Distribuzione mondiale dell’impiego lapideo

Con un’ulteriore espansione, dovuta soprattutto all’Asia, nel 2018 i consumi mondiali di marmi e pietre hanno continuato a progredire, raggiungendo 1.670 milioni di metri quadrati equivalenti, contro 1.200 del 2010 e 700 del Duemila, e consolidando un trend positivo di lungo periodo. Per dare un’idea sia pure approssimativa della dimensione, si tratta di una superficie pari ad oltre 200 mila volte quella di Piazza della Signoria, patrimonio fiorentino dell’umanità, con i suoi settemila metri di Pietra Serena. Le ricorrenti avvisaglie di ristagno sono state generalmente esorcizzate, quanto meno negli effetti quantitativi, grazie alla permanente crescita asiatica, ed in primo luogo a quella cinese, ma anche della Corea e soprattutto dell’India, che è diventata la prima esportatrice mondiale in volume. Dal canto suo, la quota destinata ai mercati domestici è aumentata, sebbene l’utilizzo di materiali posti in opera in Paesi diversi da quelli di estrazione e di trasformazione sia sempre maggioritario.

 

In cifra assoluta, il Paese con il massimo consumo è stata la Cina, con circa 500 milioni di metri, seguita da altri quattro (India, Stati Uniti, Corea del Sud e Brasile) in cui il volume ha raggiunto o superato i 50 milioni, e nel primo caso, superando largamente i cento. Questi “top five” hanno espresso, da soli, circa metà dell’intero impiego mondiale.

 

Il ragguaglio pro-capite è stato caratterizzato, a sua volta, da un consolidamento dell’incidenza pregressa, che è salita a 266 metri quadrati per mille abitanti, contro i 195 del 2010. Vi sono quattro Paesi in cui il consumo per abitante ha  superato la fatidica soglia del metro quadrato a testa: si tratta, nell’ordine, di Svizzera, Corea del Sud, Arabia Saudita e Belgio, mentre hanno regredito sensibilmente i vecchi leader, quali Grecia, Italia, Portogallo e Spagna.  Quanto ai maggiori costruttori mondiali, Stati Uniti e Giappone seguono nelle retrovie della graduatoria pro-capite, mentre Cina e India figurano in coda, con impieghi unitari inferiori alla media mondiale, ed assai lontani da quelli dei Paesi d’avanguardia. Ciò conferma che le strategie promozionali debbono essere affinate ma che esistono tuttora potenzialità di grande importanza.

 

La destinazione prevalente degli impieghi si conferma quella nell’edilizia, stimata in tre quarti del totale, mentre il resto è appannaggio dell’arredo urbano, della funeraria, ed in misura marginale, dell’oggettistica, senza tenere conto di un ampio utilizzo dei sottoprodotti ed in particolare dei granulati di varia dimensione, in opere strutturali come le banchine, le massicciate stradali, i marciapiedi. Nell’ambito dell’attività costruttiva, la maggioranza relativa riguarda i pavimenti ed i rivestimenti interni, ed è quella che deve confrontarsi in modo più stringente coi prodotti concorrenti, a cominciare dalla stessa pietra artificiale.

 

Il materiale lapideo può fruire di un ventaglio molto articolato di usi che costituisce un carattere indubbiamente competitivo, in grado di sottolineare la versatilità del marmo e della pietra, e la loro idoneità a soddisfare una clientela molto articolata, ma prima ancora, le doti di creatività e di fantasia tipiche del marmista.

 

In un’ottica di marketing motivazionale, questo carattere si traduce in un ventaglio di preferenze suffragato dalla struttura e dalla tecnica: quali altri materiali possono vantare l’impiego nei grandi rivestimenti esterni e nei masselli funerari ad alto spessore, accanto a quelli nei pavimenti sottili, nei pezzi fuori sagoma e nell’arte musiva? Tutto ciò non avviene per caso, ma perché marmi e pietre sono prodotti di natura, dotati di importanti requisiti di resistenza, durata e compattezza, che peraltro non escludono ottimi livelli di duttilità e di lavorabilità: fattori ormai entrati a far parte del patrimonio di conoscenze dei progettisti, dei costruttori edili e della stessa clientela finale. Proprio per questo, il lapideo può fronteggiare la congiuntura difficile meglio di altri materiali, ed i grandi numeri lo attestano con efficacia.

 

Struttura dell’industria lapidea: il caso della Sardegna

La vocazione lapidea sarda non è di recente scoperta, con particolare riguardo al granito, la più importante delle sue risorse settoriali, se non altro dal punto di vista delle riserve accertate e della struttura geologica dell’Isola. Non a caso, rilevanti e prestigiosi impieghi silicei in materiale sardo furono effettuati sin dall’Ottocento e dai primi decenni del Novecento, sia in applicazioni strutturali che ornamentali: basti ricordare, da un lato, le grandi banchine nei porti dell’Egitto, di Malta e di altri Paesi mediterranei, od il basamento della Statua della Libertà, e dall’altro, il rivestimento esterno ed interno della Sede centrale di Cariplo (Gruppo Cassa di Risparmio) a Milano, che proprio per le colonne monolitiche in Grigio Sardo fu ribattezzata confidenzialmente “Cà de Sass”.

 

Dall’inizio degli anni Sessanta la produzione ebbe un impulso che avrebbe consentito una crescita temporanea in progressione geometrica, e di affermarsi come la prima in Italia nel settore del granito. Le vecchie tradizioni sono state largamente superate e le pietre sarde hanno trovato applicazione prestigiosa in impieghi d’impatto mondiale, con particolare riferimento ai rivestimenti esterni realizzati dai maggiori complessi italiani in America Settentrionale e nel Medio ed Estremo Oriente: si può ben dire che l’industria silicea nazionale abbia guadagnato parecchie posizioni grazie alla Sardegna. Unica ma condizionante strozzatura è stata quella relativa alla carenza locale di segherie e laboratori, la cui crescita, anche negli anni di maggiore euforia della domanda, rimase fortemente minoritaria, a fronte di una duratura prevalenza della vendita grezza.

 

La Sardegna rimane fra le Regioni in cui l’escursione fra attività estrattiva e trasformazione appare più evidente. L’Isola, nonostante gli interventi di verticalizzazione attuati negli anni Settanta, compresi quelli ad iniziativa pubblica, non ha potuto mettere a frutto – se non in misura quasi marginale – una delle sue risorse più interessanti ed originali, capace di incrementare sensibilmente il valore aggiunto, e quindi lo sviluppo economico. In tale ottica, restano rilevanti possibilità di incremento dell’occupazione, e restano da valorizzare al massimo le caratteristiche tecnologiche ed economiche del granito che, assieme alla crescita più che proporzionale della domanda, ne hanno fatto un materiale di consolidata competitività, in grado di affermarsi sui mercati internazionali nonostante la gamma relativamente ristretta delle tipologie cromatiche conosciute (grigio e rosa).

 

Quello della verticalizzazione, peraltro, non è il  problema più immediato. In effetti, parrebbe  congruo promuovere interventi di tipo propedeutico, tra cui una legislazione aggiornata in materia estrattiva che regoli in modo equo ed agile l’attività di cava e ponga le basi di un sistema regionale diretto ad organizzare il lavoro sulla base di elementi certi e di prospettive concrete di valorizzazione dei giacimenti, lungi da ricorrenti conati punitivi; un privilegio a favore degli investimenti nel lapideo in virtù dell’incidenza maggioritaria del fattore lavoro; ed infine, la creazione di infrastrutture capaci di elidere carenze strutturali tra cui appare decisiva quella concernente il trasporto, sia in funzione dell’annoso problema di “continuità territoriale”, sia in riferimento alla pesantezza del prodotto, tale da attribuire a spedizione e movimentazione una quota importante, se non anche decisiva, del costo finale.

 

Sebbene in presenza di una verticalizzazione minima e di una promozione assai scarsa non solo a livello regionale, il granito e le altre pietre della Sardegna contribuiscono in misura considerevole all’equilibrio della bilancia commerciale, annullando l’emorragia valutaria dovuta alla consistente importazione silicea. Ecco un motivo in più, in una Regione non ricca di risorse da valorizzare ed in una congiuntura non facile, per difendere e potenziare un settore sano anche dal punto di vista delle relazioni con l’ambiente, e sempre idoneo ad avviare un apprezzabile effetto moltiplicatore.

Marmo e pietre: un trentennio di mutazioni strategiche

Foto Ennevi

Il Rapporto sul settore lapideo nel mondo – comprensivo del suo indotto – che nel 2019 è giunto alla trentesima edizione, consente di fare il punto sulla congiuntura, sempre non facile, e nello stesso tempo, sulle modificazioni strutturali intervenute in misura accelerata e profondamente innovativa rispetto alle precedenti vischiosità, cambiando i vecchi rapporti di forza con escursioni di grande ampiezza, spesso irreversibili. E’ consuetudine valutare i dati nell’ambito del breve periodo, ma l’analisi di lungo termine assume importanza decisiva nel quadro di un esame politico-economico del comparto, della sua storia e delle sue prospettive.

 

Rispetto ai tempi del primo Rapporto (1990), la produzione mondiale in volume è aumentata di circa quattro volte, alla luce di una domanda in forte crescita, supportata da uno sviluppo tecnologico senza precedenti, ed ha ascritto un’espansione notevolmente superiore a quella del sistema economico considerato nel suo complesso. Il materiale estratto, al netto degli sfridi di cava, ha raggiunto un volume nell’ordine dei 60 milioni di metri cubi. Dal canto suo, l’interscambio, consolidando il carattere di struttura portante del settore, è pervenuto ad oltre 56 milioni di tonnellate, con un aumento di quasi sei volte.

 

Il Rapporto esprime valutazioni mondiali che possono compendiarsi nella permanenza di un discreto stato di salute, esteso alle tecnologie ed ai beni di consumo, pur dovendosi tenere conto delle differenze strutturali insiste nella loro domanda. Detto questo, e preso atto della crescita impetuosa fatta registrare dai Paesi in via di sviluppo e segnatamente dalla Cina – che oggi vanta una produzione superiore ai 48 milioni di tonnellate ed un’incidenza del 31 per cento sul totale mondiale contro il quattro per cento del 1989 – è naturale attirare attenzioni specifiche sulle condizioni dell’Italia, la cui vecchia leadership produttiva appartiene alla storia: ormai la sua estrazione è stata superata, prima dalla stessa Cina, e dopo anche da India, Turchia, Iran e Brasile.

 

L’Italia non è riuscita a conservare il livello produttivo del 1989, con circa sette milioni e mezzo di tonnellate, scendendo a sei, mentre il suo “share” è sceso da un terzo del totale all’odierno quattro per cento. Nell’export, il consuntivo italiano è conforme a quello della produzione: il volume del 2018, pari a 2,6 milioni di tonnellate, è sceso di un quarto rispetto a quello di venti anni prima, con un calo più accentuato negli ultimi anni. L’occupazione, invece, è dimezzata, attestandosi intorno alle 30 mila unità, confermando quale residuo punto di forza uno storico primato nella produttività del lavoro. Condizioni critiche ricorrenti, sebbene meno accentuate, riguardano anche le produzioni italiane di macchine e di beni strumentali per marmo e pietre, con flessioni talvolta notevoli delle rispettive quote di mercato.

 

Alcune fonti continuano a diffondere considerazioni quasi ottimistiche utilizzando qualche dato marginale, ma sta di fatto che l’export evidenzia condizioni maggiormente critiche nel prodotto finito, pur esprimendo un prezzo medio di 78 dollari per metro quadrato equivalente (allo spessore convenzionale di cm. 2) che figura al massimo mondiale. Ciò, senza dire che l’import di grezzi, proseguendo nella discesa in atto da tempo, ha perduto oltre metà del volume acquistato, traducendosi in minori attività proporzionali di segheria e laboratorio: in altri termini, la politica del valore aggiunto non esiste e la concorrenza estera continua ad acquisire quote di mercato persino nella domanda domestica del prodotto finito. In queste condizioni, parlare di ripresa significa creare inutili illusioni.

 

L’aggregato lapideo nazionale deve tuttora acquisire una consapevolezza critica più matura dei suoi limiti e delle sue opportunità, a cominciare da quelle in chiave di investimenti produttivi e promozionali. Il Rapporto, per quanto gli compete, intende portare un contributo costruttivo a questo processo di documentazione e comunicazione, più che mai necessario quale strumento di una possibile inversione di tendenza e di uno sviluppo ancora perseguibile.

Marmo e pietre: un trentennio di mutazioni strategiche

(Foto Ennevi)

Il Rapporto sul settore lapideo nel mondo – comprensivo del suo indotto – che nel 2019 giunge alla

trentesima edizione, consente di fare il punto sulla congiuntura sempre difficile, e nello stesso
tempo, sulle modificazioni strutturali intervenute in misura accelerata e profondamente innovativa
rispetto alle precedenti vischiosità, cambiando i vecchi rapporti di forza con escursioni di grande
ampiezza, spesso irreversibili. E’ consuetudine valutare i dati nell’ambito del breve periodo, ma
l’analisi di lungo termine assume importanza decisiva nel quadro di un esame politico-economico
del comparto, della sua storia e delle sue prospettive: compito prioritario del Rapporto di prossima
presentazione.
Rispetto ai tempi della prima edizione (1990) la produzione mondiale in volume è aumentata di
oltre quattro volte, alla luce di una domanda di qualità in forte crescita, supportata da uno sviluppo
tecnologico senza precedenti, ed ha ascritto un’espansione notevolmente superiore a quella del
sistema economico considerato nel suo complesso. Il materiale estratto, al netto degli sfridi di
cava, ha raggiunto un volume nell’ordine dei 60 milioni di metri cubi, mentre l’interscambio,
consolidando il carattere di struttura portante del settore, è pervenuto ad oltre 56 milioni di
tonnellate, quintuplicando il consuntivo iniziale.
Il Rapporto esprime valutazioni mondiali che possono compendiarsi nella permanenza di un trend
di crescita, sia pure con qualche momento critico dovuto a fattori esogeni. Lo sviluppo si è
naturalmente esteso alle tecnologie ed ai beni di consumo, pur dovendosi tenere conto delle
differenze strutturali insiste nella loro domanda. Detto questo, e preso atto della crescita impetuosa
fatta registrare dai Paesi in via di sviluppo e segnatamente dalla Cina e dall’India, è logico attirare
attenzioni specifiche sulle condizioni dell’Italia, la cui vecchia leadership produttiva appartiene alla
storia: ormai la sua estrazione è stata superata, prima dalla stessa Cina, e dopo anche dall’India
(ora nuova primatista dell’export quantitativo), dalla Turchia, dall’Iran e dal Brasile, scendendo al
sesto posto nella graduatoria planetaria.
L’Italia non è riuscita a conservare nemmeno il livello produttivo del 1989, quando la sua
estrazione pervenne ad oltre sette milioni di tonnellate, ma il suo “share” è sceso da un terzo del
totale al sette per cento di dieci anni orsono, ed al quattro per cento di oggi. Nell’export, il
consuntivo italiano è conforme a quello della produzione: il volume del 2018 ha iterato quello di 30
anni prima, ma evidenzia un forte calo nel corso dell’ultimo ventennio, pari al 26 per cento. Il
rovescio della medaglia è costituito dal valore medio per unità di prodotto, che nel 2019, per
quanto riguarda il prodotto finito esportato, ha raggiunto il nuovo massimo di 78 dollari per metro
quadrato equivalente (allo spessore convenzionale di cm. 2) ma l’aumento dei prezzi ha contribuito
in misura significativa a ridurre le vendite, e quindi, anche la produzione.
L’occupazione ha visto una perdita storica costante nel lungo periodo e stimabile nell’ordine di un
punto in ragione annua. pur confermando, quale residuo punto di forza, uno storico primato nella
produttività del lavoro. Condizioni critiche analoghe a quelle in essere per i materiali riguardano
anche le produzioni italiane di tecnologie per marmo e pietre, con flessioni notevoli delle rispettive
quote di mercato: basti dire che nel solo ambito europeo l’export marmo – meccanico del 2019 è
sceso al 57 per cento, contro i precedenti massimi di circa 75 punti.
L’aggregato lapideo nazionale deve tuttora acquisire una consapevolezza critica più matura dei
suoi limiti e delle sue opportunità, a cominciare da quelle in chiave di investimenti produttivi e
promozionali. Il Rapporto, per quanto gli compete, intende portare il tradizionale apporto costruttivo
a questo processo di documentazione e comunicazione, più che mai necessario quale strumento
di reale ripresa, ed in prospettiva, di uno sviluppo certamente perseguibile alla luce della domanda
internazionale e del progresso tecnologico

Lapideo, condizioni settoriali nel mondo e situazione italiana

L’industria del marmo e della pietra è contraddistinta da uno sviluppo mondiale sostanzialmente costante, con un gradiente di crescita superiore a quello del sistema economico considerato nel suo complesso: nell’ultimo ventennio, il volume dei materiali estratti e lavorati è triplicato, portandosi dai 51 milioni di tonnellate del 1998 ai 153 milioni del 2018: al fenomeno hanno contribuito Paesi di tutti i continenti, nel quadro di una progressiva valorizzazione dei propri materiali, ovviamente con diversi apporti quantitativi, fra cui sono emersi in prima priorità quelli di India e Cina.

L’Italia resta il massimo produttore europeo ed occupa il sesto posto assoluto nella graduatoria mondiale del comparto, senza dire della sua consolidata “leadership” nella produzione e distribuzione di macchine ed impianti settoriali, e si avvale di condizioni assai avanzate del “know-how” e della professionalità, sempre in grado di fare la differenza per l’acquisizione delle commesse di alto livello progettuale ed esecutivo.

La dinamica mondiale del settore si fonda sull’apporto determinante dell’interscambio: oggi, il consumo planetario del marmo e della pietra, pari a circa 1,7 miliardi di metri quadrati equivalenti (allo spessore convenzionale di cm. 2) riviene in misura maggioritaria dall’export-import. Al riguardo, basti notare che nel 2018 sono stati scambiati 30,2 milioni di tonnellate in grezzi destinati ad essere lavorati nei Paesi di arrivo, e 26,2 milioni di tonnellate in prodotti finiti, per un totale di 56,4 milioni contro i 57,9 dell’anno precedente ed i 15 del 1994. In edilizia, si tratta della quota più alta nel ragguaglio alla produzione.

Per quanto riguarda l’Italia, giova sottolineare che il suo contributo alla movimentazione internazionale rimane importante soprattutto in valore, dove si colloca al secondo posto assoluto, con un volume d’affari che nel 2018 si è ragguagliato a circa 2.200 milioni di dollari, pari al 10,8 per cento del totale mondiale; e soprattutto, con un prezzo medio del prodotto finito che risulta primo nel mondo, con oltre 77 dollari per metro quadrato equivalente nello stesso 2018, contro i 71 dell’anno precedente, ad ulteriore attestazione di un crescente interesse dei mercati, in primo luogo per il suo livello qualitativo.

A proposito dell’Italia, si deve aggiungere che le sue opportunità sono parzialmente condizionate dalla forte parcellizzazione aziendale, espressa in modo icastico dalla media di occupati per azienda che non supera le cinque unità (soci compresi): cosa che rende necessaria, in parecchi casi, una politica di aggregazioni, talvolta sistematiche, come attesta la storia dei suoi Consorzi lapidei, talvolta contingenti, in specie nella gestione di specifici problemi ambientali, tecnici e commerciali.

La concorrenza non pratica strategie attendiste, e in diversi Paesi si avvale di un’accentuata propensione ad investire, supportata da una volontà politica capace di comprendere il ruolo propulsivo che il settore è in grado di esprimere, in specie nei comprensori caratterizzati dalla carenza di apprezzabili alternative; e quindi, di fornirgli adeguate infrastrutture e adeguati incentivi. Ciò, in aderenza alla strategia di promuovere iniziative opportune in campo professionale, economico e finanziario, raccomandata anche a livelli istituzionali a carattere internazionale. Lo sviluppo del comparto si è naturalmente differenziato anche alla luce degli interventi pubblici e della capacità imprenditoriale di sopperire alle loro carenze: fattore assai visibile in Italia, grazie al ruolo propulsivo di una struttura produttiva attenta alle esigenze dei mercati, e quindi disponibile ad investire nonostante le scarse attenzioni del momento pubblico.

Momenti del ristagno lapideo italiano

Il marmo e le altre pietre di pregio costituiscono una risorsa di rilievo nell’ambito delle strategie di sviluppo avviate da diversi Paesi per la valorizzazione delle proprie risorse: in questa ottica, non sorprende che la produzione mondiale del settore sia cresciuta di almeno quattro volte nel giro degli ultimi 25 anni, con il contributo decisivo dell’interscambio, che interessa una quota altrettanto importante delle disponibilità e la maggioranza del giro d’affari.

Tra i pochi Paesi in controtendenza, il caso dell’Italia è la dimostrazione di quali effetti negativi possano scaturire dalle carenze politiche, con riguardo prioritario all’incapacità di comprendere il ruolo propulsivo del lapideo, diversamente da quanto è accaduto altrove: fattore tanto più condizionante quando si pensi che le riserve sono diffuse su tutto il territorio nazionale, con potenzialità di particolare rilievo nei distretti tradizionali di Toscana e Veneto, ma con opportunità non meno importanti in altre Regioni, tra cui è congruo ricordare Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Puglie, Sicilia, Sardegna. In questo senso, sia pure con le differenze del caso, non è azzardato parlare di specifiche responsabilità generali, sia a livello nazionale, sia nell’ambito regionale.

E’ passato oltre mezzo secolo da quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite si fece premura di sollecitare lo sviluppo del settore attraverso adeguate misure incentivanti, capaci di promuovere investimenti, in specie laddove altri comparti non avessero la medesima idoneità strategica: ebbene, quella raccomandazione del 1976 è stata palesemente accolta dai maggiori protagonisti lapidei extra-europei, a cominciare da Cina, India, Turchia e Brasile, la cui espansione è stata contraddistinta da tassi talvolta esponenziali, mentre in Italia, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, è venuta meno persino la strategia minima: quella di tutela dell’esistente.

La crisi endemica del mercato interno non ha trovato nell’export, soprattutto nel nuovo millennio, la tradizionale valvola di sicurezza, anche a causa della soverchia parcellizzazione aziendale e della conseguente impossibilità delle piccole imprese, che costituiscono la struttura portante del settore, di operare funzionalmente nelle nuove dimensioni globali del rapporto tra offerta e domanda. Il ristagno del fatturato estero, ormai lontano dai massimi storici, è stato oggetto di un ampio ma velleitario dibattito nelle sedi di competenza. In effetti, non ne è scaturita un’intesa tra il momento politico e le forze sociali circa gli interventi necessari ad invertire la tendenza, in un quadro di programmazione.

La crisi ha coinvolto in misura non meno rilevante anche le importazioni, con particolare riferimento a quelle dei grezzi, che per molti anni avevano alimentato segherie e laboratori con materiali scelti di altra provenienza – in specie silicei – capaci di incrementare tangibilmente il valore aggiunto, potenziando il consumo domestico ed integrando le maggiori forniture all’estero in modo da soddisfare integralmente le esigenze di una progettazione e di una committenza sempre più attente ai parametri qualitativi, non meno che alla variabile economica.

Da questo punto di vista, le cifre sono oltremodo chiare. Nel volgere dell’ultimo ventennio, l’importazione italiana del grezzo è quasi dimezzata, scendendo da 2,1 a 0,9 milioni di tonnellate (consuntivo del 2018) con una discesa sostanzialmente costante a far tempo dal 2006. Ne è scaturita una recessione delle attività trasformatrici che, sommandosi a quella delle produzioni domestiche, comprese quelle tipiche ed esclusive, ha dato luogo a condizioni di diffuso ristagno: ciò, sebbene in qualche caso si sia progressivamente diffusa la tendenza a preferire l’esportazione diretta del blocco di qualità, con vantaggi proporzionali per gli acquirenti esteri ma nello stesso tempo con ulteriori penalizzazioni del valore aggiunto. La perdita di capacità produttiva che ne è scaturita appare difficilmente recuperabile, tanto più che si è tradotta in obsolescenze anticipate, rinvio di manutenzioni, ed alla fine, in cessazioni dell’attività imprenditoriale. E’ certamente cosa buona e giusta confidare nella progettazione di Industria 4.0 ma è altrettanto doveroso tenere conto dei fattori depressivi presenti nel sistema, per esorcizzarli ed espungerli preventivamente.

E’ bene sottolineare che la crisi dell’import costituisce una componente minoritaria di quella lapidea, restando di tutta evidenza che la questione prevalente nell’ambito dell’interscambio è sempre quella dell’esportazione. In effetti, le sorti di marmi e pietre d’Italia sono strettamente legate alle prospettive di collocamento all’estero, in specie del valore aggiunto, ma ciò non significa che questo sia il problema unico: accanto all’import ed al regresso delle attività trasformatrici è congruo tenere conto dl mercato interno, infrastrutture, formazione, investimenti, credito, e via dicendo.

In conclusione, è d’uopo fare appello ad una volontà politica che sia finalmente capace di comprendere l’effetto moltiplicatore implicito nel comparto lapideo, e di operare in conseguenza, d’intesa col mondo imprenditoriale e con quello del lavoro.

Sintesi del 30° rapporto Marmo e Pietre nel mondo

(Foto Ennevi)

1. Premessa

Il trend di crescita del comparto lapideo mondiale ha trovato conferma nei consuntivi di produzione del 2018, ascrivendo un aumento dello 0,8 per cento e portandosi al nuovo massimo storico, pari a 153 milioni di tonnellate, al netto dei cascami di cava. Non altrettanto può dirsi per quanto concerne l’interscambio, sceso a 56,5 milioni di tonnellate, con una flessione di un milione e mezzo nei confronti dell’anno precedente, quando era stato raggiunto il nuovo massimo, nell’ordine dei 58 milioni. Ne consegue che la pressione dell’offerta ha trovato maggiori opportunità distributive sui mercati domestici, meno condizionati dalle crescenti difficoltà politiche e doganali che hanno influito sulla stasi del traffico lapideo internazionale.

La dinamica dell’interscambio ha tratto conferma dall’andamento dei valori medi, con riguardo prioritario a quelli del prodotto finito, che nell’aggregato riferito ai primi dodici esportatori mondiali ha fatto registrare un decremento di quasi sette punti, portandosi a 34,10 dollari per metro quadrato equivalente, anche se i Paesi leader nella graduatoria del prezzo medio – Italia, Grecia e Brasile – hanno posto in evidenza ulteriori aumenti. E’ logico presumere che il fenomeno sia stato caratterizzato da maggiori accentuazioni sui mercati nazionali, dove hanno trovato utilizzo, a parte le quote destinate a magazzino, sia la maggior produzione, sia la quota riveniente dal regresso quantitativo dell’ex-import: ciò, con una crescita degli impieghi più accentuata nei consumi correnti.

2. Produzione e scambi internazionali

Il volume estratto, al lordo delle perdite di escavazione e lavorazione, ha superato 310 milioni di tonnellate, con un andamento speculare a quello del prodotto finito, che si è ragguagliato a 90 milioni di tonnellate: l’ampiezza del differenziale, nonostante lo sviluppo della tecnologia e dei rendimenti unitari, attesta l’importanza di una questione di fondo come quella di collocazione e valorizzazione dei materiali di risulta, dal perdurante rilievo strategico e tattico in specie nelle economie mature, più sensibili ai problemi dell’ambiente. La produzione di manufatti, dal canto suo, si è ragguagliata a circa 1.670 milioni di metri quadrati equivalenti (riferiti allo spessore convenzionale di cm. 2) alimentando ulteriormente il consumo mondiale.

Gli scambi internazionali, nonostante la congiuntura non ottimale dell’ultimo esercizio, restano la struttura portante nell’economia lapidea, con un ruolo nettamente superiore a quello dei prodotti concorrenti. In effetti, nel 2018 hanno interessato esportazioni ed importazioni che nell’aggregato complessivo di grezzi e lavorati bilanciano in circa 815 milioni di metri quadrati equivalenti ed in affari per oltre 20 miliardi di dollari: nel primo caso, con una flessione del 2,5 per cento che si deve prevalentemente ai grezzi, mentre quella del prodotto finito è stata pari a circa due punti, con una minusvalenza nel fatturato corrispondente, nell’ordine dei 400 milioni di dollari.

L’export, in fase di ulteriore concentrazione, è stato appannaggio largamente maggioritario dei sette massimi protagonisti: in ordine di valore, Cina, Italia, Turchia, India, Brasile, Spagna, Portogallo. Nel volume spedito, si è notevolmente consolidato il fatto nuovo già registrato nel 2017 con il sorpasso dell’India ai danni della Cina, che peraltro mantiene un forte vantaggio in valuta, collegato al fatto che le sue vendite all’estero sono costituite per una larghissima maggioranza da prodotti finiti. Giova aggiungere che i predetti Paesi, con l’aggiunta della Grecia, sono i soli ad avere collocato sul mercato lapideo mondiale marmi e pietre di loro produzione o trasformazione per oltre un milione di tonnellate cadauno, pari ad oltre il 72 per cento del traffico planetario.

Notevolmente più articolato, invece, risulta il consuntivo mondiale dell’import, con sei Paesi che hanno effettuato approvvigionamenti esteri per almeno un milione di tonnellate: nell’ordine, si tratta di Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Germania, India e Francia, con un aggregato pari al 45,6 per cento di quello mondiale. In proposito, è da rilevare la scomparsa dell’Italia nel ristretto gruppo degli importatori leader.

3. Concorrenza e consumi

Nel confronto con gli altri settori collegati all’edilizia, ed in particolare di quelli contigui, il bilancio del comparto lapideo resta competitivo, con un rapporto marginalmente migliorativo rispetto alla ceramica ed al grés porcellanato, che prevale di circa otto volte nel ragguaglio quantitativo espresso in termini di metri quadrati, ma soltanto di 3,4 in quello riferito al valore corrispondente, senza dire del suo interscambio che supera di poco la quinta parte della quantità prodotta, contro la forte maggioranza dei lapidei.

Al contrario, hanno confermato una crescita decisamente importante i consumi della cosiddetta pietra artificiale, specialmente in alcuni rilevanti mercati extra-europei: al riguardo, è da porre in luce come il valore globale dell’export di riferimento abbia ormai superato il 30 per cento di quello espresso dalla pietra naturale, contro il 21,5 per cento del 2010, e quindi, con un gradiente di sviluppo assai competitivo. D’altro canto, la pietra artificiale è costituita dal materiale di natura per una quota quantitativa quasi totalitaria, confermando il gradimento di parecchia clientela per i valori tecnologici ed estetici, che sono caratteristica essenziale di marmo, granito, travertino e prodotti similari.

L’impiego pro-capite è salito a 266 metri quadrati per mille unità, a fronte dei 264 dell’anno precedente e dei 117 del 2001, con una crescita annua di lungo periodo a doppia cifra, e quote assolute prioritarie in Cina, India e Stati Uniti, che peraltro figurano nelle retrovie della graduatoria unitaria, aperta da Svizzera, Corea del Sud, Arabia Saudita e Belgio, i soli Paesi che continuano ad esprimere un impiego superiore al metro quadrato per abitante, ma in regresso sia pure marginale rispetto agli ultimi consuntivi, diversamente da quanto è accaduto per altri protagonisti nello scacchiere lapideo mondiale, quali Portogallo e Spagna. Questa variabile, il cui trend di ascesa dimostra di essere in grado di prescindere dalle fluttuazioni del mercato internazionale, attesta che la crescita del settore può contare su risultati costanti, e soprattutto, sul probante gradimento degli utilizzatori.

Bisogna sottolineare che il ruolo più importante nel quadro della mondializzazione è svolto sempre dall’interscambio quantitativo, prima ancora che da quello in valore: l’assunto è da condividere se non altro per la comparabilità delle cifre di consuntivo in volume, anche nel lungo periodo, mentre quelle del giro d’affari sono condizionate dall’andamento del mix, da quello dei costi e dei prezzi, e talvolta da fattori monetari come le differenze di cambio e le eventuali svalutazioni o rivalutazioni. Si deve precisare, a proposito del mix, che la quota del grezzo ha interrotto la propensione alla crescita rilevata negli ultimi esercizi, anche a fronte degli investimenti nelle strutture produttive, in specie di trasformazione, effettuati da alcuni Paesi leader, con riguardo prioritario a quelli del continente asiatico. Ciò ha dato luogo, fra l’altro, ad un effetto secondario non trascurabile, come la riduzione della quota di trasporto del materiale destinato a discarica a fronte dei cascami di segheria e laboratorio.

Fra i caratteri salienti degli scambi che sono andati consolidandosi nel tempo, si deve fare riferimento alla conferma di un’altra realtà significativa di settore, pur nell’ambito delle accennate difficoltà congiunturali: la maggioranza dei consumi mondiali continua a riferirsi a materiali estratti e lavorati in Paesi diversi da quello di posa in opera, alimentando un indotto di grande rilevanza economica anche nel campo dei servizi, ed in primo luogo dei trasporti.

4. Maggiori produzioni mondiali

I primi sei produttori – nell’ordine: Cina, India, Turchia, Iran, Brasile, Italia – hanno espresso oltre sette decimi dell’estrazione mondiale, superando di oltre trenta punti la quota del 1996, ma ascrivendo alcune condizioni di stasi, talvolta più accentuate come nei casi del Brasile e dell’Italia, dove la congiuntura critica ha trovato motivazioni prevalentemente extra-settoriali. Invece, la maggiore propensione alla crescita è stata espressa dalle produzioni indiane, da leggere anche in sinergia con la crescente domanda di granito grezzo da parte cinese. La tendenza alla concentrazione, generalmente estesa alle fasi trasformatrici ed alla distribuzione, ne risulta comunque consolidata nonostante la crescita spesso ragguardevole di qualche realtà lapidea complementare, come in Macedonia od in Vietnam: basti pensare che allo stato delle cose sono soltanto undici i Paesi che sono in grado di mettere a disposizione del mercato una produzione superiore all’uno per cento del volume planetario.

In particolare, con quasi 50 milioni di tonnellate estratte, la Cina ha ribadito il suo primato produttivo con il 31 per cento di marmi e pietre prodotti nel mondo – in calo di circa un punto rispetto all’anno precedente – mentre l’India ha fatto registrare un’espansione quasi speculare, con una quota che è salita al 17 per cento.

I prezzi, alla luce di quanto si è detto, sono stati caratterizzati da un ripensamento talvolta molto significativo delle strategie precedenti, con cedenze anche vistose come è accaduto per le esportazioni dalla Turchia, dal Messico, dalla Francia e dalla stessa India, mentre hanno continuato a salire quelle dalla Grecia, e soprattutto dall’Italia, che per le sue spedizioni di manufatti lapidei, peraltro in ulteriore flessione quantitativa, ha potuto ascrivere il nuovo massimo di circa 78 dollari per metro quadrato equivalente contro i 71,7 dollari dell’anno precedente ed i 67,6 del 2016. L’andamento differenziato delle quotazioni, da interpretare in rapporto al mix distributivo, e per quanto riguarda i lavorati, alla diversa incidenza del valore aggiunto, dimostra che le strategie commerciali possono assumere caratteri alternativi anche nei Paesi leader, dovendosi confrontare con ampie differenze dei costi e con un mercato mondiale molto selettivo, caratterizzato da equilibri piuttosto elastici di offerta e di domanda.

Sul piano merceologico, i rapporti di forza tra materiali calcarei e silicei sono rimasti quasi stazionari, anche se in periodo lungo il gradiente di sviluppo dell’interscambio grezzo mondiale di marmo e travertino è stato notevolmente superiore a quello pur significativo del granito.

La Cina, pur confermandosi quale Paese leader in grado di determinare scelte strategiche anche in altri Paesi, ha visto diminuire la sua esportazione in volume per il quarto anno consecutivo, con una flessione di oltre un milione di tonnellate nei confronti del 2017 e di 3,2 milioni nel ragguaglio al 2014, mentre il decremento in valore è stato pari ad oltre 100 milioni di dollari nel confronto di breve periodo, ed a circa 1.200 milioni in quello di medio termine, con un saldo dell’interscambio nazionale che nel 2018 è sceso al di sotto dei tre miliardi. Il calo determinante è stato quello dei prodotti finiti, con perdite ragguardevoli nei maggiori mercati di sbocco, a cominciare da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, quale effetto di varie concause ivi compresa la sostanziale saturazione dei due mercati contigui, e prima ancora, le rinnovate vischiosità fatte registrare dagli acquisti nordamericani. Invece, le importazioni sono rimaste stazionarie, con ulteriore crescita di quelle del grezzo siliceo, in specie dall’India, a conferma del buon andamento della domanda domestica, e quindi dell’attività di segheria e laboratorio nel trattamento dei materiali importati, e naturalmente, delle produzioni domestiche.

A fronte della congiuntura cinese, improntata al ristagno dell’export, la conferma del primo posto nella graduatoria delle spedizioni quantitative mondiali da parte dell’India risulta sostanzialmente scontata ma ribadisce l’effetto psicologico riveniente dal sorpasso storico del 2017 a danno della Cina, se non altro per la visibile innovazione negli equilibri dell’interscambio mondiale. D’altra parte, è d’uopo sottolineare ancora una volta che tra le ragioni fondamentali del successo acquisito dall’India si deve annoverare l’incremento prioritario delle sue vendite di silicei grezzi proprio sul mercato cinese.

5. Italia: un ristagno annunciato

Nell’ambito dei maggiori Paesi lapidei, il consuntivo dell’Italia, pur contraddistinto dallo straordinario primato nel prezzo medio del manufatto, è stato ancora una volta negativo, con una diminuzione produttiva nell’ordine dei cinque punti ed una flessione del 9,6 per cento nell’export in quantità – netto da sottoprodotti – dovuta prevalentemente ai grezzi, con un regresso di circa 12 punti, e subordinatamente, al prodotto finito, dove la contrazione è stata pari al 7,5 per cento.

In conseguenza, si è nuovamente ampliato il differenziale negativo rispetto al massimo del 2000, nell’ordine del milione di tonnellate spedite e dei 28 punti percentuali, la cui maggioranza risulta concentrata nell’ultimo quinquennio, con un trend discendente interrotto marginalmente nel solo 2017.

L’importazione, dal canto suo, ha fatto registrare un’ulteriore diminuzione del 10,3 per cento che si aggiunge ai 26 punti perduti nel triennio precedente e che deve inquadrarsi nel permanente ristagno delle attività di segheria e laboratorio, oltre che in quello decisamente cronico dell’edilizia nazionale, con corrispondenti ulteriori effetti negativi sui livelli occupazionali: non a caso, negli ultimi dodici anni l’import lapideo italiano è diminuito per ben dieci volte, e risulta crollato del 63,4 per cento rispetto al massimo del 2006.

L’esportazione settoriale dall’Italia, sempre nel 2018, si è riferita a manufatti nella misura del 48,1 per cento del volume complessivo, con il recupero di oltre un punto rispetto all’anno precedente, mentre le spedizioni del grezzo, pur conservando la maggioranza assoluta, si sono ridotte al 51,9 per cento, con il tradizionale punto di forza del marmo, pari al 90,7 per cento dei grezzi venduti all’estero. La struttura dell’export italiano resta improntata ad una vocazione duplice: da un lato, quella di collocare sui mercati esteri il materiale grezzo più appetibile, e dall’altro, quella di una politica del manufatto sostanzialmente subordinata, che sottintende l’esistenza di carenze diffuse nelle strategie di verticalizzazione e di perseguimento del valore aggiunto, che nel settore lapideo – giova ricordarlo – consente di incrementare quello della materia prima, nell’ordine di parecchie volte.

In buona sostanza, il bilancio settoriale dell’Italia rimane assai problematico, sia nel breve termine che nel lungo periodo, e ripropone la necessità di adeguati interventi correttivi con riguardo prioritario al rilancio degli investimenti, pur avendo trovato un parziale antidoto alla flessione di produzione e vendite nell’ulteriore crescita dei prezzi di cui si diceva in precedenza, con particolare riguardo a quelli del materiale lavorato. In questo senso, è sempre lecito parlare di una “decrescita felice” sia pure per pochi, come da definizione utilizzata nel precedente Rapporto annuale.

6.Tecnologie di trasformazione

Un ruolo settorialmente fondamentale resta quello dell’indotto ed in particolare delle tecnologie di lavorazione: macchine e beni strumentali. Per quanto riguarda l’impiantistica, il 2018 si è chiuso con una produzione mondiale sostanzialmente stazionaria – in linea con quella dei materiali – ed un volume complessivo stimabile in circa tre milioni di quintali, oggetto d’interscambio nella misura di due terzi: ciò, unitamente alla conferma del tradizionale primato italiano forte di un’esportazione che assomma al 57,2 per cento di quella europea in volume, ma in calo di circa 16 punti rispetto al 2017, mentre esprime oltre un quarto dello scambio mondiale interessando la maggioranza assoluta della domanda in parecchi Paesi del Vecchio Continente, senza contare diversi Stati extra-comunitari di notevole rilevanza settoriale, quali Brasile, Australia, Stati Uniti e Nuova Zelanda dove la copertura di mercato risulta di appannaggio italiano in misura superiore ad un terzo dei rispettivi valori di riferimento.

Ciò conferma, anche alla luce di un valore medio per unità di prodotto notevolmente superiore alla media mondiale, che la “leadership” italiana riviene da una qualità riconosciuta in termini di durata, rendimenti e sicurezza, ma nello stesso tempo da una funzionale politica di servizio, ivi compresa la fornitura di “know-how” e di assistenza nelle fasi di avviamento degli impianti e di formazione professionale.

L’export dall’Italia di macchine ed impianti per la trasformazione di marmi e pietre ha interessato spedizioni del 2018 nell’ordine dei 570 mila quintali, mentre il volume d’affari si è ragguagliato a circa 780 milioni di euro, con un valore medio per unità di prodotto che si è ragguagliato a 1371 euro/quintale, contro i 1454 dell’anno precedente (massimo storico) ed i 920 del 2008. Conviene aggiungere che la flessione del 2018 non mette in discussione lo specifico primato italiano nei confronti dei concorrenti più significativi, ed in primo luogo della Cina.

Tale flessione si è ragguagliata al 5,7 per cento, ma confermando la consolidata competitività italiana pur nel contesto di una concorrenza mondiale in crescita costante, soprattutto da parte della medesima Cina (ed in misura minore di Giappone e Germania). Non a caso, il giro d’affari cinese nell’export di macchine ed impianti per il settore lapideo ha raggiunto, sempre nel 2018, un valore pari a 482 milioni di dollari, che corrispondono al 52,7 per cento di quello italiano.

Il consuntivo della tecnologia italiana è completato dai beni strumentali, dove primeggiano tradizionalmente gli abrasivi e gli utensili diamantati, le cui esportazioni in valore hanno dato luogo a consegne per circa 350 mila quintali, con un fatturato per oltre 380 milioni di dollari che nell’ambito europeo risulta superato soltanto dal giro d’affari tedesco, ed in quello mondiale da Cina e Giappone, collocando l’Italia al quarto posto assoluto.

Vale la pena di sottolineare che il prezzo medio italiano dei beni strumentali, pari a 11 dollari/kg., è cresciuto del 18,3 per cento rispetto al 2017, aggiungendosi al precedente 21,4 per cento, con un forte recupero dopo parecchi anni di sostanziale stazionarietà, a conferma del rinnovato apprezzamento per il prodotto italiano, riconosciuto da parte del mercato mondiale anche nell’ambito dei consumabili dopo il “flop” della concorrenza a basso costo. Nella medesima ottica, è congruo rammentare il ruolo significativo assunto dalla cooperazione internazionale, con particolare riguardo alla realizzazione di sinergie fra Case italiane e Soggetti locali, finalizzata a promuovere iniziative di assemblaggio “in loco” ed approvvigionamenti di consumabili idonei a soddisfare le specifiche esigenze di mercato anche in termini di tempestività delle consegne.

7. Sviluppo del mondo lapideo

La movimentazione internazionale, asse portante della crescita mondiale di settore, è stata caratterizzata, come in passato, da una larga e logica prevalenza dei mezzi navali. Si è confermato, peraltro, il ruolo importante dei trasporti ferroviari, sia a breve che a lungo raggio (ad esempio, negli approvvigionamenti cinesi di grezzi silicei provenienti dall’Europa settentrionale) mentre il numero di quelli su strada, funzionalmente complementari ai primi due, fatta eccezione per i casi di lavorazioni e consumi di mercato locale, è cresciuto in misura sostanzialmente proporzionale alle produzioni, con una stima pari ad oltre 50 milioni di carichi e scarichi.

L’esame differenziato per Paesi dimostra che lo sviluppo del mondo lapideo è governato da processi assai variabili: se gli aumenti maggiori sono stati conseguiti in Asia, dove si concentra la maggioranza assoluta di produzione ed interscambi, non sono mancati apprezzabili spunti reattivi anche in un’area assai matura come quella europea, attestando la permanente idoneità di marmi e pietre ad elidere gli effetti di una congiuntura economica verosimilmente non facile: tra i vari casi di rilevanza significativa basti rammentare quelli del Portogallo, della Grecia e della Macedonia, che hanno consolidato il proprio export, in larga maggioranza di marmo, nonostante le vischiosità di cui si è detto a proposito del contesto internazionale di settore.

Altri protagonisti di prima fascia che hanno dovuto confrontarsi con un rallentamento settoriale di rilevanza considerevole, oltre la media planetaria, sono stati Brasile e Turchia, anche alla luce della loro dipendenza prioritaria da un mercato in specifica difficoltà come quello nordamericano: nel primo caso, con una flessione globale di sette punti nell’export quantitativo del 2018, e nel secondo con una contrazione del 5,9 per cento, cui sono riferite minori spedizioni pari, rispettivamente, a 160 mila ed a 470 mila tonnellate. Ciò, senza contare che, soprattutto nel consuntivo della Turchia, si sono dovuti registrare ulteriori sacrifici notevoli del prezzo medio, con qualche effetto negativo in chiave di investimenti.

A proposito degli Stati Uniti si deve aggiungere che l’import lapideo del 2018 è rimasto quasi invariato in valore, con circa tre miliardi di dollari, mentre ha fatto registrare una forte contrazione in volume, nell’ordine di un quinto, con conseguente elevazione speculare del prezzo medio, giunto al nuovo massimo di oltre 50 dollari per metro quadrato equivalente, ma pressoché uguale a quello del 2013: ciò significa che l’ipotesi di politiche protezioniste a favore delle produzioni locali, di cui alle opzioni formulate ripetutamente dal Governo di Washington, ha indotto effetti diversificati nell’import del 2018, che ha maggiormente penalizzato gli acquisti dei prodotti di minor valore unitario.

Un buon consuntivo – pur nell’ambito di una produzione destinata in larga maggioranza ad un mercato interno forte di ottime tradizioni consolidate – resta quello fatto registrare dall’export iraniano, soprattutto a fronte delle spedizioni di grezzo in Cina, dove si è confermato al terzo posto nella graduatoria degli acquisti di calcarei, e segnatamente di travertini, dietro la Turchia (che continua a soddisfare oltre metà della domanda specifica) e l’Italia: ciò, ai danni principali di Spagna ed Egitto, un Paese – quest’ultimo – che ha cercato di potenziare la politica del valore aggiunto, al pari di quanto è accaduto in misura analoga in altri Paesi asiatici, sia del Vicino che del Medio Oriente.

Situazione sostanzialmente statica, in tendenza non difforme dalla congiuntura mondiale, è quella che riguarda il Sudafrica, con flessioni contenute dell’export in volume, e nello stesso tempo, con un ulteriore miglioramento del prezzo medio nei grezzi ma con una notevole flessione in quello dei lavorati. Al riguardo, si deve confermare che la distribuzione dei materiali sudafricani, con riguardo prioritario alle tipiche esclusive di granito, ha saputo coniugare i caratteri cromatici del materiale domestico, in grado di soddisfare una domanda sempre propensa all’acquisizione di colori forti, con la tradizionale strategia di valorizzazione della qualità e dei volumi estratti, le cui destinazioni prevalenti hanno continuato ad interessare l’Europa, ed in modo particolare l’Italia, ma con ottime posizioni anche in altri Paesi del Vecchio Continente, tra cui si deve citare la Polonia dove l’uso funerario del prodotto scuro può contare su consolidate tradizioni d’impiego.

8. Ipotesi avvenire

Le previsioni produttive di marmi e pietre nel mondo – pur improntate a criteri opportunamente prudenziali – rivenienti dall’estrapolazione delle serie storiche e dall’andamento pur contraddittorio dell’interscambio di breve periodo, ma anche da uno scontato incremento demografico seguito da quello sebbene contenuto dell’edilizia, restano favorevoli, tanto che nel 2025 il volume dei lapidei di pregio estratti nel mondo dovrebbe salire a 190 milioni di tonnellate lorde, con un impiego superiore ai due miliardi di metri quadrati equivalenti, mentre il quantitativo oggetto di scambio internazionale andrebbe a definirsi in misura proporzionale, e quindi oltre il miliardo.

E’ fondato presumere che il trend del comparto lapideo mondiale, nonostante le situazioni di ristagno presenti nel sistema, possa riprendere con un tasso conforme a quello di lungo periodo, e soprattutto, alle attese della domanda mondiale; tuttavia si porranno ancora una volta maggiori problemi di creazione delle infrastrutture, di adeguamento impiantistico e di collocazione dei cascami, a tutti i livelli nazionali e regionali. Sono problemi da affrontare tenendo conto del ruolo decisivo degli investimenti – e quindi del credito – e della necessità di potenziarli sia sul piano aziendale sia su quello aggregato, attraverso adeguati incentivi: ciò, tanto per il momento produttivo, quanto per quello della comunicazione e della promozione, con attenzioni particolari per la questione degli scarti, le cui difficoltà di stoccaggio e di compatibilità ambientale costituiscono ormai da tempo una strozzatura di evidenza prioritaria.

La cooperazione internazionale è certamente in grado di esercitare un ruolo propulsivo, se non altro alla luce degli impegni assunti dai Paesi sviluppati sin dal 2002, a cominciare dalle possibili soluzioni dei predetti problemi strategici, con un impatto tanto più concreto, nella misura in cui sia supportata dall’azione congiunta delle Organizzazioni imprenditoriali del comparto lapideo, che a livello sovranazionale non risulta funzionalmente conforme ad oggettive esigenze strategiche, tra cui hanno rilevanza prioritaria le attese del lavoro, le necessità imprenditoriali, e la riconosciuta idoneità del comparto lapideo ad avviare o potenziare opportune strategie di espansione.

Il mondo del marmo e della pietra possiede alti contenuti professionali e la possibilità di creare nuova occupazione con mezzi finanziari relativamente limitati, tanto che da oltre un cinquantennio è stato ritenuto idoneo – da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle stesse forze sociali di settore – a promuovere sviluppo anche nelle situazioni in cui ad altri comparti sarebbero precluse analoghe potenzialità strategiche e tattiche.

Quindi, ha diritto ad essere oggetto di consapevoli attenzioni istituzionali sia nei Paesi terzi, dove costituisce una significativa occasione per accrescere il valore aggiunto, sia in quelli maturi, attraverso il consolidamento di risultati socio-economici spesso notevoli: obiettivi tanto più importanti alla luce delle diffuse percezioni di precarietà, tipiche di una congiuntura oggettivamente difficile.

Madagascar: Occasioni di sviluppo lapideo nel terzo mondo

Il mondo del marmo e della pietra, accanto ad un numero relativamente alto di Paesi sviluppati che controllano la maggioranza della produzione e degli impieghi, annovera un’ampia schiera di altri Stati in cui la valorizzazione del materiale lapideo, nonostante la sua riconosciuta idoneità ad avviare strategie di sviluppo, è tuttora agli inizi. Le cause del ritardo sono parecchie, ma le maggiori vanno individuate in mancanza di tradizioni, infrastrutture carenti, difficoltà professionali; e soprattutto nei problemi finanziari che ostacolano gli investimenti pubblici e privati.

Un caso tipico è quello del Madagascar, la grande isola francofona dell’Oceano Indiano (quarta nel mondo per estensione) che nonostante l’indipendenza conquistata nel lontano 1958, una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’Italia, ed una popolazione in rapida crescita, quadruplicata in mezzo secolo e pervenuta agli attuali 25 milioni di abitanti con evidenti forti problemi sociali, sta finalmente avviando nuove iniziative per valorizzare le sue pietre, grazie all’intervento della cooperazione estera, ed in particolare italiana, rivolta all’estrazione di materiali esclusivi – soprattutto silicei – in grado di affermarsi con successo sul mercato internazionale.

L’export lapideo malgascio è sempre stato minimo, e generalmente circoscritto ad alcune partite di granito grezzo, con riguardo prioritario a quelli di pigmentazione accesa, meno diffusi nel mondo ed in quanto tali, oggetto di domanda qualitativamente elevata. Basti dire che nel 2017 il flusso in uscita è stato pari a circa 10 mila tonnellate, ovvero allo 0.2 per mille dell’interscambio planetario in volume, mentre vent’anni prima aveva raggiunto le duemila tonnellate, con incidenza analoga e nessun picco intermedio. E’ inutile aggiungere che le spedizioni del lavorato sono ininfluenti, limitandosi a qualche apporto dell’oggettistica artigianale, mentre l’import è quasi inesistente, tanto da essersi fermato, sempre nel 2017, intorno a 40 mila metri quadrati di materiale proveniente dalla Cina e dall’India, con un volume minimo non difforme da quello del 1998 (con la differenza che all’epoca si trattava quasi esclusivamente di marmo italiano).

Altrettanto marginali risultano gli acquisti di tecnologie per la pietra da parte del Madagascar, con un volume d’affari che nel 2017 si è limitato a 240 mila dollari, contro i 320 mila del 2016, e cifre analoghe per gli anni precedenti. In tutta evidenza, non esiste un’attività industriale trasformatrice, rastremando l’utilizzo della pietra lavorata ai monumenti funerari di élite. Del resto, la tradizione dell’edilizia malgascia, sin dai tempi coloniali, è stata orientata prevalentemente al laterizio, stanti le cospicue disponibilità di argille che hanno valso al Madagascar la tradizionale denominazione di Isola Rossa.

In chiave generale, l’industrializzazione malgascia è tuttora episodica: fatta eccezione per qualche iniziativa in campo tessile od alimentare, anche il settore minerario di prima categoria non è stato in grado di valorizzare compiutamente le proprie risorse, all’infuori delle pietre preziose destinate alla gioielleria estera. Ecco un buon motivo in più per auspicare adeguati interventi infrastrutturali in favore dello sviluppo di un grande Paese come il Madagascar e della disponibilità ad investire anche nel settore lapideo dimostrata dalle iniziative della cooperazione privata: in primo luogo, dal “know-how” italiano.

Il giro d’affari del lapideo nel 2017 ha raggiunto i 20 miliardi di dollari

Nel consuntivo mondiale per il 2017, gli scambi internazionali di marmi e pietre hanno interessato un giro d’affari per oltre 20 miliardi e mezzo di dollari sia nell’export che nell’import, con una flessione di 600 milioni rispetto all’anno precedente, e di oltre due miliardi nel ragguaglio al massimo storico del 2014: in altri termini, si sono registrate tre flessioni consecutive che costituiscono un fatto nuovo assoluto e rispecchiano l’esistenza di una congiuntura difficile anche in campo lapideo, e tanto più complessa, alla luce dei più recenti venti protezionisti in alcuni Stati leader.

Nei confronti del 2001, quando il fatturato lapideo mondiale aveva raggiunto 5,2 miliardi di dollari, il valore è comunque quadruplicato, confermando il crescente apprezzamento della progettazione e della clientela finale per il prodotto di natura, che proprio per questo ha sofferto meno di altri materiali concorrenti.

Del resto, a fronte della flessione in valore, pari al 2,4 per cento nei confronti del 2016, l’ultimo esercizio ha visto una crescita dell’interscambio quantitativo nell’ordine degli otto punti percentuali, con un ex – import che ha bilanciato in 580 milioni di quintali (grezzi e lavorati) contro i 535 milioni dell’anno precedente, E’ di tutta evidenza che il valore medio delle operazioni commerciali ha subito una contrazione molto rilevante, superiore ai dieci punti: un buon tributo alla cosiddetta democratizzazione dell’impiego, ma nello stesso tempo, una nuova forte elisione della redditività.

I primi quattro Paesi nella graduatoria dell’esportazione in valore (Cina, Italia, India, Turchia) hanno espresso il 56,8 per cento del totale, pressoché invariato rispetto al 57 per cento del 2010, cosa che mette in luce la permanenza di una forte concentrazione. A livello disaggregato, Il dato più significativo riguarda il forte sviluppo asiatico, nel cui ambito il 2017 ha visto concretizzarsi il sorpasso dell’export quantitativo indiano, ai danni di quello cinese, che peraltro resta largamente avvantaggiato in valore, vista la forte prevalenza dei suoi prodotti finiti. Quanto all’Italia, è ulteriormente continuato il trend discendente della quota di mercato, che nel 2017 è scesa al 10,6 per cento contro il 30,6 per cento del 2001. Molto apprezzabile è stata invece la crescita della Turchia, partita da 200 milioni di dollari per giungere, nel volgere di sedici anni, ad oltre due miliardi.

L’importazione è più articolata: i primi quattro acquirenti del 2017, tutti extra-europei (Cina, Stati Uniti, Corea del Sud e Germania), hanno ricevuto il 43 per cento degli scambi quantitativi. Anche in questo caso, nel periodo lungo si sono registrati incrementi generalizzati, soprattutto nei Paesi asiatici, mentre hanno fatto eccezione gli Stati Uniti, dove gli ultimi esercizi hanno evidenziato una tendenza alla saturazione del mercato ben dimostrata dal fatto che permane tuttora un ritardo di circa 17 punti nei confronti del massimo storico conseguito dall’import nordamericano nell’ormai lontanissimo 2007, per un valore nell’ordine dei 3,9 miliardi di dollari contro gli attuali 3,2. Dal canto loro, sono risultati in forte ed ulteriore calo gli approvvigionamenti italiani di grezzi, ridotti di circa due terzi nel volgere di un decennio, a conferma di una crisi delle attività trasformatrici ormai strutturale.

In tutta sintesi, il panorama globale del settore propone un mondo lapideo a due velocità: da una parte, i Paesi in via di sviluppo che si sono distinti per crescite talvolta molto accentuate dell’export e talvolta dell’import, e dall’altra, le economie mature, dove al carattere selettivo del mercato si sono aggiunti gli effetti del ristagno. Ne derivano parecchi spunti di riflessione non effimera per le imprese, per le forze sociali, e soprattutto per la volontà politica.

Algeria: un mercato lapideo in espansione con forti opportunità per la tecnologia italiana

Accade spesso che le relazioni diplomatiche abbiano una valenza di routine ma il recente incontro che l’Ambasciatore italiano ad Algeri, Pasquale Ferrara, ha avuto con il Ministro dell’Industria e delle Risorse Minerarie, Youcef Yousfi, si inquadra in una logica strategica che ne trascende il pur rilevante contenuto commerciale. Infatti, il Ministro, consapevole dell’importanza che la valorizzazione delle risorse primarie riveste per una razionale politica di sviluppo, ha auspicato un forte coinvolgimento del capitale e del “know-how” italiano nelle iniziative verticalizzatrici, a cominciare da quelle del comparto lapideo, e l’Ambasciatore ha assicurato un’adeguata collaborazione di parte italiana, a cominciare dal momento informativo.

L’Algeria, al pari degli altri Paesi francofoni dell’Africa mediterranea, è ricca di risorse, ma finora con attività locali proporzionalmente modeste, a cominciare dall’export di marmo e pietra, che anche nel 2017 – al pari degli esercizi precedenti – è stato quasi inesistente (meno di duemila tonnellate). Ciò, diversamente dall’import che ha superato le 400 mila tonnellate, composte per circa due quinti da grezzi e per la quota a saldo da prodotti finiti, ragguagliandosi all’otto per mille dell’interscambio mondiale del settore. La rilevanza strategica degli acquisti di blocchi e lastre grezze, sebbene ancora minoritaria, è confermata dal buon livello dell’import di tecnologie per la trasformazione (segheria e laboratorio) che sempre nel 2017 ha superato le 22 mila tonnellate – per un valore pari ad oltre 16 milioni di dollari – un terzo delle quali di provenienza italiana.

La ripartizione dell’import lapideo algerino è notevolmente concentrata. Infatti, oltre nove decimi degli approvvigionamenti grezzi risultano provenienti da tre soli Paesi dell’Unione Europea (nell’ordine: Grecia, Italia e Portogallo), mentre la quasi totalità degli acquisti di prodotto finito è giunta da quattro Paesi extra-europei (nell’ordine: Cina, India, Turchia, Egitto). Questa diversa articolazione delle provenienze la dice lunga sulle preferenze consolidate degli importatori algerini: qualità, contiguità e comodità di collaudo per il grezzo, e prezzo competitivo per il prodotto finito.

In questo senso, non sembra agevole modificare apprezzabilmente nel breve termine una struttura degli acquisti ormai affermata, oltre che mediamente in ascesa, anche se la promozione italiana potrebbe utilmente giovarsi di un più incisivo messaggio a carattere qualitativo. Migliori sembrano le prospettive per la tecnologia, sia in un’ottica di valorizzazione più sistematica delle riserve alla vista e della loro trasformazione locale, sia in quella di lavorazione dei grezzi importati: un campo in cui l’Italia può dire autorevolmente la sua, anche oltre il livello già soddisfacente del proprio “share” (riveniente in buona prevalenza dal macchinario di terza trasformazione).

In definitiva, anche con l’Algeria si possono aprire prospettive di sviluppo aventi un interesse certamente reciproco. In questo senso, le intese di carattere diplomatico costituiscono un presupposto importante, ma nello stesso tempo hanno bisogno di un approccio meno episodico da parte del momento imprenditoriale, sia nell’ottica del marketing, sia in quella di una cooperazione attenta alle effettive esigenze tecniche e strategiche della committenza.

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