Lapideo, condizioni settoriali nel mondo e situazione italiana

L’industria del marmo e della pietra è contraddistinta da uno sviluppo mondiale sostanzialmente costante, con un gradiente di crescita superiore a quello del sistema economico considerato nel suo complesso: nell’ultimo ventennio, il volume dei materiali estratti e lavorati è triplicato, portandosi dai 51 milioni di tonnellate del 1998 ai 153 milioni del 2018: al fenomeno hanno contribuito Paesi di tutti i continenti, nel quadro di una progressiva valorizzazione dei propri materiali, ovviamente con diversi apporti quantitativi, fra cui sono emersi in prima priorità quelli di India e Cina.

L’Italia resta il massimo produttore europeo ed occupa il sesto posto assoluto nella graduatoria mondiale del comparto, senza dire della sua consolidata “leadership” nella produzione e distribuzione di macchine ed impianti settoriali, e si avvale di condizioni assai avanzate del “know-how” e della professionalità, sempre in grado di fare la differenza per l’acquisizione delle commesse di alto livello progettuale ed esecutivo.

La dinamica mondiale del settore si fonda sull’apporto determinante dell’interscambio: oggi, il consumo planetario del marmo e della pietra, pari a circa 1,7 miliardi di metri quadrati equivalenti (allo spessore convenzionale di cm. 2) riviene in misura maggioritaria dall’export-import. Al riguardo, basti notare che nel 2018 sono stati scambiati 30,2 milioni di tonnellate in grezzi destinati ad essere lavorati nei Paesi di arrivo, e 26,2 milioni di tonnellate in prodotti finiti, per un totale di 56,4 milioni contro i 57,9 dell’anno precedente ed i 15 del 1994. In edilizia, si tratta della quota più alta nel ragguaglio alla produzione.

Per quanto riguarda l’Italia, giova sottolineare che il suo contributo alla movimentazione internazionale rimane importante soprattutto in valore, dove si colloca al secondo posto assoluto, con un volume d’affari che nel 2018 si è ragguagliato a circa 2.200 milioni di dollari, pari al 10,8 per cento del totale mondiale; e soprattutto, con un prezzo medio del prodotto finito che risulta primo nel mondo, con oltre 77 dollari per metro quadrato equivalente nello stesso 2018, contro i 71 dell’anno precedente, ad ulteriore attestazione di un crescente interesse dei mercati, in primo luogo per il suo livello qualitativo.

A proposito dell’Italia, si deve aggiungere che le sue opportunità sono parzialmente condizionate dalla forte parcellizzazione aziendale, espressa in modo icastico dalla media di occupati per azienda che non supera le cinque unità (soci compresi): cosa che rende necessaria, in parecchi casi, una politica di aggregazioni, talvolta sistematiche, come attesta la storia dei suoi Consorzi lapidei, talvolta contingenti, in specie nella gestione di specifici problemi ambientali, tecnici e commerciali.

La concorrenza non pratica strategie attendiste, e in diversi Paesi si avvale di un’accentuata propensione ad investire, supportata da una volontà politica capace di comprendere il ruolo propulsivo che il settore è in grado di esprimere, in specie nei comprensori caratterizzati dalla carenza di apprezzabili alternative; e quindi, di fornirgli adeguate infrastrutture e adeguati incentivi. Ciò, in aderenza alla strategia di promuovere iniziative opportune in campo professionale, economico e finanziario, raccomandata anche a livelli istituzionali a carattere internazionale. Lo sviluppo del comparto si è naturalmente differenziato anche alla luce degli interventi pubblici e della capacità imprenditoriale di sopperire alle loro carenze: fattore assai visibile in Italia, grazie al ruolo propulsivo di una struttura produttiva attenta alle esigenze dei mercati, e quindi disponibile ad investire nonostante le scarse attenzioni del momento pubblico.

Momenti del ristagno lapideo italiano

Il marmo e le altre pietre di pregio costituiscono una risorsa di rilievo nell’ambito delle strategie di sviluppo avviate da diversi Paesi per la valorizzazione delle proprie risorse: in questa ottica, non sorprende che la produzione mondiale del settore sia cresciuta di almeno quattro volte nel giro degli ultimi 25 anni, con il contributo decisivo dell’interscambio, che interessa una quota altrettanto importante delle disponibilità e la maggioranza del giro d’affari.

Tra i pochi Paesi in controtendenza, il caso dell’Italia è la dimostrazione di quali effetti negativi possano scaturire dalle carenze politiche, con riguardo prioritario all’incapacità di comprendere il ruolo propulsivo del lapideo, diversamente da quanto è accaduto altrove: fattore tanto più condizionante quando si pensi che le riserve sono diffuse su tutto il territorio nazionale, con potenzialità di particolare rilievo nei distretti tradizionali di Toscana e Veneto, ma con opportunità non meno importanti in altre Regioni, tra cui è congruo ricordare Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Puglie, Sicilia, Sardegna. In questo senso, sia pure con le differenze del caso, non è azzardato parlare di specifiche responsabilità generali, sia a livello nazionale, sia nell’ambito regionale.

E’ passato oltre mezzo secolo da quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite si fece premura di sollecitare lo sviluppo del settore attraverso adeguate misure incentivanti, capaci di promuovere investimenti, in specie laddove altri comparti non avessero la medesima idoneità strategica: ebbene, quella raccomandazione del 1976 è stata palesemente accolta dai maggiori protagonisti lapidei extra-europei, a cominciare da Cina, India, Turchia e Brasile, la cui espansione è stata contraddistinta da tassi talvolta esponenziali, mentre in Italia, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, è venuta meno persino la strategia minima: quella di tutela dell’esistente.

La crisi endemica del mercato interno non ha trovato nell’export, soprattutto nel nuovo millennio, la tradizionale valvola di sicurezza, anche a causa della soverchia parcellizzazione aziendale e della conseguente impossibilità delle piccole imprese, che costituiscono la struttura portante del settore, di operare funzionalmente nelle nuove dimensioni globali del rapporto tra offerta e domanda. Il ristagno del fatturato estero, ormai lontano dai massimi storici, è stato oggetto di un ampio ma velleitario dibattito nelle sedi di competenza. In effetti, non ne è scaturita un’intesa tra il momento politico e le forze sociali circa gli interventi necessari ad invertire la tendenza, in un quadro di programmazione.

La crisi ha coinvolto in misura non meno rilevante anche le importazioni, con particolare riferimento a quelle dei grezzi, che per molti anni avevano alimentato segherie e laboratori con materiali scelti di altra provenienza – in specie silicei – capaci di incrementare tangibilmente il valore aggiunto, potenziando il consumo domestico ed integrando le maggiori forniture all’estero in modo da soddisfare integralmente le esigenze di una progettazione e di una committenza sempre più attente ai parametri qualitativi, non meno che alla variabile economica.

Da questo punto di vista, le cifre sono oltremodo chiare. Nel volgere dell’ultimo ventennio, l’importazione italiana del grezzo è quasi dimezzata, scendendo da 2,1 a 0,9 milioni di tonnellate (consuntivo del 2018) con una discesa sostanzialmente costante a far tempo dal 2006. Ne è scaturita una recessione delle attività trasformatrici che, sommandosi a quella delle produzioni domestiche, comprese quelle tipiche ed esclusive, ha dato luogo a condizioni di diffuso ristagno: ciò, sebbene in qualche caso si sia progressivamente diffusa la tendenza a preferire l’esportazione diretta del blocco di qualità, con vantaggi proporzionali per gli acquirenti esteri ma nello stesso tempo con ulteriori penalizzazioni del valore aggiunto. La perdita di capacità produttiva che ne è scaturita appare difficilmente recuperabile, tanto più che si è tradotta in obsolescenze anticipate, rinvio di manutenzioni, ed alla fine, in cessazioni dell’attività imprenditoriale. E’ certamente cosa buona e giusta confidare nella progettazione di Industria 4.0 ma è altrettanto doveroso tenere conto dei fattori depressivi presenti nel sistema, per esorcizzarli ed espungerli preventivamente.

E’ bene sottolineare che la crisi dell’import costituisce una componente minoritaria di quella lapidea, restando di tutta evidenza che la questione prevalente nell’ambito dell’interscambio è sempre quella dell’esportazione. In effetti, le sorti di marmi e pietre d’Italia sono strettamente legate alle prospettive di collocamento all’estero, in specie del valore aggiunto, ma ciò non significa che questo sia il problema unico: accanto all’import ed al regresso delle attività trasformatrici è congruo tenere conto dl mercato interno, infrastrutture, formazione, investimenti, credito, e via dicendo.

In conclusione, è d’uopo fare appello ad una volontà politica che sia finalmente capace di comprendere l’effetto moltiplicatore implicito nel comparto lapideo, e di operare in conseguenza, d’intesa col mondo imprenditoriale e con quello del lavoro.

Sintesi del 30° rapporto Marmo e Pietre nel mondo

(Foto Ennevi)

1. Premessa

Il trend di crescita del comparto lapideo mondiale ha trovato conferma nei consuntivi di produzione del 2018, ascrivendo un aumento dello 0,8 per cento e portandosi al nuovo massimo storico, pari a 153 milioni di tonnellate, al netto dei cascami di cava. Non altrettanto può dirsi per quanto concerne l’interscambio, sceso a 56,5 milioni di tonnellate, con una flessione di un milione e mezzo nei confronti dell’anno precedente, quando era stato raggiunto il nuovo massimo, nell’ordine dei 58 milioni. Ne consegue che la pressione dell’offerta ha trovato maggiori opportunità distributive sui mercati domestici, meno condizionati dalle crescenti difficoltà politiche e doganali che hanno influito sulla stasi del traffico lapideo internazionale.

La dinamica dell’interscambio ha tratto conferma dall’andamento dei valori medi, con riguardo prioritario a quelli del prodotto finito, che nell’aggregato riferito ai primi dodici esportatori mondiali ha fatto registrare un decremento di quasi sette punti, portandosi a 34,10 dollari per metro quadrato equivalente, anche se i Paesi leader nella graduatoria del prezzo medio – Italia, Grecia e Brasile – hanno posto in evidenza ulteriori aumenti. E’ logico presumere che il fenomeno sia stato caratterizzato da maggiori accentuazioni sui mercati nazionali, dove hanno trovato utilizzo, a parte le quote destinate a magazzino, sia la maggior produzione, sia la quota riveniente dal regresso quantitativo dell’ex-import: ciò, con una crescita degli impieghi più accentuata nei consumi correnti.

2. Produzione e scambi internazionali

Il volume estratto, al lordo delle perdite di escavazione e lavorazione, ha superato 310 milioni di tonnellate, con un andamento speculare a quello del prodotto finito, che si è ragguagliato a 90 milioni di tonnellate: l’ampiezza del differenziale, nonostante lo sviluppo della tecnologia e dei rendimenti unitari, attesta l’importanza di una questione di fondo come quella di collocazione e valorizzazione dei materiali di risulta, dal perdurante rilievo strategico e tattico in specie nelle economie mature, più sensibili ai problemi dell’ambiente. La produzione di manufatti, dal canto suo, si è ragguagliata a circa 1.670 milioni di metri quadrati equivalenti (riferiti allo spessore convenzionale di cm. 2) alimentando ulteriormente il consumo mondiale.

Gli scambi internazionali, nonostante la congiuntura non ottimale dell’ultimo esercizio, restano la struttura portante nell’economia lapidea, con un ruolo nettamente superiore a quello dei prodotti concorrenti. In effetti, nel 2018 hanno interessato esportazioni ed importazioni che nell’aggregato complessivo di grezzi e lavorati bilanciano in circa 815 milioni di metri quadrati equivalenti ed in affari per oltre 20 miliardi di dollari: nel primo caso, con una flessione del 2,5 per cento che si deve prevalentemente ai grezzi, mentre quella del prodotto finito è stata pari a circa due punti, con una minusvalenza nel fatturato corrispondente, nell’ordine dei 400 milioni di dollari.

L’export, in fase di ulteriore concentrazione, è stato appannaggio largamente maggioritario dei sette massimi protagonisti: in ordine di valore, Cina, Italia, Turchia, India, Brasile, Spagna, Portogallo. Nel volume spedito, si è notevolmente consolidato il fatto nuovo già registrato nel 2017 con il sorpasso dell’India ai danni della Cina, che peraltro mantiene un forte vantaggio in valuta, collegato al fatto che le sue vendite all’estero sono costituite per una larghissima maggioranza da prodotti finiti. Giova aggiungere che i predetti Paesi, con l’aggiunta della Grecia, sono i soli ad avere collocato sul mercato lapideo mondiale marmi e pietre di loro produzione o trasformazione per oltre un milione di tonnellate cadauno, pari ad oltre il 72 per cento del traffico planetario.

Notevolmente più articolato, invece, risulta il consuntivo mondiale dell’import, con sei Paesi che hanno effettuato approvvigionamenti esteri per almeno un milione di tonnellate: nell’ordine, si tratta di Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Germania, India e Francia, con un aggregato pari al 45,6 per cento di quello mondiale. In proposito, è da rilevare la scomparsa dell’Italia nel ristretto gruppo degli importatori leader.

3. Concorrenza e consumi

Nel confronto con gli altri settori collegati all’edilizia, ed in particolare di quelli contigui, il bilancio del comparto lapideo resta competitivo, con un rapporto marginalmente migliorativo rispetto alla ceramica ed al grés porcellanato, che prevale di circa otto volte nel ragguaglio quantitativo espresso in termini di metri quadrati, ma soltanto di 3,4 in quello riferito al valore corrispondente, senza dire del suo interscambio che supera di poco la quinta parte della quantità prodotta, contro la forte maggioranza dei lapidei.

Al contrario, hanno confermato una crescita decisamente importante i consumi della cosiddetta pietra artificiale, specialmente in alcuni rilevanti mercati extra-europei: al riguardo, è da porre in luce come il valore globale dell’export di riferimento abbia ormai superato il 30 per cento di quello espresso dalla pietra naturale, contro il 21,5 per cento del 2010, e quindi, con un gradiente di sviluppo assai competitivo. D’altro canto, la pietra artificiale è costituita dal materiale di natura per una quota quantitativa quasi totalitaria, confermando il gradimento di parecchia clientela per i valori tecnologici ed estetici, che sono caratteristica essenziale di marmo, granito, travertino e prodotti similari.

L’impiego pro-capite è salito a 266 metri quadrati per mille unità, a fronte dei 264 dell’anno precedente e dei 117 del 2001, con una crescita annua di lungo periodo a doppia cifra, e quote assolute prioritarie in Cina, India e Stati Uniti, che peraltro figurano nelle retrovie della graduatoria unitaria, aperta da Svizzera, Corea del Sud, Arabia Saudita e Belgio, i soli Paesi che continuano ad esprimere un impiego superiore al metro quadrato per abitante, ma in regresso sia pure marginale rispetto agli ultimi consuntivi, diversamente da quanto è accaduto per altri protagonisti nello scacchiere lapideo mondiale, quali Portogallo e Spagna. Questa variabile, il cui trend di ascesa dimostra di essere in grado di prescindere dalle fluttuazioni del mercato internazionale, attesta che la crescita del settore può contare su risultati costanti, e soprattutto, sul probante gradimento degli utilizzatori.

Bisogna sottolineare che il ruolo più importante nel quadro della mondializzazione è svolto sempre dall’interscambio quantitativo, prima ancora che da quello in valore: l’assunto è da condividere se non altro per la comparabilità delle cifre di consuntivo in volume, anche nel lungo periodo, mentre quelle del giro d’affari sono condizionate dall’andamento del mix, da quello dei costi e dei prezzi, e talvolta da fattori monetari come le differenze di cambio e le eventuali svalutazioni o rivalutazioni. Si deve precisare, a proposito del mix, che la quota del grezzo ha interrotto la propensione alla crescita rilevata negli ultimi esercizi, anche a fronte degli investimenti nelle strutture produttive, in specie di trasformazione, effettuati da alcuni Paesi leader, con riguardo prioritario a quelli del continente asiatico. Ciò ha dato luogo, fra l’altro, ad un effetto secondario non trascurabile, come la riduzione della quota di trasporto del materiale destinato a discarica a fronte dei cascami di segheria e laboratorio.

Fra i caratteri salienti degli scambi che sono andati consolidandosi nel tempo, si deve fare riferimento alla conferma di un’altra realtà significativa di settore, pur nell’ambito delle accennate difficoltà congiunturali: la maggioranza dei consumi mondiali continua a riferirsi a materiali estratti e lavorati in Paesi diversi da quello di posa in opera, alimentando un indotto di grande rilevanza economica anche nel campo dei servizi, ed in primo luogo dei trasporti.

4. Maggiori produzioni mondiali

I primi sei produttori – nell’ordine: Cina, India, Turchia, Iran, Brasile, Italia – hanno espresso oltre sette decimi dell’estrazione mondiale, superando di oltre trenta punti la quota del 1996, ma ascrivendo alcune condizioni di stasi, talvolta più accentuate come nei casi del Brasile e dell’Italia, dove la congiuntura critica ha trovato motivazioni prevalentemente extra-settoriali. Invece, la maggiore propensione alla crescita è stata espressa dalle produzioni indiane, da leggere anche in sinergia con la crescente domanda di granito grezzo da parte cinese. La tendenza alla concentrazione, generalmente estesa alle fasi trasformatrici ed alla distribuzione, ne risulta comunque consolidata nonostante la crescita spesso ragguardevole di qualche realtà lapidea complementare, come in Macedonia od in Vietnam: basti pensare che allo stato delle cose sono soltanto undici i Paesi che sono in grado di mettere a disposizione del mercato una produzione superiore all’uno per cento del volume planetario.

In particolare, con quasi 50 milioni di tonnellate estratte, la Cina ha ribadito il suo primato produttivo con il 31 per cento di marmi e pietre prodotti nel mondo – in calo di circa un punto rispetto all’anno precedente – mentre l’India ha fatto registrare un’espansione quasi speculare, con una quota che è salita al 17 per cento.

I prezzi, alla luce di quanto si è detto, sono stati caratterizzati da un ripensamento talvolta molto significativo delle strategie precedenti, con cedenze anche vistose come è accaduto per le esportazioni dalla Turchia, dal Messico, dalla Francia e dalla stessa India, mentre hanno continuato a salire quelle dalla Grecia, e soprattutto dall’Italia, che per le sue spedizioni di manufatti lapidei, peraltro in ulteriore flessione quantitativa, ha potuto ascrivere il nuovo massimo di circa 78 dollari per metro quadrato equivalente contro i 71,7 dollari dell’anno precedente ed i 67,6 del 2016. L’andamento differenziato delle quotazioni, da interpretare in rapporto al mix distributivo, e per quanto riguarda i lavorati, alla diversa incidenza del valore aggiunto, dimostra che le strategie commerciali possono assumere caratteri alternativi anche nei Paesi leader, dovendosi confrontare con ampie differenze dei costi e con un mercato mondiale molto selettivo, caratterizzato da equilibri piuttosto elastici di offerta e di domanda.

Sul piano merceologico, i rapporti di forza tra materiali calcarei e silicei sono rimasti quasi stazionari, anche se in periodo lungo il gradiente di sviluppo dell’interscambio grezzo mondiale di marmo e travertino è stato notevolmente superiore a quello pur significativo del granito.

La Cina, pur confermandosi quale Paese leader in grado di determinare scelte strategiche anche in altri Paesi, ha visto diminuire la sua esportazione in volume per il quarto anno consecutivo, con una flessione di oltre un milione di tonnellate nei confronti del 2017 e di 3,2 milioni nel ragguaglio al 2014, mentre il decremento in valore è stato pari ad oltre 100 milioni di dollari nel confronto di breve periodo, ed a circa 1.200 milioni in quello di medio termine, con un saldo dell’interscambio nazionale che nel 2018 è sceso al di sotto dei tre miliardi. Il calo determinante è stato quello dei prodotti finiti, con perdite ragguardevoli nei maggiori mercati di sbocco, a cominciare da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, quale effetto di varie concause ivi compresa la sostanziale saturazione dei due mercati contigui, e prima ancora, le rinnovate vischiosità fatte registrare dagli acquisti nordamericani. Invece, le importazioni sono rimaste stazionarie, con ulteriore crescita di quelle del grezzo siliceo, in specie dall’India, a conferma del buon andamento della domanda domestica, e quindi dell’attività di segheria e laboratorio nel trattamento dei materiali importati, e naturalmente, delle produzioni domestiche.

A fronte della congiuntura cinese, improntata al ristagno dell’export, la conferma del primo posto nella graduatoria delle spedizioni quantitative mondiali da parte dell’India risulta sostanzialmente scontata ma ribadisce l’effetto psicologico riveniente dal sorpasso storico del 2017 a danno della Cina, se non altro per la visibile innovazione negli equilibri dell’interscambio mondiale. D’altra parte, è d’uopo sottolineare ancora una volta che tra le ragioni fondamentali del successo acquisito dall’India si deve annoverare l’incremento prioritario delle sue vendite di silicei grezzi proprio sul mercato cinese.

5. Italia: un ristagno annunciato

Nell’ambito dei maggiori Paesi lapidei, il consuntivo dell’Italia, pur contraddistinto dallo straordinario primato nel prezzo medio del manufatto, è stato ancora una volta negativo, con una diminuzione produttiva nell’ordine dei cinque punti ed una flessione del 9,6 per cento nell’export in quantità – netto da sottoprodotti – dovuta prevalentemente ai grezzi, con un regresso di circa 12 punti, e subordinatamente, al prodotto finito, dove la contrazione è stata pari al 7,5 per cento.

In conseguenza, si è nuovamente ampliato il differenziale negativo rispetto al massimo del 2000, nell’ordine del milione di tonnellate spedite e dei 28 punti percentuali, la cui maggioranza risulta concentrata nell’ultimo quinquennio, con un trend discendente interrotto marginalmente nel solo 2017.

L’importazione, dal canto suo, ha fatto registrare un’ulteriore diminuzione del 10,3 per cento che si aggiunge ai 26 punti perduti nel triennio precedente e che deve inquadrarsi nel permanente ristagno delle attività di segheria e laboratorio, oltre che in quello decisamente cronico dell’edilizia nazionale, con corrispondenti ulteriori effetti negativi sui livelli occupazionali: non a caso, negli ultimi dodici anni l’import lapideo italiano è diminuito per ben dieci volte, e risulta crollato del 63,4 per cento rispetto al massimo del 2006.

L’esportazione settoriale dall’Italia, sempre nel 2018, si è riferita a manufatti nella misura del 48,1 per cento del volume complessivo, con il recupero di oltre un punto rispetto all’anno precedente, mentre le spedizioni del grezzo, pur conservando la maggioranza assoluta, si sono ridotte al 51,9 per cento, con il tradizionale punto di forza del marmo, pari al 90,7 per cento dei grezzi venduti all’estero. La struttura dell’export italiano resta improntata ad una vocazione duplice: da un lato, quella di collocare sui mercati esteri il materiale grezzo più appetibile, e dall’altro, quella di una politica del manufatto sostanzialmente subordinata, che sottintende l’esistenza di carenze diffuse nelle strategie di verticalizzazione e di perseguimento del valore aggiunto, che nel settore lapideo – giova ricordarlo – consente di incrementare quello della materia prima, nell’ordine di parecchie volte.

In buona sostanza, il bilancio settoriale dell’Italia rimane assai problematico, sia nel breve termine che nel lungo periodo, e ripropone la necessità di adeguati interventi correttivi con riguardo prioritario al rilancio degli investimenti, pur avendo trovato un parziale antidoto alla flessione di produzione e vendite nell’ulteriore crescita dei prezzi di cui si diceva in precedenza, con particolare riguardo a quelli del materiale lavorato. In questo senso, è sempre lecito parlare di una “decrescita felice” sia pure per pochi, come da definizione utilizzata nel precedente Rapporto annuale.

6.Tecnologie di trasformazione

Un ruolo settorialmente fondamentale resta quello dell’indotto ed in particolare delle tecnologie di lavorazione: macchine e beni strumentali. Per quanto riguarda l’impiantistica, il 2018 si è chiuso con una produzione mondiale sostanzialmente stazionaria – in linea con quella dei materiali – ed un volume complessivo stimabile in circa tre milioni di quintali, oggetto d’interscambio nella misura di due terzi: ciò, unitamente alla conferma del tradizionale primato italiano forte di un’esportazione che assomma al 57,2 per cento di quella europea in volume, ma in calo di circa 16 punti rispetto al 2017, mentre esprime oltre un quarto dello scambio mondiale interessando la maggioranza assoluta della domanda in parecchi Paesi del Vecchio Continente, senza contare diversi Stati extra-comunitari di notevole rilevanza settoriale, quali Brasile, Australia, Stati Uniti e Nuova Zelanda dove la copertura di mercato risulta di appannaggio italiano in misura superiore ad un terzo dei rispettivi valori di riferimento.

Ciò conferma, anche alla luce di un valore medio per unità di prodotto notevolmente superiore alla media mondiale, che la “leadership” italiana riviene da una qualità riconosciuta in termini di durata, rendimenti e sicurezza, ma nello stesso tempo da una funzionale politica di servizio, ivi compresa la fornitura di “know-how” e di assistenza nelle fasi di avviamento degli impianti e di formazione professionale.

L’export dall’Italia di macchine ed impianti per la trasformazione di marmi e pietre ha interessato spedizioni del 2018 nell’ordine dei 570 mila quintali, mentre il volume d’affari si è ragguagliato a circa 780 milioni di euro, con un valore medio per unità di prodotto che si è ragguagliato a 1371 euro/quintale, contro i 1454 dell’anno precedente (massimo storico) ed i 920 del 2008. Conviene aggiungere che la flessione del 2018 non mette in discussione lo specifico primato italiano nei confronti dei concorrenti più significativi, ed in primo luogo della Cina.

Tale flessione si è ragguagliata al 5,7 per cento, ma confermando la consolidata competitività italiana pur nel contesto di una concorrenza mondiale in crescita costante, soprattutto da parte della medesima Cina (ed in misura minore di Giappone e Germania). Non a caso, il giro d’affari cinese nell’export di macchine ed impianti per il settore lapideo ha raggiunto, sempre nel 2018, un valore pari a 482 milioni di dollari, che corrispondono al 52,7 per cento di quello italiano.

Il consuntivo della tecnologia italiana è completato dai beni strumentali, dove primeggiano tradizionalmente gli abrasivi e gli utensili diamantati, le cui esportazioni in valore hanno dato luogo a consegne per circa 350 mila quintali, con un fatturato per oltre 380 milioni di dollari che nell’ambito europeo risulta superato soltanto dal giro d’affari tedesco, ed in quello mondiale da Cina e Giappone, collocando l’Italia al quarto posto assoluto.

Vale la pena di sottolineare che il prezzo medio italiano dei beni strumentali, pari a 11 dollari/kg., è cresciuto del 18,3 per cento rispetto al 2017, aggiungendosi al precedente 21,4 per cento, con un forte recupero dopo parecchi anni di sostanziale stazionarietà, a conferma del rinnovato apprezzamento per il prodotto italiano, riconosciuto da parte del mercato mondiale anche nell’ambito dei consumabili dopo il “flop” della concorrenza a basso costo. Nella medesima ottica, è congruo rammentare il ruolo significativo assunto dalla cooperazione internazionale, con particolare riguardo alla realizzazione di sinergie fra Case italiane e Soggetti locali, finalizzata a promuovere iniziative di assemblaggio “in loco” ed approvvigionamenti di consumabili idonei a soddisfare le specifiche esigenze di mercato anche in termini di tempestività delle consegne.

7. Sviluppo del mondo lapideo

La movimentazione internazionale, asse portante della crescita mondiale di settore, è stata caratterizzata, come in passato, da una larga e logica prevalenza dei mezzi navali. Si è confermato, peraltro, il ruolo importante dei trasporti ferroviari, sia a breve che a lungo raggio (ad esempio, negli approvvigionamenti cinesi di grezzi silicei provenienti dall’Europa settentrionale) mentre il numero di quelli su strada, funzionalmente complementari ai primi due, fatta eccezione per i casi di lavorazioni e consumi di mercato locale, è cresciuto in misura sostanzialmente proporzionale alle produzioni, con una stima pari ad oltre 50 milioni di carichi e scarichi.

L’esame differenziato per Paesi dimostra che lo sviluppo del mondo lapideo è governato da processi assai variabili: se gli aumenti maggiori sono stati conseguiti in Asia, dove si concentra la maggioranza assoluta di produzione ed interscambi, non sono mancati apprezzabili spunti reattivi anche in un’area assai matura come quella europea, attestando la permanente idoneità di marmi e pietre ad elidere gli effetti di una congiuntura economica verosimilmente non facile: tra i vari casi di rilevanza significativa basti rammentare quelli del Portogallo, della Grecia e della Macedonia, che hanno consolidato il proprio export, in larga maggioranza di marmo, nonostante le vischiosità di cui si è detto a proposito del contesto internazionale di settore.

Altri protagonisti di prima fascia che hanno dovuto confrontarsi con un rallentamento settoriale di rilevanza considerevole, oltre la media planetaria, sono stati Brasile e Turchia, anche alla luce della loro dipendenza prioritaria da un mercato in specifica difficoltà come quello nordamericano: nel primo caso, con una flessione globale di sette punti nell’export quantitativo del 2018, e nel secondo con una contrazione del 5,9 per cento, cui sono riferite minori spedizioni pari, rispettivamente, a 160 mila ed a 470 mila tonnellate. Ciò, senza contare che, soprattutto nel consuntivo della Turchia, si sono dovuti registrare ulteriori sacrifici notevoli del prezzo medio, con qualche effetto negativo in chiave di investimenti.

A proposito degli Stati Uniti si deve aggiungere che l’import lapideo del 2018 è rimasto quasi invariato in valore, con circa tre miliardi di dollari, mentre ha fatto registrare una forte contrazione in volume, nell’ordine di un quinto, con conseguente elevazione speculare del prezzo medio, giunto al nuovo massimo di oltre 50 dollari per metro quadrato equivalente, ma pressoché uguale a quello del 2013: ciò significa che l’ipotesi di politiche protezioniste a favore delle produzioni locali, di cui alle opzioni formulate ripetutamente dal Governo di Washington, ha indotto effetti diversificati nell’import del 2018, che ha maggiormente penalizzato gli acquisti dei prodotti di minor valore unitario.

Un buon consuntivo – pur nell’ambito di una produzione destinata in larga maggioranza ad un mercato interno forte di ottime tradizioni consolidate – resta quello fatto registrare dall’export iraniano, soprattutto a fronte delle spedizioni di grezzo in Cina, dove si è confermato al terzo posto nella graduatoria degli acquisti di calcarei, e segnatamente di travertini, dietro la Turchia (che continua a soddisfare oltre metà della domanda specifica) e l’Italia: ciò, ai danni principali di Spagna ed Egitto, un Paese – quest’ultimo – che ha cercato di potenziare la politica del valore aggiunto, al pari di quanto è accaduto in misura analoga in altri Paesi asiatici, sia del Vicino che del Medio Oriente.

Situazione sostanzialmente statica, in tendenza non difforme dalla congiuntura mondiale, è quella che riguarda il Sudafrica, con flessioni contenute dell’export in volume, e nello stesso tempo, con un ulteriore miglioramento del prezzo medio nei grezzi ma con una notevole flessione in quello dei lavorati. Al riguardo, si deve confermare che la distribuzione dei materiali sudafricani, con riguardo prioritario alle tipiche esclusive di granito, ha saputo coniugare i caratteri cromatici del materiale domestico, in grado di soddisfare una domanda sempre propensa all’acquisizione di colori forti, con la tradizionale strategia di valorizzazione della qualità e dei volumi estratti, le cui destinazioni prevalenti hanno continuato ad interessare l’Europa, ed in modo particolare l’Italia, ma con ottime posizioni anche in altri Paesi del Vecchio Continente, tra cui si deve citare la Polonia dove l’uso funerario del prodotto scuro può contare su consolidate tradizioni d’impiego.

8. Ipotesi avvenire

Le previsioni produttive di marmi e pietre nel mondo – pur improntate a criteri opportunamente prudenziali – rivenienti dall’estrapolazione delle serie storiche e dall’andamento pur contraddittorio dell’interscambio di breve periodo, ma anche da uno scontato incremento demografico seguito da quello sebbene contenuto dell’edilizia, restano favorevoli, tanto che nel 2025 il volume dei lapidei di pregio estratti nel mondo dovrebbe salire a 190 milioni di tonnellate lorde, con un impiego superiore ai due miliardi di metri quadrati equivalenti, mentre il quantitativo oggetto di scambio internazionale andrebbe a definirsi in misura proporzionale, e quindi oltre il miliardo.

E’ fondato presumere che il trend del comparto lapideo mondiale, nonostante le situazioni di ristagno presenti nel sistema, possa riprendere con un tasso conforme a quello di lungo periodo, e soprattutto, alle attese della domanda mondiale; tuttavia si porranno ancora una volta maggiori problemi di creazione delle infrastrutture, di adeguamento impiantistico e di collocazione dei cascami, a tutti i livelli nazionali e regionali. Sono problemi da affrontare tenendo conto del ruolo decisivo degli investimenti – e quindi del credito – e della necessità di potenziarli sia sul piano aziendale sia su quello aggregato, attraverso adeguati incentivi: ciò, tanto per il momento produttivo, quanto per quello della comunicazione e della promozione, con attenzioni particolari per la questione degli scarti, le cui difficoltà di stoccaggio e di compatibilità ambientale costituiscono ormai da tempo una strozzatura di evidenza prioritaria.

La cooperazione internazionale è certamente in grado di esercitare un ruolo propulsivo, se non altro alla luce degli impegni assunti dai Paesi sviluppati sin dal 2002, a cominciare dalle possibili soluzioni dei predetti problemi strategici, con un impatto tanto più concreto, nella misura in cui sia supportata dall’azione congiunta delle Organizzazioni imprenditoriali del comparto lapideo, che a livello sovranazionale non risulta funzionalmente conforme ad oggettive esigenze strategiche, tra cui hanno rilevanza prioritaria le attese del lavoro, le necessità imprenditoriali, e la riconosciuta idoneità del comparto lapideo ad avviare o potenziare opportune strategie di espansione.

Il mondo del marmo e della pietra possiede alti contenuti professionali e la possibilità di creare nuova occupazione con mezzi finanziari relativamente limitati, tanto che da oltre un cinquantennio è stato ritenuto idoneo – da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle stesse forze sociali di settore – a promuovere sviluppo anche nelle situazioni in cui ad altri comparti sarebbero precluse analoghe potenzialità strategiche e tattiche.

Quindi, ha diritto ad essere oggetto di consapevoli attenzioni istituzionali sia nei Paesi terzi, dove costituisce una significativa occasione per accrescere il valore aggiunto, sia in quelli maturi, attraverso il consolidamento di risultati socio-economici spesso notevoli: obiettivi tanto più importanti alla luce delle diffuse percezioni di precarietà, tipiche di una congiuntura oggettivamente difficile.

Madagascar: Occasioni di sviluppo lapideo nel terzo mondo

Il mondo del marmo e della pietra, accanto ad un numero relativamente alto di Paesi sviluppati che controllano la maggioranza della produzione e degli impieghi, annovera un’ampia schiera di altri Stati in cui la valorizzazione del materiale lapideo, nonostante la sua riconosciuta idoneità ad avviare strategie di sviluppo, è tuttora agli inizi. Le cause del ritardo sono parecchie, ma le maggiori vanno individuate in mancanza di tradizioni, infrastrutture carenti, difficoltà professionali; e soprattutto nei problemi finanziari che ostacolano gli investimenti pubblici e privati.

Un caso tipico è quello del Madagascar, la grande isola francofona dell’Oceano Indiano (quarta nel mondo per estensione) che nonostante l’indipendenza conquistata nel lontano 1958, una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’Italia, ed una popolazione in rapida crescita, quadruplicata in mezzo secolo e pervenuta agli attuali 25 milioni di abitanti con evidenti forti problemi sociali, sta finalmente avviando nuove iniziative per valorizzare le sue pietre, grazie all’intervento della cooperazione estera, ed in particolare italiana, rivolta all’estrazione di materiali esclusivi – soprattutto silicei – in grado di affermarsi con successo sul mercato internazionale.

L’export lapideo malgascio è sempre stato minimo, e generalmente circoscritto ad alcune partite di granito grezzo, con riguardo prioritario a quelli di pigmentazione accesa, meno diffusi nel mondo ed in quanto tali, oggetto di domanda qualitativamente elevata. Basti dire che nel 2017 il flusso in uscita è stato pari a circa 10 mila tonnellate, ovvero allo 0.2 per mille dell’interscambio planetario in volume, mentre vent’anni prima aveva raggiunto le duemila tonnellate, con incidenza analoga e nessun picco intermedio. E’ inutile aggiungere che le spedizioni del lavorato sono ininfluenti, limitandosi a qualche apporto dell’oggettistica artigianale, mentre l’import è quasi inesistente, tanto da essersi fermato, sempre nel 2017, intorno a 40 mila metri quadrati di materiale proveniente dalla Cina e dall’India, con un volume minimo non difforme da quello del 1998 (con la differenza che all’epoca si trattava quasi esclusivamente di marmo italiano).

Altrettanto marginali risultano gli acquisti di tecnologie per la pietra da parte del Madagascar, con un volume d’affari che nel 2017 si è limitato a 240 mila dollari, contro i 320 mila del 2016, e cifre analoghe per gli anni precedenti. In tutta evidenza, non esiste un’attività industriale trasformatrice, rastremando l’utilizzo della pietra lavorata ai monumenti funerari di élite. Del resto, la tradizione dell’edilizia malgascia, sin dai tempi coloniali, è stata orientata prevalentemente al laterizio, stanti le cospicue disponibilità di argille che hanno valso al Madagascar la tradizionale denominazione di Isola Rossa.

In chiave generale, l’industrializzazione malgascia è tuttora episodica: fatta eccezione per qualche iniziativa in campo tessile od alimentare, anche il settore minerario di prima categoria non è stato in grado di valorizzare compiutamente le proprie risorse, all’infuori delle pietre preziose destinate alla gioielleria estera. Ecco un buon motivo in più per auspicare adeguati interventi infrastrutturali in favore dello sviluppo di un grande Paese come il Madagascar e della disponibilità ad investire anche nel settore lapideo dimostrata dalle iniziative della cooperazione privata: in primo luogo, dal “know-how” italiano.

Il giro d’affari del lapideo nel 2017 ha raggiunto i 20 miliardi di dollari

Nel consuntivo mondiale per il 2017, gli scambi internazionali di marmi e pietre hanno interessato un giro d’affari per oltre 20 miliardi e mezzo di dollari sia nell’export che nell’import, con una flessione di 600 milioni rispetto all’anno precedente, e di oltre due miliardi nel ragguaglio al massimo storico del 2014: in altri termini, si sono registrate tre flessioni consecutive che costituiscono un fatto nuovo assoluto e rispecchiano l’esistenza di una congiuntura difficile anche in campo lapideo, e tanto più complessa, alla luce dei più recenti venti protezionisti in alcuni Stati leader.

Nei confronti del 2001, quando il fatturato lapideo mondiale aveva raggiunto 5,2 miliardi di dollari, il valore è comunque quadruplicato, confermando il crescente apprezzamento della progettazione e della clientela finale per il prodotto di natura, che proprio per questo ha sofferto meno di altri materiali concorrenti.

Del resto, a fronte della flessione in valore, pari al 2,4 per cento nei confronti del 2016, l’ultimo esercizio ha visto una crescita dell’interscambio quantitativo nell’ordine degli otto punti percentuali, con un ex – import che ha bilanciato in 580 milioni di quintali (grezzi e lavorati) contro i 535 milioni dell’anno precedente, E’ di tutta evidenza che il valore medio delle operazioni commerciali ha subito una contrazione molto rilevante, superiore ai dieci punti: un buon tributo alla cosiddetta democratizzazione dell’impiego, ma nello stesso tempo, una nuova forte elisione della redditività.

I primi quattro Paesi nella graduatoria dell’esportazione in valore (Cina, Italia, India, Turchia) hanno espresso il 56,8 per cento del totale, pressoché invariato rispetto al 57 per cento del 2010, cosa che mette in luce la permanenza di una forte concentrazione. A livello disaggregato, Il dato più significativo riguarda il forte sviluppo asiatico, nel cui ambito il 2017 ha visto concretizzarsi il sorpasso dell’export quantitativo indiano, ai danni di quello cinese, che peraltro resta largamente avvantaggiato in valore, vista la forte prevalenza dei suoi prodotti finiti. Quanto all’Italia, è ulteriormente continuato il trend discendente della quota di mercato, che nel 2017 è scesa al 10,6 per cento contro il 30,6 per cento del 2001. Molto apprezzabile è stata invece la crescita della Turchia, partita da 200 milioni di dollari per giungere, nel volgere di sedici anni, ad oltre due miliardi.

L’importazione è più articolata: i primi quattro acquirenti del 2017, tutti extra-europei (Cina, Stati Uniti, Corea del Sud e Germania), hanno ricevuto il 43 per cento degli scambi quantitativi. Anche in questo caso, nel periodo lungo si sono registrati incrementi generalizzati, soprattutto nei Paesi asiatici, mentre hanno fatto eccezione gli Stati Uniti, dove gli ultimi esercizi hanno evidenziato una tendenza alla saturazione del mercato ben dimostrata dal fatto che permane tuttora un ritardo di circa 17 punti nei confronti del massimo storico conseguito dall’import nordamericano nell’ormai lontanissimo 2007, per un valore nell’ordine dei 3,9 miliardi di dollari contro gli attuali 3,2. Dal canto loro, sono risultati in forte ed ulteriore calo gli approvvigionamenti italiani di grezzi, ridotti di circa due terzi nel volgere di un decennio, a conferma di una crisi delle attività trasformatrici ormai strutturale.

In tutta sintesi, il panorama globale del settore propone un mondo lapideo a due velocità: da una parte, i Paesi in via di sviluppo che si sono distinti per crescite talvolta molto accentuate dell’export e talvolta dell’import, e dall’altra, le economie mature, dove al carattere selettivo del mercato si sono aggiunti gli effetti del ristagno. Ne derivano parecchi spunti di riflessione non effimera per le imprese, per le forze sociali, e soprattutto per la volontà politica.

Algeria: un mercato lapideo in espansione con forti opportunità per la tecnologia italiana

Accade spesso che le relazioni diplomatiche abbiano una valenza di routine ma il recente incontro che l’Ambasciatore italiano ad Algeri, Pasquale Ferrara, ha avuto con il Ministro dell’Industria e delle Risorse Minerarie, Youcef Yousfi, si inquadra in una logica strategica che ne trascende il pur rilevante contenuto commerciale. Infatti, il Ministro, consapevole dell’importanza che la valorizzazione delle risorse primarie riveste per una razionale politica di sviluppo, ha auspicato un forte coinvolgimento del capitale e del “know-how” italiano nelle iniziative verticalizzatrici, a cominciare da quelle del comparto lapideo, e l’Ambasciatore ha assicurato un’adeguata collaborazione di parte italiana, a cominciare dal momento informativo.

L’Algeria, al pari degli altri Paesi francofoni dell’Africa mediterranea, è ricca di risorse, ma finora con attività locali proporzionalmente modeste, a cominciare dall’export di marmo e pietra, che anche nel 2017 – al pari degli esercizi precedenti – è stato quasi inesistente (meno di duemila tonnellate). Ciò, diversamente dall’import che ha superato le 400 mila tonnellate, composte per circa due quinti da grezzi e per la quota a saldo da prodotti finiti, ragguagliandosi all’otto per mille dell’interscambio mondiale del settore. La rilevanza strategica degli acquisti di blocchi e lastre grezze, sebbene ancora minoritaria, è confermata dal buon livello dell’import di tecnologie per la trasformazione (segheria e laboratorio) che sempre nel 2017 ha superato le 22 mila tonnellate – per un valore pari ad oltre 16 milioni di dollari – un terzo delle quali di provenienza italiana.

La ripartizione dell’import lapideo algerino è notevolmente concentrata. Infatti, oltre nove decimi degli approvvigionamenti grezzi risultano provenienti da tre soli Paesi dell’Unione Europea (nell’ordine: Grecia, Italia e Portogallo), mentre la quasi totalità degli acquisti di prodotto finito è giunta da quattro Paesi extra-europei (nell’ordine: Cina, India, Turchia, Egitto). Questa diversa articolazione delle provenienze la dice lunga sulle preferenze consolidate degli importatori algerini: qualità, contiguità e comodità di collaudo per il grezzo, e prezzo competitivo per il prodotto finito.

In questo senso, non sembra agevole modificare apprezzabilmente nel breve termine una struttura degli acquisti ormai affermata, oltre che mediamente in ascesa, anche se la promozione italiana potrebbe utilmente giovarsi di un più incisivo messaggio a carattere qualitativo. Migliori sembrano le prospettive per la tecnologia, sia in un’ottica di valorizzazione più sistematica delle riserve alla vista e della loro trasformazione locale, sia in quella di lavorazione dei grezzi importati: un campo in cui l’Italia può dire autorevolmente la sua, anche oltre il livello già soddisfacente del proprio “share” (riveniente in buona prevalenza dal macchinario di terza trasformazione).

In definitiva, anche con l’Algeria si possono aprire prospettive di sviluppo aventi un interesse certamente reciproco. In questo senso, le intese di carattere diplomatico costituiscono un presupposto importante, ma nello stesso tempo hanno bisogno di un approccio meno episodico da parte del momento imprenditoriale, sia nell’ottica del marketing, sia in quella di una cooperazione attenta alle effettive esigenze tecniche e strategiche della committenza.

Export lapideo 2017: sale il grezzo (+21%), calano i lavorati (-7,8%)

Foto Ennevi

La politica delle quantità che si va nuovamente affermando nel mondo lapideo, con particolare riguardo alla congiuntura dell’ultimo biennio, non è priva di eccezioni, tra cui emerge quella dell’Italia, il Paese che vanta le maggiori tradizioni di settore e che costituisce tuttora un modello di riferimento, almeno dal punto di vista della qualità, e delle potenzialità offerte dalle sue tecnologie. Del resto, le condizioni operative non sono uguali per tutti, con differenze talvolta decisive, indotte da collocazione geografica, dotazioni infrastrutturali, capacità di valorizzare le risorse, propensione all’investimento, qualificazione professionale, volontà politica.

In Italia, la gestione delle attività settoriali continua ad evolversi in modo disomogeneo: da un lato, la disponibilità di ampie riserve accertate, di una competenza straordinaria e di una produzione tecnologica oltremodo avanzata la pongono in condizioni potenziali di vantaggio, che peraltro vengono regolarmente elise da strozzature finanziarie, difficoltà di accesso al credito agevolato, massimalismo ecologista, ristagno dell’attività edilizia, carenze promozionali, limiti della politica d’intervento. Si tratta di una condizione evidentemente contraddittoria, con effetti conseguenti sull’economia del settore e sui risultati della sua gestione, a cominciare dall’interscambio: effetti positivi soltanto in parte, come attestano le cifre.

Nel 2017 l’esportazione italiana ha fatto registrare una crescita di oltre centomila tonnellate, con un progresso del 4,6 per cento, che diventa più apprezzabile a fronte delle diminuzioni ascritte nel triennio precedente, per un totale di circa 14 punti. D’altra parte, la crescita in parola si deve quasi esclusivamente ai grezzi calcarei, dove le spedizioni si sono incrementate nella misura di 250 mila tonnellate, raggiungendo il nuovo massimo storico e mettendo a segno un balzo del 21 per cento, mentre i lavorati hanno perduto oltre centomila tonnellate, con una contrazione del 7,8 per cento che nel ragguaglio ventennale ammonta addirittura alla metà, evidenziando un decremento pari a 1,4 milioni di tonnellate.

Il ruolo crescente assunto dal grezzo nell’export italiano diventa particolarmente chiaro nella scomposizione delle spedizioni per tipologia di prodotto in quantità ed in valore, dove quelle dei blocchi e delle lastre a piano sega di materiali calcarei sono pervenute alle quote massime proprio nel 2017, raggiungendo il 49 per cento nei volumi ed il 20,8 per cento nei flussi valutari (tav. 56), mentre sono specularmente diminuite al 42,4 per cento le vendite estere di lavorati con valore aggiunto, ed al 75,4 per cento quelle in valore, con regressi rispettivi di sei punti e mezzo, e di oltre quattro. Ne emerge una modificazione strategica che è pervenuta ad una preferenza più accentuata per la politica del grezzo: da una parte, per l’incremento della domanda estera di blocchi, e dall’altra, per la diminuzione di quella del prodotto finito, ma nello stesso tempo per la minore disponibilità agli investimenti nel processo di verticalizzazione.

I maggiori acquirenti del grezzo italiano, con largo vantaggio sugli altri, sono la Cina e l’India, che nel 2017 hanno alimentato il 68 per cento del totale esportato dall’Italia, con un’incidenza pressoché uguale in valore, mentre le spedizioni totali hanno raggiunto 452 mila tonnellate, con un aumento del 29,8 per cento rispetto al 2016, e del 21,3 per cento in valore. I prezzi medi sono cresciuti per quasi tutte le vendite, comprese quelle nei mercati minori (tav. 57) dando luogo, anche per questo aspetto, ad un vero e proprio “rally”.

Quanto all’import, l’andamento negativo è stato ancora più forte, con un regresso di 140 mila tonnellate nei confronti del 2016, pari al 12,4 per cento, che porta a sette quelli annuali consecutivi e registra un crollo del 63,5 per cento rispetto al massimo del 2006, a cui corrisponde una media annua nell’ordine dei sei punti (tav. 58): ciò, senza dire che gli approvvigionamenti italiani dall’estero, un tempo costituiti in larga maggioranza da grezzi, con riferimento prioritario a quelli silicei, sono pervenuti al 25,8 per cento di materiale lavorato, evidenziando un ulteriore elemento critico per quanto riguarda le attività di segheria e di ulteriore trasformazione del prodotto semilavorato.

Il rovescio della medaglia assume un’evidente visibilità nell’andamento dei valori medi, in specie del materiale finito, dove l’accelerazione si è fatta più cospicua proprio negli ultimi anni, tanto che nel 2017 il prezzo per unità di prodotto ha conseguito il nuovo massimo con oltre 63 euro al metro quadrato equivalente (tav. 59) speculare a quello in valuta extra-europea, di poco inferiore ai 72 dollari, come già evidenziato nel raffronto con le quotazioni altrui, che vede proprio l’Italia in posizione di leader. Questo valore medio esprime alcuni massimi per singole destinazioni largamente superiori ai cento dollari, come è avvenuto, nell’ordine, per Regno Unito, Russia, Stati Uniti e Canada, a conferma di un gradimento per il prodotto italiano ormai consolidato (tav. 60) ed esteso anche ai mercati più interessati a materiali correnti ed a formati standard, quali Germania, Arabia Saudita, Emirati e Kuwait.

Il consuntivo italiano del 2017, in conclusione, mette in evidenza una gestione prevalente finalizzata alla redditività, tipica delle politiche aziendali rivolte al beneficio immediato, che non appare allineata a quella di altri Paesi protagonisti e concorrenti, cominciando dall’India e dalla Cina, dove le opzioni prevalenti sono orientate in senso quantitativo: beninteso, senza pregiudizio degli equilibri globali di gestione, ma attraverso un profitto che riviene soprattutto dai maggiori volumi prodotti e venduti. In questo senso, le indicazioni già emerse negli esercizi precedenti circa la vocazione italiana a riconsiderare la strategia del valore aggiunto nell’ottica dei mercati di nicchia, e soprattutto a sviluppare le opzioni di mercato in favore del grezzo, ne traggono ulteriore conferma.

Export mondiale: chi sale e chi scende. Una congiuntura a macchia di leopardo

Il rapporto 2016 (Foto MarmoNews)

L’interscambio lapideo mondiale, dopo la notevole battuta d’arresto del 2015, ha ripreso a crescere, sia pure con notevoli vischiosità, e nel 2016 ha messo a segno una crescita complessiva dello 0,9 per cento, portandosi a 53,5 milioni di tonnellate, al netto dei sottoprodotti. Si tratta di un risultato positivo, laddove sia visto nell’ottica di una congiuntura difficile anche per i materiali concorrenti, ma non si deve dimenticare che è stato conseguito a fronte di una flessione contestuale dei ricavi pari al sette per cento, con un calo del giro d’affari superiore al miliardo e mezzo di dollari.
Nell’ambito degli otto maggiori protagonisti, che hanno contribuito all’export mondiale con uno “share” di almeno un punto, e che hanno ascritto il 70,6 per cento delle spedizioni globali, quattro hanno progredito, mentre altri quattro hanno visto ridurre le proprie quote. Il primo gruppo comprende India (+ 12.3), Brasile (+ 5.3), Grecia (+ 1.7) e Turchia (+ 1.6) mentre nel secondo trovano posto Portogallo (- 4.2), Spagna (- 6.7), Italia (- 7.3) e Cina (- 9.1). Quest’ultimo Paese mantiene il primato dell’export in cifra assoluta, grazie al forte vantaggio precedente, esprimendo tuttora il 21,6 per cento del totale, ed avendo fatturato 11,6 miliardi di dollari, ma il suo vantaggio sull’India si è dimezzato, riducendosi a poco più di tre punti.
Nella graduatoria degli otto Paesi leader, il 2016 ha visto il sorpasso del Brasile, salito al quinto posto assoluto ai danni della Spagna, mentre la Turchia ha consolidato il terzo posto, con uno “share” del 12,4 per cento. E’ da notare che i primi tre esportatori hanno assommato, da soli, il 52,3 per cento delle spedizioni mondiali, confermando una leadership che consente, in larga misura, un sostanziale controllo quantitativo dei mercati.
L’Italia, dal canto suo, ha confermato un trend discendente di lungo periodo, conservando il quarto posto ma perdendo un ulteriore mezzo punto nella quota di mercato mondiale, scesa al 5,2 per cento, ed ascrivendo una decrescita percentuale che risulta inferiore soltanto a quella della Cina. Va peraltro soggiunto che nel suo export del prodotto finito, struttura portante dell’export italiano, la quotazione media si continua a porre ai vertici mondiali, con un prezzo di oltre 68 dollari per metro quadrato equivalente (allo spessore convenzionale di cm. 2), che risulta quasi doppio rispetto a quello planetario.
Il panorama complesso del lapideo italiano, che cede anche nella graduatoria produttiva, dove si colloca al sesto posto con il 4,3 per cento dei volumi estratti nel mondo (dietro Cina, India, Turchia, Brasile ed Iran), trova completamento anche nell’import, pressochè dimezzato nel lungo periodo, con un consuntivo per il 2016 sceso a poco più di un milione di tonnellate: anche in questo caso, al sesto posto mondiale. Poiché l’import dell’Italia risulta costituito in larga maggioranza da grezzi, ne consegue la conferma di una tendenza al ribasso anche per quanto si riferisce alle attività trasformatrici nazionali.
Le conclamate esigenze di maggiori attenzioni per il settore lapideo italiano e per la sua notevole importanza socio-economica, in specie nei tradizionali distretti leader, ne traggono motivi di ulteriore ed evidente validità, assieme a quelle di adeguati interventi in campo infrastrutturale, finanziario, professionale, e naturalmente, nel sistema di promozione.

Marmo e pietre nel mondo. Sintesi del ventottesimo Rapporto annuale: consuntivo dell’esercizio 2016

Il trend di crescita del comparto lapideo mondiale avverte gli effetti di una congiuntura complessa in modo più significativo rispetto al passato. La grande crisi del 2009 era stata ampiamente superata nel quinquennio successivo, ma il bilancio del 2015 non era stato altrettanto favorevole, soprattutto nell’interscambio, caratterizzato da un regresso quantitativo del sette per cento. La tendenza si è nuovamente invertita nel 2016, ma il recupero è risultato circoscritto ad un punto, senza dire che ha coinciso con una flessione sia pure contenuta del valore corrispondente, e quindi con un sacrificio della redditività decisamente innovativo nei confronti delle strategie economiche settoriali dell’ultimo biennio.

L’utilizzo di marmi e pietre ha continuato a progredire sui mercati domestici, sia pure con un tasso ridotto: ciò, a fronte di una domanda sempre in tensione soprattutto nei maggiori Paesi protagonisti, a cominciare dalla Cina e dall’India, ma nello stesso tempo, quale conseguenza della maggiore offerta derivante dal contenimento dell’export, nell’ambito di una produzione meno elastica in quanto subordinata all’obbligo di valorizzare la capacità produttiva degli impianti ed il ritorno degli investimenti.

Giova ribadire che l’interscambio, fenomeno certamente decisivo nell’economia del comparto, ha visto una crescita limitata ai soli volumi, e soprattutto, ad alcuni Paesi leader. Al contrario, il giro d’affari ha manifestato rinnovate vischiosità, con un fatturato pari a circa 22 miliardi di dollari, concentrato in buona misura nell’export dei sette massimi esportatori: Cina, Italia, Turchia, India, Brasile, Spagna, Portogallo. In questa ottica, è fondato rilevare come il consuntivo del 2016 sia stato contraddistinto da una revisione della politica distributiva, con un occhio di ritrovate attenzioni per le attese di una committenza sempre interessata al giusto equilibrio fra qualità e prezzo: ciò, con un apprezzabile ritorno alla cosiddetta democratizzazione degli impieghi, che era stata carattere saliente del lungo periodo, dagli anni ottanta in poi, e che poi era stato subordinato alle opzioni prioritarie della gestione.

Nei confronti degli altri settori collegati all’edilizia ed in particolare di quelli contigui, il bilancio del comparto lapideo resta competitivo, con un rapporto sostanzialmente stazionario rispetto alla ceramica ed al grés porcellanato. Risultano in crescita, invece, i consumi della cosiddetta pietra artificiale soprattutto in alcuni importanti mercati extra-europei; d’altro canto, questo prodotto è costituito dal materiale di natura per una quota largamente maggioritaria, quasi a confermare il gradimento di parecchia clientela per i valori tecnologici ed estetici che sono caratteristica essenziale di marmi, graniti e materiali affini.

In assoluto, l’estrazione mondiale del 2015 è stata pari a circa 300 milioni di tonnellate al lordo delle perdite di cava e dei cascami di trasformazione: avuto riguardo ad un consumo complessivo per oltre un miliardo e mezzo di metri quadrati equivalenti, riferiti allo spessore convenzionale di cm. 2, risulta di tutta evidenza come la fondamentale questione degli scarti sia sempre prioritaria, sostanzialmente dovunque, ed in primo luogo nelle economie mature, più sensibili ad una ragionevole politica ambientale.
L’impiego pro-capite, dal canto suo, è salito a 252 metri quadrati per mille unità, a fronte dei 243 dell’anno precedente e dei 117 del 2001, con una crescita annua di lungo periodo nell’ordine dei tredici punti. Questa variabile, il cui trend di ascesa prescinde da ogni fluttuazione congiunturale, attesta in modo precipuo che la crescita di marmi e pietre conta su risultati probanti e sul gradimento degli utilizzatori, autorizzando previsioni di cauto ottimismo.

Emerge da queste cifre che il ruolo più importante nel quadro della mondializzazione è svolto sempre dall’interscambio quantitativo, prima ancora che da quello in valore: tenuto conto degli apporti di grezzo e lavorato, si è tradotto in un flusso pari ad oltre 790 milioni di metri quadrati equivalenti. Si deve precisare che la quota del grezzo è ulteriormente diminuita, scendendo sotto la soglia psicologica del 50 per cento ed evidenziando la ripresa di una modificazione strategica che aveva privilegiato l’economia di trasporto riveniente dalla maggiore movimentazione del prodotto lavorato.

Fra i caratteri salienti dell’interscambio lapideo, che sono andati consolidandosi nel tempo, si deve fare riferimento ad un’altra realtà significativa di settore: la maggioranza assoluta dei consumi mondiali si riferisce a materiali estratti e spesso trasformati in Paesi diversi da quello di posa in opera, alimentando un indotto di grande rilevanza economica, in primo luogo nel campo dei servizi.

I primi sei produttori (nell’ordine: Cina, India, Turchia, Brasile, Iran, Italia) hanno espresso il 71 per cento dell’estrazione mondiale, superando di oltre trenta punti la quota del 1996 e confermando le rispettive posizioni dell’anno precedente. La tendenza storica ad una progressiva concentrazione, generalmente estesa alle fasi trasformatrici ed alla distribuzione, ne risulta vieppiù consolidata. In particolare, la Cina, con circa 46 milioni di tonnellate estratte, ha ribadito il suo primato produttivo, con un terzo del volume di marmi e pietre prodotti nel mondo, mentre l’India ha fatto registrare un’espansione più celere, portandosi al 16 per cento della cifra planetaria.

I prezzi, alla luce delle opzioni gestionali di cui si è detto, comunque diversificate, sono stati caratterizzati da un ripensamento talvolta significativo delle strategie precedenti. Ad esempio, la stessa Cina, dove la quotazione media del finito aveva espresso una costante ripresa dal 2003 in poi, per accusare una flessione di qualche rilievo soltanto nel 2009, ha ceduto circa dieci punti nella quotazione del suo export di lavorati, scendendo dai 41,70 dollari per metro quadrato esportato nel 2015 ai 37,30 del 2016. Il fenomeno, cui non è estranea la dinamica dei cambi, conferma che le strategie distributive sono diventate duttili anche nei Paesi leader, dovendosi confrontare, in un mercato mondiale molto selettivo, con mutevoli equilibri di offerta e domanda, e con un differenziale di notevole ampiezza nei confronti delle economie mature, ed in particolare, di quelle dell’Europa occidentale. Cciò, con particolare riguardo all’Italia, che conserva il primato nella quotazione del manufatto lapideo spedito all’estero, pari a circa 67,60 dollari per metro quadrato, contro i 36,70 dei primi dodici Paesi esportatori, complessivamente considerati.

Sul piano merceologico, il 2016 ha visto un ulteriore recupero marginale del prodotto siliceo, soprattutto grazie agli apporti dell’India e della Cina, ferma restando la prevalenza quantitativa del calcareo, la cui incidenza sul consumo mondiale rimane intorno a tre quinti del totale. La destinazione prevalente è sempre quella degli impieghi nell’edilizia, con quote importanti destinate all’arredo urbano ed alla funeraria, nell’ambito di un ventaglio di consumi sostanzialmente stazionario.

A proposito della Cina, quale Paese leader in grado di determinare talune scelte strategiche anche in altri Paesi, si deve specificare che la sua esportazione in volume è diminuita di oltre un milione di tonnellate, dopo le 600 mila perdute nell’anno precedente, con un regresso del 9,1 per cento che sale al 13,5 per cento nel ragguaglio biennale; tuttavia, il calo dei prodotti finiti è rimasta stazionario, mentre è fortemente sceso il grezzo siliceo. I lavorati ad alto valore aggiunto hanno costituito il 78 per cento dei volumi cinesi spediti all’estero, con una crescita di sei punti, ed il 93 per cento del valore, in flessione di cinque. Sono ulteriormente diminuite le vendite di manufatti in Giappone, senza contare la battuta d’arresto negli Stati Uniti, mentre hanno trovato ottime conferme quelle in Corea del Sud ed in Vietnam, rispettivamente al primo e quarto posto della graduatoria. Il fatturato estero delle spedizioni cinesi, dal canto suo, è sceso del 10,4 per cento, riducendosi a 6,8 miliardi di dollari: talvolta anche i giganti piangono, pur confermando la loro appartenenza ad una dimensione massima.

Nell’ambito dei maggiori Paesi lapidei il consuntivo dell’Italia, contraddistinto dal primato di prezzo medio del manufatto, di cui si è detto, è stato notevolmente riflessivo, con una diminuzione produttiva marginale ed un nuovo calo dell’export in quantità – netto da sottoprodotti – pari al 7,3 per cento, dovuto tanto ai grezzi quanto ai lavorati; si è conseguentemente ampliato il differenziale negativo rispetto al massimo del 2000, salito a quasi 22 punti, la cui maggioranza risulta concentrata nell’ultimo triennio. L’importazione, specularmente, ha fatto registrare una diminuzione dell’ 8,5 per cento, da inquadrarsi in una permanente stasi del mercato interno, condizionato da un ristagno ormai cronico dell’edilizia: non a caso, negli ultimi dieci anni l’import lapideo italiano è diminuito per ben otto volte, e risulta più che dimezzato nei confronti del 2001.

L’esportazione settoriale dall’Italia, sempre nel 2016, si è riferita a manufatti per l’81,7 per cento del suo valore complessivo, con un’incidenza che costituisce il massimo del decennio, quasi a confermare, oltre a quella socio-economica, la sua preminente rilevanza strategica, mentre le spedizioni del grezzo hanno avuto un tradizionale punto di forza nel marmo, con circa nove decimi della rispettiva quota e cifre marginali per graniti ed altre pietre.

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Un ruolo settorialmente fondamentale resta quello dell’indotto ed in particolare delle tecnologie di lavorazione (macchine e beni strumentali). Per quanto riguarda l’impiantistica, il 2016 si è chiuso con una produzione mondiale quasi stazionaria – al pari di quella dei materiali – stimabile in circa tre milioni di quintali, oggetto d’interscambio nella misura di due terzi, e la conferma del primato italiano forte di un’esportazione che assomma al 69,3 per cento di quella europea in volume, ed al 62,3 per cento del valore corrispondente, mentre esprime circa un quarto dello scambio mondiale, interessando la maggioranza assoluta della domanda in diversi Paesi del Vecchio Continente, senza contare taluni extra-europei di forte rilevanza settoriale, con punte molto significative in Brasile, Australia ed Etiopia, dove la maggioranza assoluta della copertura di mercato risulta di appannaggio italiano. Ciò, senza dire di altri progressi ragguardevoli come quelli ascritti dallo quota del “made in Italy” di tecnologia lapidea in Canada, Messico e Cile.

L’export italiano di macchine ed impianti per la trasformazione di marmi e pietre ha interessato spedizioni nell’ordine dei 600 mila quintali, in calo di circa 16 punti nei confronti dell’anno precedente: ma si deve considerare che nel 2015 era stato raggiunto il nuovo massimo storico assoluto. Il volume d’affari del 2016 si è ragguagliato a circa 700 milioni di euro, con un valore medio per unità di prodotto che è pervenuto, a sua volta, al nuovo massimo di 1184 euro/quintale, contro i 1112 dell’anno precedente, i 1058 del 2013 ed i 974 del 2012. Ciò, confermando una competitività consolidata, in primo luogo sul piano della qualità e delle politiche di servizio, pur nel contesto di una concorrenza mondiale in crescita costante.

Il consuntivo della tecnologia italiana è completato dai beni strumentali, dove primeggiano tradizionalmente gli abrasivi e gli utensili diamantati, le cui esportazioni in valore hanno dato luogo a consegne per circa 370 mila quintali, ed un fatturato per oltre 285 milioni di dollari, che nell’ambito europeo risulta superato soltanto da quello tedesco. Nondimeno, in entrambi i Paesi leader nell’Unione si registrano flessioni di rilievo rispetto ai corrispondenti massimi, che sono parzialmente da ascrivere alle operazioni di “joint-ventures” effettuate in Paesi terzi dalle rispettive Case produttrici.

La movimentazione internazionale è stata caratterizzata, come in passato, da una larga e logica prevalenza dei mezzi navali. Si è confermato, peraltro, il ruolo importante dei trasporti ferroviari, sia a breve che a lungo raggio (ad esempio, negli approvvigionamenti cinesi di grezzi silicei provenienti dall’Europa settentrionale, peraltro in flessione pur essendo avvantaggiati dai nuovi tratti di Alta Velocità) mentre il numero di quelli su strada, funzionalmente complementari ai primi due fatta eccezione per i casi di lavorazioni e consumi di mercato locale, è cresciuto in misura sostanzialmente proporzionale alle produzioni, con una stima pari ad oltre 50 milioni di carichi e scarichi..

L’esame differenziato per Paesi dimostra che lo sviluppo del mondo lapideo è governato da processi assai variabili: se gli aumenti maggiori di estrazione e trasformazione sono stati conseguiti in Asia, non sono mancati apprezzabili spunti reattivi anche in un’area matura come quella europea, attestando la permanente idoneità di marmi e pietre ad elidere gli effetti di una congiuntura economica certamente non facile.

Consuntivi di segno negativo sul piano del fatturato estero, in specie di grezzi, ed in controtendenza rispetto ad un lungo trend di crescita, sono stati nuovamente registrati in Brasile, nonostante la significativa politica di valorizzazione delle pietre locali, con particolare riferimento al granito; senza dire della Turchia che continua a scontare la minore propensione all’acquisto di calcarei grezzi da parte cinese, mentre l’export di manufatti verso il tradizionale mercato statunitense non ha fatto registrare uno sviluppo conforme alla potenzialità della domanda, avendo coinciso con un regresso inatteso dell’import nordamericano di lavorati, che è stato pari al 6,1 per cento, interrompendo la tendenza positiva in atto da sei anni.

E’ appena il caso di sottolineare che l’inversione di tendenza registrata negli Stati Uniti suscita perplessità rese più rilevanti dall’annuncio di politiche protezioniste a favore delle produzioni locali, di cui ai nuovi programmi formulati dal Governo di Washington.

In aumento, sia pure circoscritto, risulta l’export dall’Iran, il solo Paese di rilievo ad avere incrementato le spedizioni di grezzo in Cina, dove ha raggiunto il quarto posto nella graduatoria dei rispettivi acquisti, dietro Turchia, Italia ed Egitto: un Paese, quest’ultimo, che sta potenziando la politica del valore aggiunto, al pari di quanto accade, sia pure in misura quantitativamente meno ampia, in Giordania e soprattutto in Palestina, dove l’incidenza del lapideo sul prodotto interno lordo si colloca da tempo ai vertici mondiali.

Una crescita interessante del prodotto finito riguarda anche il Sudafrica, nonostante la concomitanza con una buona ripresa del grezzo, che peraltro resta tuttora lontano dai massimi storici del suo export. Al riguardo, è congruo evidenziare come lo sviluppo distributivo dei manufatti sudafricani abbia saputo coniugare i caratteri cromatici del granito domestico e quelli di una domanda internazionale propensa all’acquisizione di colori forti, con la tradizionale strategia di valorizzazione della qualità e dei volumi estratti, le cui destinazioni prevalenti hanno continuato ad interessare l’Europa ed in modo particolare l’Italia, ma con ottime posizioni anche in Polonia, dove l’uso funerario del prodotto a pigmentazione scura fruisce di tradizioni consolidate.

Le previsioni produttive di marmi e pietre nel mondo, pur improntate a criteri opportunamente prudenziali rivenienti dall’estrapolazione delle serie storiche e dall’andamento pur contraddittorio dell’interscambio di breve periodo ma anche da uno scontato incremento demografico seguito da quello dell’edilizia, restano favorevoli, tanto che nel 2020 il volume dei lapidei di pregio estratti nel mondo dovrebbe salire a circa 170 milioni di tonnellate con un impiego non lontano dai due miliardi di metri quadrati equivalenti mentre il quantitativo oggetto di scambio internazionale andrebbe a definirsi in misura proporzionale, e quindi oltre il miliardo di metri.

E’ fondato presumere che il trend del comparto lapideo mondiale, superato il collo di bottiglia indotto dalle situazioni di ristagno presenti nel sistema, possa riprendere con un tasso conforme a quello di lungo periodo; si porranno, tuttavia, maggiori problemi di creazione delle infrastrutture, di adeguamento impiantistico e di collocazione dei cascami, a tutti i livelli nazionali e regionali. Sono problemi da affrontare tenendo conto del ruolo decisivo degli investimenti – e quindi del credito – e della necessità di potenziarli sul piano aziendale attraverso adeguati incentivi: ciò, sia per il momento produttivo, sia per quello della comunicazione e della promozione, con attenzioni particolari per la questione degli scarti, le cui difficoltà di stoccaggio e di compatibilità ambientale costituiscono una strozzatura di evidenza prioritaria.

La cooperazione internazionale è certamente in grado di esercitare un nuovo ruolo propulsivo, a cominciare dalle possibili soluzioni di questi problemi strategici, con un impatto tanto più concreto nella misura in cui sia supportata dall’azione congiunta delle Organizzazioni imprenditoriali del comparto lapideo, che a livello sovranazionale non è ancora conforme ad esigenze politiche oggettive, ai bisogni delle imprese e del fattore lavoro, ed agli stessi auspici storici.

Il settore possiede contenuti professionali molto alti e la possibilità di creare nuovi posti di lavoro con mezzi finanziari limitati, tanto che da quasi mezzo secolo è stato ritenuto ufficialmente idoneo – anche da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite – ad avviare processi di espansione laddove altri comparti non potrebbero esprimere analoghe capacità strategiche e tattiche. Quindi, ha diritto ad essere oggetto di consapevoli attenzioni sia nei Paesi terzi, dove costituisce un’occasione importante di incremento del valore aggiunto, sia in quelli maturi, dove si traduce in aggregati di notevole importanza dal punto di vista economico, tanto più importanti in permanenza di una congiuntura economica ed occupazionale obiettivamente complessa.

Export lapideo italiano: Continua la crescita della redditività in un mercato riflessivo

(Foto Daniele Canali)

I dati circa le spedizioni all’estero di marmi e pietre nei primi otto mesi dell’esercizio 2016 hanno confermato la precarietà della congiuntura già rilevata in precedenza, con qualche accentuazione nelle quantità vendute, ma nello stesso tempo, con un’ulteriore crescita della redditività, che sembra inserirsi in una tendenza generale già illustrata nel “XXVII Rapporto mondiale” del settore presentato alla Fiera di Verona.

 

A conti fatti, il valore medio per unità di prodotto dell’esportazione lapidea italiana è cresciuto del 3,8 per cento nei grezzi e del 5,5 per cento nel prodotto finito, con incrementi rispettivi da 718 a 745 euro per metro cubo, e da 53,8 a 56,8 euro per metro quadrato equivalente (nel ragguaglio allo spessore convenzionale di cm. 2). E’ l’altra faccia della medaglia: da una parte si sono cedute quote di mercato, ma dall’altra, chi è rimasto competitivo ha potuto conseguire risultati migliori di gestione.

 

Il fatto che questi consuntivi si riferiscano a due terzi dell’esercizio 2016, confrontati con lo stesso periodo dell’anno precedente, fa presumere che quelli finali possano essere sostanzialmente conformi. Tuttavia, sarà importante confrontarli soprattutto con i risultati conseguiti dagli altri maggiori Paesi lapidei, a cominciare dalla Cina, che nel 2015 aveva fatto registrare la crescita più alta della redditività.

 

Il comparto lapideo italiano, in buona sostanza, continua a perseguire una strategia qualitativa, supportata dal costante adeguamento tecnologico, che consente, se non altro, di trasferire sui prezzi le maggiorazioni dei costi produttivi, almeno da parte delle imprese capaci di investire in misura conforme alle esigenze del mercato. Quelle marginali, invece, possono sopravvivere all’insegna di una precarietà sempre più selettiva.

 

Lo stato di salute non ottimale del marmo e della pietra, quale emerge dall’analisi dell’interscambio italiano, ha trovato conferma nel ridimensionamento dell’import di materiale grezzo, espresso da consuntivi a due cifre. Ciò significa che la domanda interna continua a languire, con ovvie conseguenze per quanto riguarda le attività domestiche di trasformazione. In altri termini, il solo parametro in ascesa resta quello del valore medio all’export, significativamente più alto nel lavorato, con tanti saluti a chi continua a mettere in dubbio la validità delle politiche di valore aggiunto.

 

Una prima conclusione di tutta sintesi consente di porre in luce che il materiale lapideo, bene comune di forte impatto sociale, continua a svolgere un ruolo di promozione economica da tutelare e da valorizzare, in analogia a quanto stanno facendo i Paesi che hanno compreso le funzioni strategiche del comparto e la sua idoneità a supportare la tutela socio-economica dei comprensori interessati, ed in prospettiva, uno sviluppo consentito dall’apprezzamento per il prodotto di natura e dalle dimensioni della domanda mondiale.

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