agli ultimi quattro anni rileviamo che siamo ancora in una tendenza favorevole, dal 2012 al 2016 il comparto registra un +25%, in valore assoluto il differenziale è di 34 milioni di euro.

Come si sono distinti i vari mercati ? Il principale mercato di destinazione dei lavorati apuani permane quello degli Stati Uniti, il 47% del totale, ed in leggero aumento. Perdono invece, ed anche in maniera sensibile, i mercati arabi; come per il materiale grezzo anche nei lavorati si sta verificando una flessione fortissima nelle commesse verso l’Arabia Saudita, che ha diminuito i propri acquisti di lavorati di ben 10 milioni di euro, e da parte anche degli Emirati Arabi (-5,6 milioni di euro). Oltre al medio-oriente le sofferenze riguardano il mercato indiano, in calo di 2,7 milioni di euro, e quello del Marocco, in perdita di 2,3 milioni di euro.

Pur rimandando ai prossimi consuntivi analisi più dettagliate possiamo sintetizzare questi primi sei mesi del 2016 come mesi non facili per il marmo di Carrara, sia per la componente grezza che per quella lavorata, nonostante si tratti di flessioni dopo anni di segno positivo. Diviene invece più allarmate e degno di essere monitorato con discernimento il comportamento di alcuni partner abituali delle destinazione dei prodotti locali, in particolare si segnalano le preoccupanti diminuzione di acquisti da parte dell’India e dell’Arabia Saudita, oltre a quelle degli Emirati Arabi e di altri paesi che si affacciano sul mediterraneo.

grafico

Investimenti e sviluppo settore lapideo

Foto Ennevi

Foto Ennevi

Nel 2015 gli investimenti mondiali nel settore lapideo si sono collocati intorno ai due miliardi di euro. Il conto è presto fatto, assumendo a base di valutazione il prezzo medio dell’export italiano di macchine ed impianti, che – sempre nel 2015 – è stato pari a 1.112 euro al quintale, e contestualmente, la stima della produzione impiantistica globale, nell’ordine delle 210 mila tonnellate. Il valore medio per unità di prodotto della tecnologia italiana è superiore di alcuni punti a quello della concorrenza, per cui è ragionevole abbattere la valutazione teorica complessiva (2,3 miliardi) di almeno un decimo, e pervenire, appunto, alla cifra stimata di due miliardi.
Rispetto al fatturato mondiale del lapideo, riveniente da informazioni ufficiali di alcuni Paesi, e soprattutto dalle fonti di Nazioni Unite ed Unione Europea, l’incidenza degli investimenti (con esclusione delle spese di gestione in beni strumentali) si ragguaglia a circa un decimo del valore, e quindi costituisce una quota importante, che testimonia, pur fra diffuse tendenze riflessive, l’esistenza di una buona propensione delle imprese ad impegnarsi nello sviluppo del lapideo, dovendosi comunque tenere conto delle sostituzioni, spesso prevalenti sulle innovazioni. D’altra parte, l’avanzamento tecnico e la crescita della produttività sono fattori oggettivi che dovrebbero giustificare, laddove consentito dalle normative nazionali, il ricorso agli ammortamenti accelerati, e quindi, a maggiori investimenti.
E’ inutile precisare che questa propensione cambia notevolmente da un Paese all’altro, e che risulta più alta dove la produzione di cava, la trasformazione di laboratorio e le spedizioni crescono più della media. E’ il caso della Cina e di vari Paesi extra-europei in crescita, che talvolta sono, nello stesso tempo, ragguardevoli costruttori ed esportatori di macchine.
Investire significa avere una buona possibilità di ricorso al credito od all’autofinanziamento: due fonti di mezzi finanziari che sono diventate meno accessibili, soprattutto in Europa, inducendo diffuse preoccupazioni, perché senza investimenti il settore non progredisce, sebbene si debba pur dire che la concorrenza, a cominciare da quella ceramica, attraversa una congiuntura ugualmente complessa. C’è di più: investire significa sviluppare contestualmente la ricerca, in tutte le sue fasi, senza trascurare la promozione impiantistica, perché il mondo degli utilizzatori ha sempre bisogno di informazioni aggiornate circa lo sviluppo della tecnica in termini di rendimenti, qualità del prodotto e sicurezza. Ecco perché tra le esigenze fondamentali, più o meno dovunque, c’è quella di garantire finanziamenti tempestivi ed a costi contenuti, senza dimenticare, a livello internazionale, le opportune assicurazioni dei crediti.
Le oscillazioni monetarie hanno avuto una rilevanza non trascurabile nella diversa articolazione degli investimenti, che sono stati relativamente facilitati nell’area del dollaro anche se i costruttori italiani di macchine, leader nel mondo, hanno potuto conseguire proprio nel 2015 un buon incremento dei volumi venduti e del valore medio, nell’ordine di diversi punti percentuali. E’ un segnale chiaro: anche nella tecnologia, la qualità paga.
Va ricordato che non sono investimenti settoriali soltanto quelli nelle macchine e negli impianti. Il panorama deve essere completato con l’impegno nell’indotto, ed in particolare nelle macchine utensili necessarie a produrre tecnologie sempre più avanzate. In campo lapideo, poi, sono investimenti, se non altro dal punto di vista concettuale, quelli effettuati in promozione, anche se resta pervicace la tendenza delle imprese a considerarli alla stregua di costi, e quindi a spesarli direttamente in conto economico, anziché destinarli a stato patrimoniale.
Chi investe è in grado di affrontare la congiuntura con prospettive migliori, ma per poterlo fare a ragion veduta è necessario disporre di una certezza del diritto, anche fiscale, che è ben lungi dall’essere uguale per tutti, e di supporti istituzionali conformi al ruolo strategico del settore lapideo. Non è una novità; ma si confida che, se non altro alla lunga, le ripetizioni possano giovare.

Lapideo: in diminuzione le vendite nei primi mesi del 2016

I dati relativi alle esportazioni ed importazioni di materiale lapideo, sia grezzo che lavorato, riferito ai primi quattro mesi dell’anno in corso, confermano quanto avevamo già delineato nel consuntivo di fine anno 2015, ovvero, l’avvicinarsi di una fase economica non più redditizia come quella degli ultimi anni.

Difatti sia i valori monetari che quelli quantitativi mostrano alcune difficoltà del settore lapideo italiano; comparto che era stato invece caratterizzato, negli ultimi periodi, da variazioni positive delle proprie vendite all’estero, anche a doppia cifra percentuale.

In queste brevissime note possiamo affermare che, nel primo quadrimestre del 2016, sono state esportate complessivamente dalle aziende italiane all’incirca 801mila tonnellate di materiale, sia grezzo che lavorato, in diminuzione del -16,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: una contrazione notevole pari, in valore assoluto, a circa 163mila tonnellate.

Consequenziale è stata anche la perdita in termini monetari assommando complessivamente a 581 milioni di euro di prodotti venduti, ma in diminuzione di 18 milioni di euro, in percentuale -3,1%

Nella disamina per componenti osserviamo che le esportazioni italiane in quantità di materiale lapideo grezzo hanno toccato la quota di 333mila tonnellate nei primi mesi dell’anno, un calo fortissimo, del -29,9%: quasi un terzo in meno rispetto all’anno precedente. Una simile contrazione (-25,3%) è stata riscontrata anche nei valori monetari delle vendite. Preoccupa ovviamente la decisa frenata che ha riguardato la componente maggiormente rappresentativa, ovvero quella dei materiali calcarei grezzi, passati da 436mila tonnellate dei primi quattro mesi del 2015 alle 298 dei primi mesi del 2016. Una diminuzione in valore assoluto di ben 138mila tonnellate che si sono tradotte in una perdita in valore di circa 30 milioni di euro, un quarto in meno rispetto al primo quadrimestre del 2015. La destinazione che ha mostrato il peggior trend, rispetto all’anno precedente, è stata l’India.

Sempre in estrema sintesi evidenziamo che anche dal lato delle vendite di materiale lapideo lavorato i risultati non sono stati soddisfacenti, se tengono le vendite in termini di valore, pari a 491 milioni di euro, per un +2,5%, nel raffronto con il 2015, diminuiscono invece le quantità, -4,2%. Anche in questo caso l’incidenza delle variazioni del materiale in marmo ha pesato maggiormente rispetto a quella del granito.

A conclusione di questa breve analisi possiamo affermare che i primi dati disponibili del 2016 confermano le nostre valutazioni di fine 2015, mostrando una serie di difficoltà del settore lapideo italiano da non sottovalutare e da monitorare con accuratezza alle prossime scadenze.

tabgennaioaprile

Andamento commerciale delle Macchine tagliatrici di cava

L’espansione del mercato mondiale di marmi e pietre degli ultimi anni ha trovato una corrispondenza in quella degli investimenti, effettuati dalle aziende lapidee, nelle macchine e negli impianti.

Questo andamento è stato comunque contraddistinto da alcune specifiche inerenti soprattutto il mercato europeo, dove le difficoltà congiunturali generali delle imprese, hanno inciso anche nel campo dei macchinari lapidei.

Ricordiamo che è proprio il continente europeo quello caratterizzato dalla parte più consistente del mercato delle tecnologie; un ruolo egemone è ancora rappresentato dalle produzioni delle imprese italiane che nel giro degli ultimi quindici anni hanno addirittura raddoppiato il valore dell’export di settore.

Il commercio dei macchinari e delle strutture impiantistiche resta comunque caratterizzato da condizioni particolari legate alla elasticità della domanda, a sua volta legata alla propensione delle imprese ad investire nei macchinari per l’ estrazione, la lavorazione ed al trattamento in generale del materiale lapideo.

All’interno di questo contesto la presente analisi si sofferma sul settore delle macchine tagliatrici di cava automatiche, contraddistinto da una forte concentrazione di mercato, superiore a quella rilevabile per gli impianti di segheria e laboratorio.

Se prendiamo in considerazione l’andamento delle esportazioni mondiali di queste tecnologie nell’ultimo quinquennio, dal 2010 al 2014, possiamo mettere in rilievo che il valore complessivo delle esportazioni del comparto a raggiunto i circa 4,6 miliardi di dollari, con una media annuale superiore ai 900 milioni.

Un mercato abbastanza agile che ha ottenuto valori annui di interscambio commerciale superiori al miliardo di dollari nell’annualità 2010 e 2011, per poi perdere in valore assoluto negli anni successivi. Se prendiamo la dinamica dell’ultimo periodo, anno 2014, osserviamo una ripresa rispetto all’anno precedente, il 2013, valutabile in termini percentuali con un +10,3%, a testimonianza di un nuovo vigore del mercato, ma ancora lontana dalle esportazioni mondiali del 2010, raffronto che mostra una perdita del -17,1%.

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Nella distinzione per mercati di produzione, sempre negli ultimi cinque anni, è interessante osservare come i 4,6 miliardi di dollari, siano riferibili, per una quota del 62%, pari a 2,8 miliardi, alla Germania, produttrice leader di macchine tagliatrici, seguono con valori quasi identici, per un peso del 7% circa, le spedizioni all’estero degli Stati Uniti e quelle dell’Italia. Con una quota del 5% il Giappone e con il 2% la Cina: la parte restante, identificabile con altri Paesi vale il 17%, un valore di non poco conto.

Questa disamina evidenzia come il mercato delle macchine tagliatrici sia ad oggi concentrato in una cerchia ristretta di Paesi egemoni, dal punto di vista produttivo, e pertanto anche da quello delle conoscenze tecnologiche e del know –how, ma, allo stesso tempo, si osserva una crescita di altri piccoli produttori, competitor comunque ancora distanti dalle performances delle imprese tedesche, italiane e americane.

 

Soffermando l’attenzione sulla produzione dell’Italia segnaliamo un andamento non lineare nell’ultimo quinquennio, nel quale si è passato da un export di circa 110 milioni di dollari nel 2010, a valori dimezzati negli anni successivi, 56 milioni nel 2011 e 60 milioni nel 2012. Nell’ultimo biennio si è registrata una risalita delle vendite nel 2013 con un totale di circa 70 milioni, per poi perdere nell’ultimo anno, il 2014, addirittura il 44% del totale, assestandosi ad un valore di spedizioni pari a 39 milioni di dollari. E’ pur vero che tale caduta sia riconducibile ad alcune anomale variazioni che hanno interessato alcuni mercati di destinazione (Danimarca passata da 18 milioni a 2), e pertanto dovranno essere valutati con cautela ai prossimi consuntivi, ma, ciò nonostante, pur eliminando le variazioni anomale, nell’ultimo anno il trend è stato sostanzialmente negativo.

Nell’ultimo anno l’Italia ha esportato macchine tagliatrici in moltissimi Paesi, le quote più rilevanti sono quello degli Stati Uniti (26,3% del totale), seguito dai mercati della Cina (11,9%) e dell’Arabia Saudita (11,5%), ecc.

I primi 15 paesi verso cui sono indirizzate le Macchine tagliatrici delle imprese italiane

Posizione

Paese

Euro

Inc. %

1

Stati Uniti

7.760.393

26,3

2

Cina

3.523.263

11,9

3

Arabia Saudita

3.385.378

11,5

4

Danimarca

2.234.763

7,6

5

Regno Unito

2.004.598

6,8

6

Australia

1.598.933

5,4

7

Turchia

1.048.323

3,6

8

Argentina

492.443

1,7

9

Francia

473.647

1,6

10

Svizzera

412.246

1,4

11

Romania

342.621

1,2

12

Israele

336.463

1,1

13

Venezuela

330.870

1,1

14

Sud Africa

283.181

1,0

15

Svezia

278.958

0,9

Appare significativa una duplice valutazione, da un lato le dinamiche delle macchine di cava, al pari di quelle utilizzate nella trasformazione, sono caratterizzate da una forte ciclicità collegata agli investimenti innovativi delle imprese del settore, dall’altro, al pari dei mercati principali di riferimento, sembrerebbero emergere, anche in questo caso con variazioni da anno ad anno molto accentuate, una serie di mercati minori, che nel prossimo futuro potrebbero rappresentare occasioni importanti per lo sviluppo delle vendite delle imprese italiane.

Ulteriori considerazioni devono essere riservati ai Paesi concorrenti più significativi.

In primis la Germania con 526 milioni di dollari annui, nel 2014, ha esportato macchine tagliatrici principalmente in Qatar, per una quota del 28,9% del totale, seguono Cina (12,3%), Arabia Saudita (10,2%), Stati Uniti (9,9%) e Venezuela (7,3%).

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Nella graduatoria dell’export mondiale dell’ultimo anno incontriamo, nella seconda posizione, il Giappone con circa 55 milioni di di vendite, dato che deve essere valutato con cautela, e le destinazioni principali sono state rispettivamente Singapore, Corea del Sud, Malaysia, Cina e altri Paesi asiatici. In questo caso è comunque osservabile che il ruolo del Giappone è autorevole in particolare per quanto concerne i mercati asiatici.

macchine4

Gli Stati Uniti rappresentano invece una quota consistente dell’interscambio commerciale di macchine tagliatrici, sia dal lato delle importazioni, sia per quello che riguarda la produzione e la vendita delle stesse. In quest’ultimo caso possiamo sottolineare che le imprese americane hanno venduto macchinari per un valore di circa 54 milioni di dollari.

Allo stesso modo del Giappone anche le aziende degli Stati Uniti svolgono un ruolo centrale per i Paesi limitrofi, che difatti risultano anche i maggiori importatori dei loro prodotti; nell’ultimo anno il 44% del totale delle esportazioni è stato destinato al Canada (27%) ed al Messico (17%). Una quota rilevante è stata indirizzata anche a Singapore.

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Possiamo pertanto concludere questa breve disamina delle vendite di macchine tagliatrici per il lapideo evidenziando il ruolo di leader ancora appannaggio della Germania, di alcune difficoltà incontrate soprattutto nell’ultimo periodo da parte delle produzioni delle imprese italiane, a fronte di quote di mercato conquistate dagli Stati Uniti e dal Giappone che, comunque persistono come competitor soprattutto nei contesti continentali a loro limitrofi. Resta poco decisa la crescita della Cina in questo settore, preferendo ancora l’importazione di macchinari da altri Paesi, e l’Italia in questa graduatoria rappresenta il secondo mercato di riferimento.

In questo contesto, molto ciclico e volatile, le imprese italiane hanno, grazie soprattutto alla qualità dei prodotti, progettualità e servizi connessi, enormi margini di miglioramento, in particolare in taluni mercati in ascesa, una presenza sul mercato che deve comunque essere caratterizzata da innovazioni di prodotto e rinnovamento di servizi, valori aggiunti che possono permettere di recitare ancora un ruolo da protagonista in un mercato mondiale sempre più selettivo.

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